SANREMO/ Perché all’unità d’Italia c’è chi preferisce ancora Bella ciao e il Pci?

- Monica Mondo

Morandi vuol far intonare a Sanremo i canti che hanno segnato la storia d’Italia, Bella Ciao e Giovinezza. Ma, chiede MONICA MONDO, chi ne conosce davvero le origini?

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Foto Imagoeconomica

Il cda della Rai blocca Gianni Morandi e la sua idea di far intonare a Sanremo i canti che hanno segnato la storia d’Italia, da Bella Ciao a Giovinezza.  Nessuna concessione alle ideologie, abbiamo già tanti guai, Morandi ci canti Fatti mandare dalla mamma e si accontenti del contratto. Si blocca soltanto Giovinezza, in realtà, visto che Bella Ciao l’ha cantata in diretta Santoro, e nessuno ha avuto da ridire. Davvero in Rai c’è aria di trasloco, ma spesso a mostrar paura si fa la figura dei vili.

Vediamo un po’, Morandi avrà studiato, e scoperto che Giovinezza nasce nel 1909, col titolo Il Commiato, come canto d’addio agli studi degli universitari torinesi, dalla penna fina di Nino Oxilia e sulle note di un laureando in giurisprudenza. Belle parole: un inno un po’ vitalistico ai giorni passionali e lieto dei vent’anni e sfido chiunque a non aver avuto simili aneliti a quell’età (Piemontesina bella dice più o meno le stesse cose, e le pagine di De Amicis hanno gli stessi accenti). Si può discutere sugli ultimi versi: meglio la morte, al grido dei compagni irredenti.

Bellicoso, retorico? Per forza, le terre italiane non liberate bruciavano l’orgoglio, e si era alla vigilia di una guerra terribile per riconquistarle. Pare che, eseguito davanti agli alpini, il  5° Reggimento si entusiasmò, acclamandolo come proprio canto ufficiale. Lo cantarono dunque le penne nere, affrante da Caporetto, resistendo sulla linea del Piave. Da canto delle trincee passò poi agli Arditi, e agli squadristi del Fascio. Ma questi cambiarono le parole, attribuendo proprio al Fascismo “la salvezza della libertà”.  

Bella Ciao? Nasce nell’800 in Padania (si può dire delle terre subito sotto il Po?) come canto delle mondine e mi sembra più veritiero che ricercarne le origini nelle melodie Yiddish d’oltreoceano. Diceva più o meno: mi devo svegliar presto la mattina per andare giù in risaia. Meno esaltante, come testo. Ma anche qui furono cambiate le parole e diventò l’inno dei partigiani e della resistenza. Anzi, della Resistenza, con la maiuscola, evento fondativo della storia repubblicana, e mito da celebrare senza tentennamenti e senza dar troppo peso alle cronache.

E da allora, l’inno di un’ideologia negata dalla storia, nostalgico rimpianto di una rivoluzione mancata. Si dirà, alle note di Giovinezza i nostri vecchi saltano sulle sedie, odono i passi dei repubblichini, e l’odore di olio di ricino. Provate a chiedere ai sacerdoti emiliani, ai tanti civili che effetto facevano gli inni delle bandiere rosse. Notiamo in aggiunta che Bella Ciao è particolarmente apprezzata in Cina e a Cuba, dove i partigiani sono sostituiti dai guerrilleros.

Sarebbe stato bello ascoltarle entrambe, rubando magari alle lumières de Festival qualche minuto per farle contestualizzare da uno storico in gamba.  Non sono solo canzonette, queste sono note da brivido, avrebbero saputo commuovere. Sarebbe stato un flop di ascolti, magari, una captatio benevolentiae del pubblico televisivo più anziano (perché, ce n’è altro?). Ma l’intenzione del fidato Morandi era buona, buonissima. Un popolo si è dilaniato, durante e dopo la guerra, i vincitori sono diventati vinti. Nel celebrare i 150 anni dell’Italia unita tocca tener dentro tutti, senza dividersi tra buoni e cattivi. Che poi, sul trancio netto che li separa ci sarebbe molto da dire.

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