CASO MURPHY/ Parla William Levada, il successore di Ratzinger alla Dottrina della Fede

- La Redazione

Caso Murphy. Anche il successore di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex arcivescovo di San Francisco William J. Levada, si è espresso.  

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Caso Murphy. Anche il successore di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex arcivescovo di San Francisco William J. Levada, si è espresso. Precisando tutti i termini della questione. Attraverso un’analisi dettagliata e scrupolosa dei fatti – inseriti nel giusto contesto e nel corretto ordine cronologico – Levada smaschera le scorrettezze, le imprecisioni e la volontà di strumentalizzare la vicenda del New York Times.

– Riferendosi agli articoli nel New Yor Times “Avvertito degli abusi, il Vaticano non ha sospeso un sacerdote” (il dossier di Laurie Goodstein sugli abusi sessuali coperti dal Vaticano) e l’editoriale di contorno “Il Papa e lo scandalo della pedofilia”, mons. William Levada rimarca alcuni passaggi ignorati dal quotidiano e dalla “letteratura” successiva. Come quello in cui Laurie Goodstein, dopo aver ribadito più volte che il Vaticano non volle denunciare i reati commessi alle autorità civili, scrive che Murphy ottenne «un ‘lasciapassare dalla polizia e dai procuratori». Non è un elemento di poco conto. «In base al suo racconto, sembra chiaro che le autorità penali erano state informate, molto probabilmente dalle vittime e dalle loro famiglie», fa presente il cardinal Levada.


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L’intento principale delle accuse sul caso Murphy, ricorda Levada, ruotano attorno all’intenzione di imputare a Ratzinger la decisione di insabbiare il processo. «Ma i leader della Chiesa scelsero di difendere la Chiesa anziché i bambini. Il rapporto illustrava il tipo di comportamento che la Chiesa voleva scusare per evitare lo scandalo» recita l’editoriale del New York Times, dando ciò di cui scrive per assodato.  

 

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-Levada, citando date e documenti, assemblati negli articoli del New York Times alla rinfusa, a prescindere dal prima e dal poi, sottolinea, tra gli altri, un aspetto:«Scusatemi», fa presente Levada, «perfino l’articolo della Goodstein, basato su "dossier rinvenuti di recente", pone le parole relative alla volontà di difendere la Chiesa dallo scandalo sulle labbra dell’Arcivescovo Weakland, non del Papa». Ecco la fonte che rivela la volontà di Ratzinger di insabbiare. L’ex arcivescovo Rembert Weakland. Si tratta dell’uomo che nel 2002 fu costretto a dimettersi in seguito alle pubbliche accuse di violenza sessuale, da lui perpetrate ai danni di un suo ex studente di teologia. Al di là di questa vicenda, Weakland ammise la sua omosessualità, confessando di aver iniziato a praticarla solo da vescovo. «E’ proprio questo tipo di fusione anacronistica che penso giustifichi le mie accuse sul fatto che il Times, affrettandosi ad emettere un verdetto di colpevolezza, manca di giustizia nei confronti di Papa Benedetto XVI» conclude Levada.

 

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