SCONTRI A ROMA/ 1. Violante: la guerriglia di piazza è il cortocircuito della politica

- int. Luciano Violante

«Le manifestazioni di piazza di ieri sono il segno di un malcontento che nasce dallo scollamento tra politica e società». afferma LUCIANO VIOLANTE

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«Le manifestazioni di piazza di ieri sono il segno di un malcontento che nasce dallo scollamento tra politica e società. Non basta una generica solidarietà ai manifestanti, nemmeno da parte del Pd. Occorre quella sintonia con i bisogni reali del Paese che negli ultimi due anni e mezzo è venuta meno da parte di un po’ tutti gli schieramenti». Lo afferma Luciano Violante, intervistato da Ilsussidiario.net sui disordini di piazza avvenuti nella giornata di ieri.


Onorevole Violante, da dove nascono i fatti che abbiamo visto ieri a Roma?

Nascono innanzitutto dal fatto che ci sono dei bisogni inespressi, non rappresentati, da parte di persone che non si sentono tutelate. Dentro questo poi ci può essere il malessere generale della società italiana. E il problema di fondo è lo scollamento tra politica e società, determinato dalla legge elettorale, che ha creato dei circuiti separati. In politica ormai tutto si svolge all’interno di un circuito senza alcun rapporto con quello che succede nel Paese e con i suoi bisogni.
 

In che modo è possibile riassorbire i manifestanti di ieri nei partiti rappresentati in parlamento?

Innanzitutto, non so se una parte è riassorbibile. Anche nell’ultimo rapporto del Censis, si fa riferimento a una grave preoccupazione del Paese per il proprio futuro. Queste sono le cose sulle quali bisognerebbe intervenire con una certa determinazione. Quanto tempo abbiamo perso inutilmente, senza affrontare i problemi sociali del Paese?
 

E questa perdita di tempo che conseguenze ha avuto?

 

 

Oggi come oggi politica e società sono due cose che viaggiano su due binari completamente diversi. Il punto reale che io trovo in crisi è proprio il rapporto tra società e politica. Questo fa sì che la società non si senta in genere rappresentata e la politica non sente in sé il dovere della rappresentanza dei cittadini. E quindi c’è una trasformazione in senso corporativo sia della politica sia della società.

E che cosa intende fare il Pd per cambiare la situazione?

La mia proposta al partito è una riunione del coordinamento con delegazioni degli studenti e dei ricercatori che stanno manifestando per discutere come correggere questa legge in Senato.

Il fatto che la sinistra estrema non sia più rappresentata in parlamento può avere aggravato le manifestazioni di piazza?

Certamente. Quando delle forze consistenti presenti in un Paese non sono presenti in parlamento è sempre una perdita. Anche perché poi fa di quelle forze delle forze condannate al radicalismo più che alla mediazione, essendo fuori dalle sedi in cui la mediazione si svolge.
 

Bersani è salito sul tetto. Un segno di sintonia con i manifestanti, o del fatto che questi ultimi dettano l’agenda alla politica?

Credo che questo vada chiesto a Bersani, non a me, visto che è salito lui sul tetto: lasciamo stare il Pd.
 

Ma si sarà fatto un’idea…

 

 

Bersani era del tutto convinto del fatto che bisognasse dare un segno di solidarietà, cosa giusta del resto. Ma una volta saliti sul tetto il problema di contenuti della legge rimane. E’ indispensabile quindi andare oltre alla solidarietà. Dal momento che i parlamentari del Pd hanno condotto una battaglia molto dura sulla riforma dell’università, sarebbe stato utile costruire un rapporto di rappresentanza e di comunicazione. Non so quanti di quelli che manifestano sappiano che cosa il Pd ha proposto in alternativa alla riforma Gelmini, che tipo di impegni si è assunto, quali modifiche ha fatto.
 

Ma come si risolve alla radice questo problema di rappresentanza?

Modificando la legge elettorale e ritornando ai collegi uninominali. Il rimedio è cambiare la legge elettorale e dare ai cittadini la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti. Nel momento in cui i parlamentari sono eletti da un particolare collegio, gli elettori possono chiedergli: «Che cosa state facendo? Siamo d’accordo, non siamo d’accordo, discutiamo». E questo vale in particolar modo quando un parlamentare cambia partito.

Quali prospettive vede dopo il voto di fiducia al governo Berlusconi?

Prevedo che l’Udc non aderirà alla maggioranza, anche perché c’è un punto politico delicato, la cosiddetta fiducia. La fiducia del governo alla Camera è stata ottenuta grazie a parlamentari che avevano votato contro il centrodestra nelle ultime elezioni politiche. Ora, può darsi che continui l’azione di convincimento di parlamentari perché si spostino nella maggioranza, però quanti se ne possono spostare ancora?

E quindi?

 

 

E le assicuro che specie alla camera con tre quattro cinque voti di maggioranza non si governa. Il governo Berlusconi quindi non andrà molto lontano. Mi auguro quindi che da parte sua ci sia un atto di ripensamento da parte sua, che vada nell’interesse del Paese. L’unica alternativa sono le elezioni.
 

Il Pd sosterrebbe un governo tecnico?

Se ci fosse un governo che affronti in modo nuovo i bisogni del paese sì. Ovviamente un governo non può essere presieduto nuovamente da Berlusconi.


E quali sarebbero le sue priorità?

La questione fiscale, con una particolare attenzione a imprese e famiglie, il lavoro, le riforme istituzionali e il cambiamento della legge elettorale.


I partiti politici italiani sono in crisi?

Sì, in Italia stiamo assistendo al paradosso di una partitocrazia senza partiti.


E fino a che punto questo coinvolge il Pd?

Il Pd resiste, pur con difficoltà, e ha consolidato l’idea delle due forze riformatrici che si uniscono. Ora però bisogna andare avanti, facendo molto di più per interloquire con coloro che sono titolari dei problemi del Paese.


(Pietro Vernizzi)


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