YARA GAMBIRASIO/ Parla Mohammed Fikri, il marocchino accusato dell’omicidio: “Ho vissuto un incubo”

- La Redazione

Mohammed Fikri, il ragazzo marocchino incarcerato, e in seguito rilasciato per il rapimento e l’assassinio di Yara Gambirasio, racconta i suoi momenti in cella in un intervista rilasciata a Il Corriere della Sera.

yara_ginnasticaR400
Pubblicità

Mohammed Fikri, il ragazzo marocchino incarcerato, e in seguito rilasciato per il rapimento e l’assassinio di Yara Gambirasio, racconta i suoi momenti in cella in un intervista rilasciata a Il Corriere della Sera.

Parla il ragazzo marocchino accusato del rapimento e dell’omicidio di Yara Gambirasio e successivamente scarcerato, Mohammed Fikri. Intervistato da Il Corriere della Sera, dice di aver «vissuto un incubo» e che spera che la ragazza venga ritrovata «sana e salva». Il giovane, di 23 anni è provato. «Quando ti accade una cosa del genere è difficile anche solo mangiare o prendere sonno perché, purtroppo, ti cambia la vita», afferma. L’ora e il luogo dell’intervista li ha scelti lui. Vuole mantenere segreta la località in cui, adesso, si trova, circondato dai suoi numerosi familiari che lo hanno sempre sostenuto durante la vicenda. «Ero molto felice dopo essermi imbarcato a Genova. Sapevo che avrei rivisto la mia famiglia alla quale sono molto legato», racconta, riferendosi al viaggio che avrebbe dovuto compiere per tornare in Marocco per un periodo di riposo. Ma due ufficiali della nave lo avvicinano, gli chiedono i documenti, gli fanno delle domande su Yara che nega di aver mai sentito anche solo nominare. «Mi sono ritrovato in cella, a Bergamo, e da quel momento è iniziato il mio incubo. Mi è crollato il mondo addosso. Sono passato dalla gioia di pensare a riabbracciare i miei genitori alla paura delle ore trascorse da solo in una cella».

CLICCA >> QUI SOTTO PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO

Pubblicità

 
Nel carcere, il suo timore fondamentale era quello di «di non essere creduto. L’idea di trascorrere tanti anni da innocente in cella mi toglieva il respiro». Uno dei pensieri che maggiormente lo tormentava, era che «la notizia non fosse arrivata ai miei genitori». Preoccupazioni che, per fortuna, non hanno trovato conferma: «Ho risposto a tutte le domande. Mi dovevano credere. Poi meno male che hanno riascoltato la telefonata ed hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto». Si è conclusa positivamente la vicenda, almeno per Fikri, che assicura di non provare alcun rancore: «la mia religione m’impone di chiedere perdono anche per chi ha sbagliato. Io ho già perdonato». Solo una cosa, tuttavia, reclama: «Vorrei che l’Italia mi restituisse la dignità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità

I commenti dei lettori