LA STORIA/ “Il traguardo resta per sempre”: vi racconto la mia maratona di New York

- La Redazione

La Messa nella Cattedrale di St. Patrick, la corsa in uno scenario di straordinaria bellezza, l’arrivo, la fatica. ANDREA COSTANZI racconta la sua maratona di New York, in compagnia di un amico

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Sulla 5th Avenue, tra la 50esima e la 51esima strada, ho trovato il ristoro più adeguato per la mia prima maratona di New York: la Cattedrale di Saint Patrick, centro prominente della cattolicità americana e non solo per la maestosità delle sue forme neogotiche. Schiacciata di fronte al Rockfeller Center, si fa piccola come una parrocchia di paese e tale mi è parsa dopo aver partecipato al rito della Messa dei maratoneti alla vigilia della gara, il sabato sera alle 17.30.

Sulle tue vie tieni saldi i miei passi e i miei piedi non vacilleranno”: ha avuto vita facile nel citare il Salmo 17 il Reverendo Joseph Tyrell, incaricato dall’Arcivescovo di New York Timothy Dolan di celebrare l’Eucaristia di fronte a un popolo variegato, rappresentanza cattolica dei 45.350 partenti, 29mila uomini e 16mila donne (3.900 italiani) dell’indomani. Il celebrante non ha perso tempo a dichiararsi anch’egli maratoneta: “l’omelia è fin troppo facile questa sera, la maratona è metafora della vita, non basta l’entusiasmo per correrla, bisogna allenarsi così come la fede va allenata per star di fronte alle sfide della realtà. Correre è come pregare, amplia l’orizzonte della mente, spazza via la tentazione del lamento”.

Al termine della celebrazione una benedizione con centinaia di maratoneti intorno a Padre Joe. “E domani, dopo aver attraversato il traguardo tutti qui a ringraziare”. Potrebbero averla inventata i newyorkesi la maratona, vista l’intensità con cui la vivono. “Maggiore evento sportivo mondiale di un giorno”, la NYC Marathon è un concentrato di buoni valori, non solo salutismo, quanto solidarismo insuperabile. 26,2 milioni di dollari, uno per ogni miglio della corsa, sono stati raccolti dalle charities, le organizzazioni caritatevoli che si occupano di malati di tumore, persone senzatetto, bambini senza educazione. 6mila volontari coinvolti, 38 punti di ristoro con 357mila litri di bibite per sportivi, 12 traghetti e 500 pullman per trasportare i partecipanti a Staten Island, primo dei 5 borghi di New York ad essere toccato dalla corsa.

La sveglia suona alle 4 in albergo, c’è l’ora solare che confonde il receptionist sudamericano e non c’è più tempo per dormire. Il traghetto per Staten Island parte alle 5.30. I preparativi sono rapidi, scendo sulla Broadway e fermo il primo taxi, l’autista di colore in un attimo mi porta all’albergo del mio socio Silvio sulla 42esima all’incrocio con la 3a. Da lì in 10 minuti siamo al terminal del traghetto. Nonostante l’ora il clima è già euforico, non si perde tempo, la macchina organizzativa mostra già tutta la sua efficacia. Il traghetto salpa, i runners si appisolano sui ponti coperti, noi usciamo a poppa in tempo per vedere l’alba che tinge lo skyline di Manhattan.

Non servono parole, preghiamo a bassa voce. La baia con la statua della Libertà che si allontana e i ponti che la incorniciano sono il contesto più desiderabile al sorgere del nuovo giorno. Sbarchiamo a Fort Wadsworth che sono le 7, mancano 2 ore e 40 alla partenza. Questa è organizzazione. Niente affanni dell’ultimo minuto, adesso si può fare colazione, raccattare barrette energetiche, guardare il ponte di Verrazzano che si illumina e la temperatura che sale sopra lo zero. I partecipanti arrivano a scaglioni di centinaia, noi ci scaldiamo con tazzoni di caffè americano e vestiti che ci toglieremo all’ultimo secondo, lasciandoli raccogliere poco prima del via ai volontari che li distribuiranno alle charities, le organizzazioni che si occupano di chi ha bisogno.

 

Cresce l’attesa e si inizia anche a parlare di strategie, rifornimenti, obbiettivi. Non è vero che ci basta arrivare in fondo, questo è un background “decoubertiniano” che non ci soddisfa. Vogliamo stare sotto alle 3 ore e mezza, anche se il confine per un maratoneta serio è quello delle tre ore. Il tempo passa, bisogna consegnare la borsa che si vuole ritrovare all’arrivo ai camioncini marroni dell’UPS allineati come veicoli militari. D’altronde siamo in caserma e tutto si svolge in rigoroso rispetto delle regole. Alle 8,55 chiudono i cancelli per entrare nel proprio spazio di partenza, i corral, proprio come quelli del bestiame. C’è ancora qualche italiano ritardatario e non manca una concessione di elasticità al protocollo. Si chiacchiera amabilmente con i partecipanti incontrati casualmente alla partenza. Uno è newyorkese, dispensa consigli, è molto incoraggiante. Viene cantato l’inno americano a cappella e con 2 minuti di ritardo patriottico, si ode lo sparo di partenza dei primi.

 

 

Solo altri 2 minuti e siamo anche noi sulla linea del via, pronti ad attraversare il Verrazzano, lo skyline di Manhattan indorato da un tiepido sole all’orizzonte. I rimorchiatori nella baia pompano getti d’acqua giocosi verso di noi. Siamo ad un’altezza vertiginosa, le ondate da 15mila partenti l’una si dividono: il ponte è a due piani, l’onda verde che è la mia va al piano di sotto, la blu e l’arancione sospese dai cavi di ferro su quello che per anni è stato il ponte più lungo al mondo (circa 3 chilometri). Il mio percorso è più protetto dal vento gelido e meno ripido. Si scende a Brooklyn attraversando subito la folla di Bay Ridge in un crescendo di emozioni da stadio. La mia maglia azzurra con bandiera italiana favorisce l’incitamento, le prime orchestre, sono 130 lungo il percorso, scandiscono il passo suonando tutti i generi di musica dal blues al rock.

Mi sento privilegiato nel percorrere circuiti alternativi a quelli turistici sull’asfalto rattoppato di una città che non è solo avanguardia, dove si respira ancora l’atmosfera dello sviluppo industriale, odori e colori di salsedine, ghisa e cavi penzolanti di ferro. C’è una pausa nel tifo a Williamsburg, zona residenziale ebraica di Brooklyn, dove all’indifferenza per la maratona si associa l’attraversamento di due rabbini con la tazza di caffè alla mano. È come se quanto sta accadendo intorno a loro non esistesse. Brooklyn è una festa che non finisce mai, i 21 chilometri della mezza maratona si concludono poco prima del Pulaski Bridge e si arriva nel Queens. Il Queensboro Bridge, dove sono costretto a rallentare per la pendenza, ci porta immediatamente al muro di folla di Manatthan che si incontra scendendo dal ponte.

 

Sembra di fare passerella sotto una tribuna del Maracanà, il tifo è assordante. Iniziano 6 chilometri di 1st Avenue, per fortuna in leggera discesa fino al Bronx, che lambito dal percorso nel suo tratto più prossimo a Manatthan sembra assolutamente innocuo e vivibile. Anche qui la curva in discesa che ci porta nel quartiere simbolo del disagio è in realtà un’accoglienza festosa con musica che accelera il ritmo. Poi si torna a Manhattan e ci aspetta tutta la 5a Avenue con il suo muro finale, il miglio che precede il Guggenheim Museum è tutto in salita. Così come non manca la salita negli ultimi chilometri dell’autunno sfolgorante a Central Park, ma qui l’incitamento è imbattibile, riesco per la prima volta a incrociare anche mia moglie e gli amici che urlano a squarciagola. Il passo torna baldanzoso, decido di giocarmela fino in fondo con una signora che ho avuto nel mirino per tutta la corsa e la supero sulla linea del traguardo.

 

Ho mancato per un soffio il mio obbiettivo, il mio socio Silvio ce l’ha fatta precedendomi di un paio di minuti e dire che è più vecchio di dieci anni. Dieci anni di allenamento in più nella vita direbbe Padre Joe. E così seguo il consiglio di mia moglie (fai come il decimo lebbroso) e con le gambe a pezzi torno a Messa nella mia parrocchia di Saint Patrick, alla quale sento già di appartenere. “Mentre correvo e succhiavo le gelatine energetiche desideravo tagliare il traguardo – dice in una sintetica omelia Father Joe, dopo un’ottima maratona corsa in 4 ore e mezza – ma soprattutto volevo tornare qui a ringraziare, perché Dio non solo ci concede la grazia di fare cose buone, ma anche di partecipare al suo piano di salvezza”. Poi estrae da sotto i paramenti la medaglia pesante appesa al collo col nastro blu, quella che ha vinto insieme a tutti i 44.829 che hanno tagliato il traguardo. “È proprio vero che tutta la vita è data per allenarsi, la fatica passa, il traguardo resta per sempre”.

 

(Andrea Costanzi)

 

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