WHY NOT/ Storia della colonna infame: intervista a Tonino Saladino

- La Redazione

ANTONIO SALADINO, il grande inquisito dell’inchiesta Why Not, rivela al sussidiario.net le gravi ingiustizie a cui lo hanno sottoposto stampa e magistratura

antoniosaladinoR400

Manzoni scrisse Storia della colonna infame per descrivere la caccia ai presunti untori a cui si attribuiva la causa della peste nel 1600, costruendo anche prove da esibire in tribunale e ponendo al pubblico ludibrio i presunti untori. La storia oggi si ripete mutatis mutandis. Ecco il «feroce Saladino». Il «faccendiere», il «burattinaio», il «dominus». Cinque anni nel tritacarne giudiziario e mediatico dell’inchiesta «Why not» da cui sta uscendo «provato ma non distrutto» (parole sue): «Per fortuna vivo un’esperienza di fede che mi ha consentito di reggere a questa prova durissima, altrimenti non so che cosa avrei fatto di me stesso». 

Tonino Saladino, cinque anni fa lei era un imprenditore di successo.

Avevo una società di consulenza che si occupava di politiche attive del lavoro, tra le prime nel Sud. Vendevo occupazione attraverso due strumenti: Obiettivo Lavoro nell’interinale e Piazza del lavoro, di cui ero presidente nazionale, nel collocamento privato.

Le avevano imposto la scorta: attività rischiosa?

Il cda di Obiettivo Lavoro fu messo sotto tutela dopo il delitto Biagi. Più avanti la tutela si trasformò in scorta: avevano intercettato telefonate minacciose.

Dava fastidio ai caporali calabresi?

Non ai caporali: all’establishment stesso. Ero diventato un punto di riferimento, la gente non passava più dai politici per cercare lavoro. Venivano tutti, dal personaggio al poveraccio. Era il mio mestiere, autorizzato dal ministero e controllato dall’Ufficio provinciale del lavoro; tuttavia fui dipinto come un trafficone che operava clandestinamente.

 

Perché è stato preso di mira proprio lei?

 

Andrea Monti, che da direttore di Oggi mi voleva intervistare, ha fatto una battuta che dice tutto: avevo l’agenda giusta. Tanti contatti pesanti. Gli inquirenti hanno preso solo i numeri che gli interessavano: quel certo vescovo, quel politico, quell’istituzione.

 

Lei è stato usato per fare cadere un governo?

 

Il Lodo Alfano serve: avrebbe tutelato Prodi. Adesso la buttano sul gossip…

 

Quant’è costata l’inchiesta?

 

Soltanto a Catanzaro, nove milioni e mezzo di euro che De Magistris non ha smentito.

 

A parte lo spreco di risorse, che cosa ha provocato questa inchiesta? 

 

Un enorme danno sociale. Io davo lavoro a migliaia di persone, ho ancora l’auto piena di curricula di gente che mi chiede una mano, magari di nascosto perché terrorizzata. Un danno alle istituzioni, che hanno perso credito, soprattutto la giustizia: è la prova scientifica che certa magistratura è politicizzata. Ma la realtà è testarda, prima o poi la verità viene fuori. E adesso è tutto chiaro.

 

E lei, che segni porta?

Hanno distrutto la mia società che fatturava 450mila euro con una ventina di collaboratori. Trent’anni di lavoro. Sono stato in cura per sei mesi, idem i miei familiari, perché non si regge a una pressione mediatica simile. Mi hanno fatto 2500 articoli, 30 ore di trasmissioni tv, sono stato quattro volte oggetto di Annozero. Non dimentichiamo che la mia vicenda parte con la fantomatica loggia di San Marino, uno scherzo tra me e un’altra persona che è stato fatto diventare realtà. Per un anno hanno indagato 20 procure italiane. Qualcuno voleva fare passare a tutti i costi una P3.

 

Cercavano l’agnello sacrificale.

 

Hanno fatto credere che alla Why not comandavo io, mentre svolgevo soltanto il lavoro commerciale. Ad Annozero hanno cercato di dimostrare che avevo preso i soldi, mentre ora la sentenza lo smentisce. Nessuno ha indagato sulle “cene del Pirata” tra politici, magistrati e giornalisti in ristoranti locali, cene in cui si tramava. Si sono inventati che imbottivo di psicofarmaci i miei dipendenti per tenerli mansueti e nessuno ha controllato dove li avrei acquistati e con quali ricette mediche. Si sono inventati il conto bancario cifrato Bella Chioma, che è il cognome di mia moglie. Mi hanno rappresentato come un mostro attraverso operazioni mediatiche per farmi fare la figura di mamma Ebe. Ma la cosa che ritengo più grave è il danno educativo arrecato a tanta gente allevata pensando che la realtà sia positiva mentre ora non si fida più di niente, tantomeno delle istituzioni.

 

Della stampa che dice?

 
Rido quando sento De Magistris dire che ha i poteri forti contro. Tutti i grandi giornali mi hanno massacrato senza pubblicare un rigo quando il gup Abigail Mellace ha fatto giustizia. Una sentenza storica, perché è raro che un gup dica alla procura che non ha capito nulla. Ora la mia accusatrice ha 12 capi di imputazione tra cui concussione e truffa, ipotesi gravi, mentre io soltanto il concorso esterno in abuso d’ufficio, un reato psicologico: la mia personalità avrebbe influenzato un dirigente regionale a compiere abusi (poi vedremo in appello come finirà, sempre che ci arrivi). La stampa è stata vergognosa, tutta, di destra e di sinistra. Mi sono trovato in mezzo alla guerra tra bande.

 

Che cosa prova quando pensa alla sua vicenda?

 

Un senso di smarrimento e di vuoto. Voglio cancellare questa cosa dalla mia vita ma è dura, sono in piedi le cause ai giornalisti e agli accusatori. Duro riprendere a lavorare, perché in questi cinque anni non ho potuto fare niente, ero un appestato. Tutti i miei amici sono stati coinvolti nell’inchiesta, inquisiti tutti quelli che potevano difendermi. Hanno indagato il mio avvocato: non viene il sospetto che si siano messi a tavolino per intimidirmi e impedirmi di avere testimoni? Meno male che mia moglie insegna, perché mi sono sparato tutti i risparmi in questa vicenda. Nel tritacarne giudiziario ti distruggono da un punto di vista psichico, morale ed economico. La gente normale non si può difendere da una cosa del genere, può farlo solo Berlusconi perché ha un mare di soldi. La giustizia in Italia è fatta a misura dei potenti e dei ricchi, è un’emergenza pari alla crisi economica.

 

Con lei sono stati coinvolti Prodi, Mancino, Mastella.

 
Trovavano nomi nella rubrica e ipotizzavano chissà cosa. Indagavano sui biglietti da visita. Conoscevo mezzo mondo, ma era il mio lavoro. Però le telefonate in cui parlo di un appuntamento con Di Pietro sono sparite dal brogliaccio.

 

Ora che lavoro fa?

 

Sono ritornato ad aiutare i miei amici che producono caramelle, gelatine di frutta e cioccolato biologico. Faccio il piazzista.

 

Come si immagina il suo futuro?

 

Come un ragazzo che finisce la scuola o l’università e comincia a lavorare. Riparto da zero a 56 anni.

 

Ma più disilluso e arrabbiato di un giovane?

 

Amareggiato. Se non avessi avuto l’esperienza di fede che grazie al cielo ho incontrato ci sarebbe stato da impazzire. Danneggiati ma non distrutti. Noi perseguitati siamo rimasti in piedi diventando anche più amici; anche i nostri figli sono cresciuti, hanno capito come gira il mondo, che ogni uomo è fragile, anche quelli delle istituzioni. La struttura umana ed educativa che ha tirato su queste persone ha retto.

 

(Antonio Fanna)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori