IL CASO/ Perchè se non sei nata in Norvegia non puoi fare figli?

- Paola Liberace

Per le donne italiane sarebbe meglio essere nate in Norvegia. Ma così, purtroppo, non è, se si trovano costrette – spiega PAOLA LIBERACE – a fare una scelta tra lavoro e figli che penalizza entrambi

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Per le donne italiane sarebbe meglio essere nate in Norvegia. O almeno così è secondo Riccardo Iacona, che nella puntata di “Presadiretta” intitolata “Senza donne” di domenica scorsa ha fornito un eloquente ritratto della latitanza italiana delle donne dai posti di potere in politica, sul lavoro e in generale nella vita pubblica, accostandola al ruolo da protagonista che al gentil sesso sembra essere riservato nel paese nordico.

Additando la via norvegese come quella esemplare da seguire, la trasmissione ha insistito sugli aspetti più noti del suo primato: l’ampia presenza femminile in Parlamento, nel governo, nei consigli di amministrazione, salvaguardata dal meccanismo delle cosiddette “quote”. Ma uguale, se non maggiore considerazione meritano altri aspetti, magari meno “spendibili” in un discorso puramente egualitarista: come quelli legati alla flessibilità lavorativa e alla dedizione familiare.

Oltre a una copertura nazionale di asili nido praticamente equivalente alla domanda (che resta l’oscuro oggetto del desiderio nostrano), i lavoratori norvegesi possono contare su una diffusione del part-time tra le più alte al mondo – della quale dalle nostre parti tuttora si parla come di una felice eccezione. Ancora, i genitori lavoratori norvegesi hanno diritto a un congedo di paternità/maternità obbligatorio e retribuito di 9 settimane per le donne e 4 per gli uomini (ma solo se la madre ha lavorato almeno con un part-time al 50%; in caso contrario non è previsto alcun congedo paterno); e facoltativo (e retribuito fino tra l’80 e il 100%) per ulteriori 38 settimane, estensibile a ulteriori 52 non retribuite per ciascun genitore (quindi oltre i due anni di vita del bambino).

In altri termini, chi abita a Oslo non si trova di fronte a una scelta obbligata – abbandonare la famiglia o rinunciare al lavoro -, ma a una pluralità di alternative, che consentono di salvaguardare tanto le istanze dei genitori lavoratori, dettate da aspirazioni professionali o da necessità economiche, quanto quelle dei loro figli, cui è consentito restare con madri e padri ben oltre i pochi mesi di vita consentiti dalle politiche familiari italiane.

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Più che un’antropologia femminile più avanzata di quella italica, il modello del paese nordico sembra dunque presupporre un’antropologia più avanzata in generale: a partire da quella dei lavoratori, tanto uomini quanto donne, che non vengono considerati pura e semplice “carne da cartellino”, fino a quella dei bambini, del quale vengono prese in seria considerazione le ragioni e le esigenze, senza relegarle in secondo piano rispetto a quelle (professionali, economiche, personali) degli adulti.

 

L’approccio norvegese è comprensivo: non individua una soluzione tra le altre come ricetta magica per spingere le donne verso l’imitazione di modelli maschili; ma considera la famiglia e la società come un tutto, nel quale nessuno dei membri può realmente affermarsi se lo fa a discapito degli altri. Non le aziende, la cui rincorsa verso un efficientismo identificato con il presenzialismo finirebbe per nuocere al rendimento più di quanto faccia la contemplazione di uno spazio effettivo per i tempi della vita. Non i padri lavoratori, che riposando in maniera inerziale sul ruolo femminile di caregivers rischierebbero di nutrire nelle donne un risentimento minatorio dello stesso equilibrio familiare. Non le madri lavoratrici, la cui rivendicazione di un peso economico e decisionale tanto in famiglia quanto nella società, se affermata a discapito dei propri stessi sentimenti, si tradurrebbe in un’aridità affettiva lesiva dell’equilibrio psichico e emotivo dei figli.

 

La soluzione, insomma, non sono gli asili nido, o le quote rosa. E questo perché l’alternativa non è tra lavorare e aver figli: ma tra lavorare e avere figli pensando solo a se stessi, alla propria carriera, al proprio posto in consiglio d’amministrazione o alla propria poltrona parlamentare o governativa; e farlo pensando ai propri cari, alla propria famiglia, alla comunità umana di cui siamo parte tutti, i decisori, i produttori, le madri e i padri, che rispondono anzitutto dell’aver messo al mondo un altro membro.

 

 

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