SCONTRI/ Asfa Mahmoud: noi islamici lavoriamo coi cattolici e via Padova può essere un modello

- int. Asfa Mahmoud

Milano, Via Padova. In uno scontro tra bande un giovane egiziano muore accoltellato. ASFA MAHMOUD, presidente della Casa della cultura islamica, interviene nel dibattito: «Questo quartiere può diventare un modello di convivenza e integrazione utile a tutti»

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Milano, Via Padova. I recenti fatti di violenza che hanno visto cadere sull’asfalto un giovane egiziano, accoltellato in uno scontro tra bande per più che futili motivi ha suscitato diverse reazioni. Mentre gli schieramenti della politica iniziano ad accusare i rispettivi modelli di integrazione, gli ultimi cittadini italiani rimasti, esasperati, sembrano intenzionati, seppur a malincuore, a lasciare il quartiere al proprio destino. «Occorre coraggio per tutti: per gli italiani come per gli stranieri» dice il comunicato dei preti delle comunità del quartiere. «Una convivenza è possibile  – continua il comunicato – se ci sono delle norme e dei patti che permettono alle persone che hanno storie diverse e culture differenti di riconoscersi e di rispettarsi».
Parole di realismo e di speranza arrivano anche da Asfa Mahmoud, presidente della Casa della cultura islamica, da anni punto di riferimento per i musulmani di quella stessa zona. «Questo quartiere – confida Mahmoud a ilsussidiario.net – può diventare un modello di convivenza e integrazione utile a tutti».
 
Dottor Mahmoud, qual è la situazione che negli anni si è venuta a creare attorno a via Padova?

Fin dagli anni Sessanta questa via di Milano è stata la frontiera dell’immigrazione. A cominciare dagli italiani che arrivavano dal Meridione, fino ai primi extracomunitari. Pur tra mille problemi il fenomeno è stato gestito da una città che ha sempre saputo accogliere l’altro. Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto però dimensioni imponenti ed è stato lasciato a se stesso. Oggi, per intenderci, in un’unica via provano a convivere persone che provengono da 50 nazioni diverse.

Quale contributo avete cercato di dare in questo momento estremamente delicato?

La prima cosa che la Casa della Cultura Islamica ha voluto fare in seguito all’uccisione del ragazzo egiziano è stata la condanna di questo gesto e delle violenze che sono seguite. Ora è importante lasciare che la giustizia faccia il suo corso. Per questo invitiamo i cittadini di origine egiziana ad avere fiducia nella magistratura per evitare scontri razziali e fermare la spirale della violenza. Alle istituzioni chiediamo però più attenzione per il quartiere e maggiori sforzi per favorire un’integrazione che ai nostri occhi è sicuramente ancora possibile.

Dal vostro comunicato si avverte il timore che questo caso venga strumentalizzato in chiave elettorale…

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Il ragazzo che è stato ucciso aveva 19 anni, lavorava come pizzaiolo e aveva regolare permesso di soggiorno. Per questo non mi sembra corretto spostare il problema su temi come la clandestinità, la malavita organizzata o l’odio tra sudamericani ed egiziani. A questo proposito, sicuramente non ci auguriamo la formazione di ghetti chiusi, perché alimentano soltanto i sospetti e l’odio tra le diverse etnie.

Clandestinità e malavita sono comunque presenti in questo quartiere e stanno portando alla fuga dei residenti di nazionalità italiana…

È innegabile che gli italiani si stiano spostando e che molte situazioni non siano sopportabili. Proprio per questo vorrei che le istituzioni tornassero a farsi vedere. Per quanto riguarda la clandestinità sono invece convinto che la Bossi-Fini non sia una legge in grado di risolvere il problema con giustizia.

Che tipo di interventi si aspetta da parte del Comune e delle istituzioni?

Innanzitutto una presenza vigile delle forze dell’ordine per evitare situazioni di degrado, con la consapevolezza però che queste misure sono una premessa e non la strada maestra verso l’integrazione.
Non è accettabile che ci siano dei bivacchi in pieno giorno di giovanissimi, soprattutto sudamericani, che si ubriacano comprando casse di birra al supermercato. Permettere questo degrado significa favorire la nascita di una zona franca. Dopodiché ci vorrebbe maggiore attenzione al fenomeno delle bande che si stanno diffondendo in tutta Milano e non solo in via Padova.

Se la sicurezza è la premessa ma non la soluzione come si favorisce l’integrazione?

L’integrazione è l’altra faccia della sicurezza e non si ottiene militarizzando il quartiere, ma creando un’alternativa. Nel nostro piccolo abbiamo da subito puntato ai corsi di lingua italiana per stranieri, all’insegnamento della Costituzione Italiana e a diverse iniziative che favorissero l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro e alloggio. Tutto ciò va contro l’alienazione e la diffidenza tra persone di culture diverse, come il sermone del venerdì in lingua italiana e il sostegno alle famiglie affinché mandino i figli nelle scuole pubbliche.

Per queste attività usufruite di qualche finanziamento pubblico?

 

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No, ciò che riusciamo a fare è finanziato dalle offerte di chi frequenta la Casa di Cultura Islamica.

Come sono i vostri rapporti con le associazioni sul territorio nate da culture e religioni diverse?

I rapporti con le parrocchie del quartiere sono ottimi. Spesso organizziamo momenti comuni di conoscenza e collaborazione, senza escludere lo sport e il divertimento. Con loro e le associazioni presenti sul territorio partecipiamo poi al comitato di quartiere per cercare risposte ai problemi di tutti i giorni: dai buoni per supermercato e pizzeria da dare ai più poveri, alle iniziative ricreative per i più giovani.

Un fermento di risposte a queste sfide a livello di base quindi è già presente?

Certo. Quello che non viene detto sui giornali, forse anche per colpa della campagna elettorale, è che non ci troviamo davanti a uno scontro di religioni, di razze o etnie. Se il Comune torna a dare una mano questo quartiere può davvero diventare un modello e una speranza per tutti.

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