FAMIGLIA/ Solo un “quasi-mercato” può porre rimediare ai costi folli degli asili nido

- La Redazione

In Italia i gli asili nido e gli altri servizi integrati per l’infanzia hanno per la famiglia media costi esorbitanti, con divari enormi tra regione e regione. Che fare? Lo spiega GUIDO BOLDRIN

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Recentemente ho partecipato ai lavori del Gruppo di lavoro Famiglia e Minori del CNEL dove abbiamo definito un Documento di Osservazioni e Proposte che fa il punto sugli orientamenti per lo sviluppo delle politiche famigliari riferite ai Nidi e ai Servizi integrati per l’infanzia (Centri per bambini e genitori, Spazi gioco, Servizi e interventi educativi in contesto domiciliare).

I dati di partenza sono allarmanti. L’Italia è ormai fuori tempo massimo rispetto agli obiettivi della Conferenza Europea di Lisbona del 2007 che stabiliva il traguardo fissato per il 2010: soddisfare il 33% dell’utenza potenziale nei Servizi per l’Infanzia per raggiungere il 60% di occupazione femminile. La situazione è davvero critica perché i tassi di accoglimento della domanda delle famiglie, rispetto a questi Servizi è solo marginalmente soddisfatta ed essi sono riservati di fatto, nel nostro Paese, ad una minoranza di bambini (14,6%), con qualche eccezione per alcune Regioni del Centro-Nord (27-28%). Esiste inoltre una netta spaccatura tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, con l’Emilia Romagna che raggiunge il 27,7% e la Campania che registra soltanto l’1,8%. Si può affermare che lo stato dei Servizi all’infanzia nelle Regioni meridionali rappresenta, certamente, una delle cause che concorre ad aggravare il basso tasso di natalità e dell’occupazione femminile.

In questo quadro emerge una domanda sempre più crescente di Servizi da parte delle famiglie. Una domanda che chiede Servizi, di qualità ma anche con una “flessibilità organizzativa” che non è colta dall’attuale rete di offerta. Recita il Documento del CNEL: «…l’accoglimento delle richieste di “flessibilità organizzativa” potrebbe far fronte alle esigenze di famiglie in cui i genitori siano occupati con nuove condizioni di lavoro, con orari frammentati o su turni, così come a quelle specifiche legate a periodi particolari della vita professionale dei genitori o dei bambini; potrebbe prevedere una modulazione di utilizzo nel corso dell’anno senza lunghe pause e con l’ingresso al compimento dei tre mesi di età senza ulteriori limitazioni, un’offerta flessibile di servizi di mensa – riposo – socialità e supporto educativo, una maggiore integrazione con la rete familiare allargata».

Uno dei passaggi fondamentali del Documento del CNEL coglie l’assoluta necessità e utilità di rispondervi: «I servizi 0-3 anni sono contesti privilegiati di prevenzione in quanto creano un ambiente favorevole di promozione dell’agio per i piccoli e di sostegno alle capacità genitoriali. Servizi educativi pensati, programmati e di qualità si sono manifestati, infatti, luoghi di prevenzione primaria, nei quali, grazie all’osservazione e alla cura personalizzata, si interviene in modo tempestivo su incipienti carenze personali o dovute all’ambiente socio-educativo familiare».

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Altro punto saliente del Documento riguarda l’analisi dei costi. I Servizi all’Infanzia si sono differenziati nel tempo dovendo rispondere a sempre nuove esigenze ma di fronte alle difficoltà di bilancio e ad una richiesta quantitativa, di varietà e di qualità sempre maggiore le Amministrazioni locali sono sempre più in estrema difficoltà. Occorre osservare che la Legge 1044/1971, che teneva presenti solo gli asili nido comunali, non ha goduto come altre leggi di una manutenzione periodica e, di fatto, ha lasciato tutta la responsabilità gestionale alle Regioni. E’ in questo che va ricercata una delle cause principali dell’attuale divario esistente tra le stesse Regioni (offerta di servizi che oscilla tra meno del 2% e il 28%) e spesso anche all’interno dello stesso territorio Regionale.

Il punto essenziale che caratterizza la carenza a tutti i livelli di Servizi all’infanzia, è principalmente la questione del loro costo. Nel sopracitato documento del CNEL sulla base dell’indagine svolta dal Gruppo Nazionale di Studio Nidi Infanzia è possibile individuare il costo orario del servizio erogato in una fascia compresa fra i 4 ed i 6 euro per bambino, cifra che tiene conto dei diversi parametri regionali in materia di personale utilizzato. Un range che sembra capace di contenere diverse possibili soluzioni e varianti organizzative e gestionali con la garanzia di elementi di qualità fondamentali come quelli della stabilità e continuità dell’organizzazione del servizio ma che porta a un costo mensile, con una frequenza di 40 ore settimanali, che può variare dai 640 euro ai 960 euro.

 

Diventa dunque evidente che laddove non c’è una adeguata risposta di Servizi da parte dell’Ente Pubblico e non c’è una integrazione economica alla sopportabilità dei costi per quel privato sociale che si pone come supplente o alternativa del settore pubblico con l’offerta di risposte al bisogno di cura dell’infanzia, le tariffe a carico della famiglia diventano insostenibili. I costi, in questo tipo di servizio, in gran parte sono riferiti al costo del personale diretto (circa l’84% a cui si aggiunge un 7% di costi indiretti). Costi che oltre una certa soglia diventano “incomprimibili” pena il venir meno della qualità del servizio offerto, il rispetto dei diritti dei lavoratori e la garanzia della continuità dell’attività.

Dall’altra parte i dati ISTAT confermano una situazione critica per le famiglie, soprattutto per quelle con più figli, dove non è pensabile che a fronte di rette mensili per un tempo pieno negli Asili Nido che raggiungono le cifre sopra indicate (laddove non c’è un contributo pubblico) vi possano far fronte quel 60,2% di genitori che dai dati citati hanno a disposizione un reddito familiare inferiore a 1.500 euro al mese).

 

Se quindi le famiglie hanno bisogno di questi servizi e non possono permetterselo come si fa?

 

 

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Noi, e il punto di vista che esprimo è quello del privato sociale, in particolare di quel privato sociale che offre Servizi alla Famiglia e all’Infanzia, abbiamo cercato in questi anni di lavorare sul miglioramento della qualità e sulla riduzione dei costi e non smetteremo di farlo in futuro. È del tutto evidente che laddove gli operatori del privato sociale lavorano in rete o in Consorzi di Servizi possono godere di alcuni benefici senza che questo aggravi ulteriormente i conti economici, ma anzi li migliori. Per esempio la messa in comune di esperienze gestionali, i Manuali di Qualità condivisi, l’accompagnamento di chi ha maturato maggior esperienza sostengono gli affiliati più giovani o semplicemente li favoriscono nelle fasi iniziali di avvio delle iniziative evitando errori e dispendi.

Ma è anche necessario che la politica faccia bene il suo mestiere. Il già citato Documento del CNEL individua alcune linee di intervento, assolutamente condivise. Il primo passo dovrebbe essere quello di definire a livello nazionale principi, orientamenti e finanziamenti per lo sviluppo e il mantenimento di livelli essenziali di presenza dei Servizi su tutto il territorio nazionale, tenendo conto delle forti differenziazioni che caratterizzano l’attuale situazione.

Occorrerebbe inoltre coordinare maggiormente le iniziative legate allo sviluppo autonomo delle normative da parte delle Regioni e rafforzare le funzioni di riferimento dei Comuni quali titolari delle competenze alla promozione e al controllo del sistema integrato dei servizi pubblici e privati attivi sul territorio.

La riforma del Titolo V della Costituzione, assegnando alle Regioni la titolarità delle politiche di Welfare, ne ha limitato l’impatto soprattutto con riferimento agli aspetti più riformatori del sistema: la determinazione dei livelli essenziali di assistenza; i processi di programmazione partecipata a livello regionale/locale; l’integrazione delle politiche sociali con quelle sanitarie, educative, formative e lavorative e il ruolo assegnato al Terzo Settore. Ed è in questo senso che la compresenza delle forme gestionali pubbliche e private permette confronti, innesco di pratiche virtuose, sostegno reciproco, integrazioni, in vista di una sempre maggiore qualificazione di questi servizi.

 

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Per questo è necessario che tutti i soggetti che erogano Servizi possano trovare spazio secondo il proprio effettivo valore senza discriminazioni tra soggetto pubblico e privato in una logica sussidiaria. Il mercato deve essere libero dando a tutti gli attori la possibilità di operare ad armi pari, giudicati soltanto, da chi usufruisce del servizio, per le reali capacità che gli erogatori del servizio stesso sanno esprimere al prezzo migliore. Perché occorre anche dire che quanto spende il servizio pubblico per ogni bimbo accolto in un asilo è molto più alto di quanto risulta in una struttura del privato sociale.

Gli asili italiani sono infatti considerati i più costosi d’Europa: è quanto emerge dalle ultime statistiche che imputano, in primo luogo, la motivazione degli alti costi alle incongruenti linee politiche dei vari governi succedutisi. Secondo i dati diffusi dall’Anci, in una ricerca del 2009, che ha condotto il suo studio in tutti Comuni italiani, si afferma che un posto in un asilo pubblico ha un costo medio di 15 mila euro annui a bambino, sebbene ci siano differenze enormi tra Comune e Comune italiano. Per esempio un posto in un asilo nido romano costa 15.049 euro l’anno: 1.254 euro al mese per dodici mesi. Ad Ascoli Piceno: 15.656 euro l’anno. Più in basso nella classifica, si piazzano la città ligure di Ospedaletti (15.575), il paese siciliano di Piraino (15.399), poi Ventimiglia (14.622), Vimercate (14.483) in provincia di Milano, Venezia (14.098), Nizza Monferrato (14.045), Borghetto Santo Spirito (13.856) in Liguria, Brescia (13.840), Marcianise (13.580) in Campania e Como (13.288). E si potrebbe continuare a lungo così.

 

Fin quando, e se mai, si potrà operare in un contesto di quasi mercato anche per quanto concerne l’offerta di Servizi alla persona, se non si vuole riversare totalmente il costo del servizio sulle famiglie solo il sostegno pubblico alla copertura dei costi potrà consentire all’iniziativa privata di integrarsi pienamente nella rete delle opportunità accessibili ai bambini e alle famiglie in modo generalizzato ed equo. Diversamente chi si convenziona col pubblico non può essere costretto ad un contenimento dei prezzi che pregiudica quella qualità, garanzia di rispetto per chi è accolto e per chi opera nel Servizio, che si dimostra un costo non riducibile oltre un certo standard.

Su questi temi abbiamo bisogno di trovare degli interlocutori con cui confrontarci e trovare le necessarie soluzioni ai problemi esistenti.

 

(Guido Boldrin, direttore generale Consorzio Nazionale ConOpera)
 

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