SPESA E SALUTE/ Non fatevi ingannare dalla data di scadenza: ecco come capire se il cibo si può consumare o no

- La Redazione

Si può mangiare il cibo scaduto? Alcuni alimenti quando «invecchiano» sono molto pericolosi per la salute. Spesso però un cibo conservato nel modo sbagliato può essere più dannoso

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Si può mangiare il cibo scaduto? Alcuni alimenti quando «invecchiano» sono molto pericolosi per la salute. Spesso però un cibo conservato nel modo sbagliato può essere più dannoso.
 

Ogni anno in Italia si sequestrano 41mila tonnellate di alimenti scaduti o contaminati, 145 milioni di euro il valore della merce tolta dal mercato. Sono i dati del rapporto «Italia a Tavola 2010». Si tratta in gran parte di cibo scaduto, ma la data indicata sulla confezione non è l’unico parametro che il consumatore deve valutare. Mozzarelle multicolori, vino taroccato, false etichettature, materie prime conservate tra i topi: è il bilancio degli oltre 700mila controlli delle forze dell’ordine.

Nas, Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari, Agenzia delle Dogane, forestali, Capitanerie di Porto, Carabinieri per le Politiche Agricole e Alimentari hanno passato al setaccio produttori, allevatori, trasformatori, supermercati, negozi e ristoranti. Ma anche mercati rionali, pescherie, stabilimenti balneari, bar, agriturismi: 86mila le infrazioni, tra penali e amministrative, riscontrate dalle forze dell’ordine. «I dati – spiega Francesco Ferrante di Legambiente intervistato dall’Apcom – dimostrano che questa battaglia per la legalità è necessaria per tutelare la salute dei cittadini, ma anche per proteggere dalla lunga mano dei truffatori e della criminalità un comparto importante come l’agroalimentare».

Tra gli alimenti sequestrati in un anno di lavoro dai carabinieri del Nucleo antisofisticazione (Nas) ci sono anche 8,2 milioni di litri di succhi di frutta, latte e bibite varie, tolti dal commercio; 2,3 milioni di barattoli di pelati, pasta, biscotti, yogurt, formaggio, carne in scatola e cibi confezionati sequestrati; 780 centri di produzione alimentare chiusi o pignorati. In agosto, come scrive il quotidiano La Stampa, all’istituto di ricerca Censis, oltre il 60% degli italiani aveva ammesso di chiedere spesso informazioni sulla qualità di ciò che mangia: secondo il ministero dell’Agricoltura, circa 800 chili di cibo all’anno a testa. Ai quali si sommano i 300 che finiscono nella spazzatura, perché marciti nel frigo o scaduti. Alimenti trasformati in sprechi che, al momento dell’acquisto, erano invece in ottimo stato di conservazione.

Ma sulla questione non tutti hanno le idee chiare. «Il sistema segue una normativa europea – spiega il colonnello Antonio Amoroso, vicecomandante dei Nas – e la scadenza è di due tipi: una perentoria, “da consumarsi entro”, è per il cibo fresco ad alta deperibilità; l’altra, “preferibilmente entro”, indica il termine minimo di conservazione entro cui il prodotto non diventa dannoso, ma perde le proprietà organolettiche». Per gli alimenti scaduti, con data d’obbligo, l’Europa proibisce la vendita. Ma chi decide quale delle due opzioni applicare? Le aziende produttrici, dopo aver valutato caratteristiche, trattamento, tempo di trasporto, condizioni climatiche e numero di abitanti del luogo di vendita.

 

Continua il colonnello: «Partite di cibo sequestrate sono la peggior pubblicità e i marchi seri tendono a non barare sulle scadenze». Resta il fatto che «toelettatura» e «restyling» su confezioni di formaggio, passate di pomodoro artigianali, pasta fresca oppure pesce surgelato non sono episodi rari e sugli scaffali finiscono prodotti a cui, manipolata l’etichetta, è stata posticipata la scadenza. Un reato penale che «sporca» un settore, quello alimentare, che in Italia dovrebbe valere quanto il petrolio per gli sceicchi, ma che riesce pure a trovare una sorta di alibi: «Commercianti o produttori disonesti – dice Agostino Macrì, dell’Unione nazionale consumatori, intervistato da La Stampa – non temono intossicazioni o avvelenamenti, perché sanno che mangiare un cibo scaduto non è molto più pericoloso che nutrirsi con prodotti mal conservati».

Come dire: fa meno danni gustare uno yogurt scaduto da dieci giorni – al massimo perde fermenti lattici – piuttosto che un barattolo entro la data di scadenza, ma preso da un banco frigo con più gradi del previsto. Stesso discorso per i cibi freschi, che dopo la scadenza non possono essere venduti, ma consumati sì, se ben conservati: la carne però non va mangiata se il colore non vi convince, le mozzarelle diventate cattive si riconoscono dal sapore, il pesce dagli occhi, la frutta dalle foglie. Per evitare di contrarre la salmonella un’attenzione particolare va inoltre posta alle uova, che sono tra i cibi con l’etichettatura più complicata: scadenza obbligatoria entro 28 giorni da quando l’uovo è deposto, ma divieto di vendita già sette giorni prima. Chi lo fa rischia un’accusa di frode, ma ciò non significa che l’uovo sia da buttare.

 

«Ci sono negozianti – dice Macrì – che cambiano la scadenza alle scorte in magazzino, ma pure camionisti che risparmiano sulla corrente nelle celle frigorifere. E il rischio di proliferazione di funghi aumenta». Insomma: sono così tante le variabili che non tutti sono convinti che i limiti decisi dalle aziende siano garanzia di buon prodotto. Per i salutisti la scadenza è indispensabile, per i «razionali» indicativa, per i fatalisti inutile. E c’è chi, come Gandolfo Garbarino, responsabile del settore igiene e allevamento della sezione zootecnica della Regione Piemonte, va addirittura oltre: «La filiera in Italia è sempre più lunga. Importiamo derrate alimentari di ogni genere: frutta esotica, verdura, pesce surgelato e il 40% della carne che consumiamo. Quanto può contare un data di scadenza, se poco si sa sulla produzione e conservazione di un cibo che arriva dall’altra parte del mondo per finire sulla nostra tavola?».

Ma, come sottolinea sempre il rapporto «Italia a Tavola 2010», tra i prodotti più vittime di sofisticazioni e contraffazioni c’è il vino, al centro dell’attività di controllo dell’Icqrf e del Corpo Forestale, che nel 2009 hanno scoperto, ad esempio, una vasta falsificazione dell’Amarone della Valpolicella: una famosa cantina di Fara Novarese moltiplicava con comune vino da tavola diversi vini pregiati per un totale di 952.084 litri. Il falso Made in Italy è un mercato allettante soprattutto per i prodotti esportati, grazie a un «stacca-attacca» di etichette. Lo testimoniano i risultati delle operazioni dei Carabinieri per le Politiche Agricole e Alimentari che a Ferentino (FR) hanno sequestrato rotoli di etichette recanti la dicitura «mozzarella bufala».

 

 

I problemi principali del settore ittico sono invece il mancato rispetto delle norme di igiene sanitaria, di conservazione e di tracciabilità. Basti pensare che la Guardia Costiera, nel corso dell’operazione «Giano» (durante le festività natalizie) ha scoperto oltre 324 tonnellate di pesce scaduto da anni o in cattivo stato di conservazione e intercettato una vera e propria filiera di distribuzione nazionale di specie ittiche provenienti dall’area est asiatica. I sequestri non mancano alle frontiere: nel 2009 l’Agenzia delle Dogane ha scoperto oltre 25mila barattoli di pomodori San Marzano falsamente etichettati e oltre 24mila chili di formaggio a pasta filata «Mozzarella», proveniente da un’azienda tedesca e destinata alla Libia. Per gli stessi motivi, sequestrate 2mila confezioni di olio di oliva DOP. Molti prodotti sofisticati e contraffatti provengono proprio dall’estero.
 

(Pietro Vernizzi)
 

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