LOVE PARADE/ Trotta (Barley Arts): ci vogliono lasciare solo la tv. Meluzzi (psichiatra): hanno scatenato istinti atavici, reazione inevitabile

- La Redazione

La Love Parade non si farà più? Claudio Trotta, direttore artistico di Barley Arts, pensa che è «una notizia terribile», mentre per lo psichiatra Meluzzi, «rinchiudere tante persone in un luogo chiuso è da folli. Scattano istinti atavici, razionalmente incontrollabili»  

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La Love Parade non si farà più? Per Claudio Trotta, direttore artistico di Barley Arts, è «una notizia terribile». Certo, non così grave come quella della tragedia di Duisburg, che ha ucciso 20 ragazzi tra cui l’italiana Giulia Minola. Ma comunque un altro passo avanti verso una società dove sarà proibito tutto, tranne la tv. Il re dei concerti rock, lontano mille miglia dai riti della musica dance, ritiene che i ritmi techno «non vadano assolutamente criminalizzati, perché quanto si è verificato a Duisburg è stato causato solo da una crisi di panico totalmente imprevedibile e incontrollabile». Trotta, che oltre a organizzare le tappe italiane di Bruce Springsteen ha lanciato anche Campovolo, il concerto-evento tenuto dal rocker emiliano Luciano Ligabue il 10 settembre 2005 all’aeroporto di Reggio Emilia, cui sono accorse più di 160mila persone, ritiene che sulla tragedia di Duisburg sia stato scritto un mare di stupidaggini.

«In primo luogo – osserva il responsabile di Barley Arts – perché nessuno ha verificato che ci fossero davvero un milione e mezzo di persone, e io credo che ce ne fossero di meno. Inoltre perché Guido Bertolaso e gli altri commentatori non hanno trovato niente di meglio da fare che addossare le responsabilità a organizzatori, polizia, musica e grandi eventi dal vivo in genere. Nulla di più sbagliato». Come osserva infatti Trotta, «la Love Parade altro non è che una riproposizione moderna del carnevale, una sfilata in cui l’identità, l’ego dei singoli, si fonde nella collettività. Un bisogno antico come il mondo. Da sempre gli uomini, così come noi li conosciamo, hanno sentito la necessità di scendere in strada a festeggiare».

«VOGLIONO VIETARCI DI VIVERE» – La Love Parade esiste da 25 anni e, prosegue Trotta, «finora non ha mai creato problemi, è stato un movimento di persone che si sono riunite spontaneamente per fare parte di una collettività che vuole solo divertirsi e vivere. E se adesso vogliono vietare alle persone anche di vivere, basta dirlo». Per l’organizzatore di Barley Arts, «l’unico problema tutt’al più può essere che la manifestazione era urbana. Forse lo spazio per la parte finale dell’evento era troppo stretto rispetto al numero di persone arrivate da ogni dove. E soprattutto, le nostre città di origine antica non sono probabilmente più adatte a ospitare questo tipo di assembramenti».

 

Ma al di là degli interrogativi su eventuali responsabilità, che saranno chiarite dalla magistratura, la riflessione che si impone per Trotta è un’altra: «Perché, anche nell’era di Internet, degli sms, delle chat e di Facebook, ci sentiamo così soli da sentire il bisogno di scendere in piazza per questi riti collettivi, accomunati dalla musica, dallo sport o dalla religione? Certi eventi sono una valvola di sfogo, proprio come il carnevale o il Capodanno. E’ vero che in queste occasioni spesso le persone “escono dai binari”. Ma perché ergerci a giudici di quanti avvertono questa necessità, anche solo per una volta l’anno?». Eppure le polemiche subito dopo la strage si sono scatenate, qualcuno ha accusato gli organizzatori per avere fatto continuare lo show… «E che cosa avrebbero dovuto fare? Comunicare al microfono che erano morte 20 persone? Troppo facile sparare sentenze e giudizi, la verità è che quella massa di persone non si poteva controllare neanche con il migliore servizio d’ordine, perché era numerosa e in spazi ristretti».

 

 

 
QUANDO IL FANATISMO E’ UN KILLER
– Ovvio che poi il giudizio di Trotta sui grandi eventi di massa non è positivo a prescindere. «E’ una questione di sensazioni personali e di momenti – precisa -. Sentirsi parte della collettività in certi momenti può fare bene, ma non deve essere l’unica possibilità di comunicare con le altre persone. Bisogna ricordarsi di chi ci sta vicino per davvero, con chi abiti, lavori, chi vive nel tuo palazzo, gli amici e i familiari. I grandi concerti devono essere delle opzioni, e non le uniche. E l’importante è non fanatizzare. Io il fanatismo non lo digerisco, di qualsiasi tipo si tratti».

 

Un ruolo fondamentale può essere giocato dall’educazione. «Nessuna politica repressiva sarà giustificata, ma credo invece in un difficile e complesso ma necessario bisogno di educazione delle persone, di tutte le persone, sui criteri base del comportamento necessario per affrontare situazioni di emergenza». Infine, per il fondatore di Barley Arts occorre anche che i concerti siano pensati in modo diverso. «Spesso si cura solo quello che c’è sul palco, al resto non ci si fa caso. Con una tendenza al gigantismo, all’eventismo e a produzioni sempre più ricche, schermi e scenografie. Ma si è dimenticato l’aspetto fondamentale, quello ricettivo, di location, che cosa si vende nei bar dentro allo spazio del concerto e quanto lo si fa pagare. Il concerto è un’esperienza, di cui lo spettatore deve portare con sé un ricordo positivo dal momento in cui è entrato a quello in cui è uscito».

 

 

 

 

Diversa invece l’analisi dello psichiatra Alessandro Meluzzi, secondo cui «tutto quanto si è verificato è stato causato dal fatto che ci si trovava in uno spazio chiuso, se l’evento fosse stato all’aperto non sarebbe accaduto nulla del genere. Negli Stati Uniti per esempio si è pensato di organizzare dei Rave Party nel deserto del Nevada, dove chiunque poteva scappare per molti chilometri in tutte le direzioni». E l’interpretazione psicologica della tragedia di Duisburg per Meluzzi è molto semplice: «Ciascuna persona ha bisogno come minimo di 35-40 centimetri quadrati. Alla Love Parade siamo arrivati a 20 centimetri. Ed è successo quello che abbiamo visto. Lo schiacciamento reciproco è come l’agitazione molecolare del gas: più c’è pressione e più c’è agitazione. E’ una reazione atavica rispetto alla quale le persone che ci si trovano coinvolte non possono esercitare nessuna mediazione razionale». 

– E aggiunge lo psichiatra: «Anche nella persona più equilibrata, nel momento in cui non riesce più a respirare viene a galla l’istinto di sopravvivenza, che le impone di fuggire. Anche a costo di schiacciare le altre persone. In un supermercato di Asuncion di recente c’è stato un incendio che ha provocato 490 morti, di cui 50 per soffocamento e 440 calpestati. E’ un fatto inevitabile, l’unica alternativa è organizzare gli eventi in spazi aperti e con molte vie di fuga».

 

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(Pietro Vernizzi) 





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