J’ACCUSE/ Binetti: da Firenze parte il “golpe” dei radicali sul testamento biologico

La sentenza arrivata mercoledì da Firenze, spiega PAOLA BINETTI, è un fatto grave che merita una risposta da parte del Parlamento in tema di fine vita

14.01.2011 - Paola Binetti
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La sentenza emessa dal magistrato di Firenze in tema di testamento biologico ha creato un ulteriore livello di confusione e di tensione rispetto all’etica di fine vita. Sembra che magistrati e politici si trovino, gli uni e gli altri, dalla parte sbagliata, chi per eccesso di iniziativa, chi per deficit di iniziativa.

Se ai politici tocca fare le leggi, ai magistrati tocca invece applicarle e giudicare del loro grado di coerenza interna, anche in funzione sociale. Il magistrato di Firenze, interpellato dall’avvocato Santoni, si è assunto un ruolo che istituzionalmente non era di sua competenza; mentre la classe politica si è limitata a criticare l’intervento del magistrato, senza sforzarsi di assumere le proprie responsabilità in un modo più concreto. Una classe politica che da mesi è assente su questo tema, da quando è tornata dalla pausa estiva, come se il tema del fine vita fosse qualcosa che in un certo senso scotta e potrebbe bruciare che vi si avvicina.

Di fatto magistratura e classe politica, in questi lunghi mesi, almeno fino all’altro giorno sono state solidalmente in silenzio. Un fatto che non manca di stupire dopo l’intensità e la drammaticità del confronto durissimo che aveva avuto luogo nei mesi precedenti. Alla Camera, dopo che la commissione XII aveva terminato il suo iter, lungo e faticoso, di discussione e di approvazione, il disegno di legge sembrava essere entrato in una fase di pericolosa sonnolenza, una sorta di terreno minato in cui nessuno voleva avventurarsi seriamente. Finché l’intervento dell’Unione di Centro non lo ha stanato in occasione della prima riunione dei capigruppo del 2011, ottenendo che fosse calendarizzato e posto in discussione per l’inizio di aprile.

È bastata la prima mossa del Parlamento per ottenere un’immediata, e tutt’altro che casuale, risposta da parte della Magistratura. Essa, infatti, si è immediatamente destata e puntualmente è uscita con la nuova sentenza. Una sorta di campanello d’allarme, una chiamata reciproca alla responsabilità che individua il nuovo modo di svolgere il loro ruolo.

Se una certa parte della magistratura critica nella legge la possibilità di scivolare nell’accanimento terapeutico con la sua intrinseca contraddizione, quasi un ossimoro verrebbe voglia di dire, c’è anche una parte della classe politica che rimprovera alla magistratura una sorta di accanimento bio-giuridico, che spinge i magistrati a intervenire in tempi e luoghi che non sono di loro competenza. Sembra, infatti, che alcuni magistrati siano fin troppo concentrati sull’idea di morte, come se solo nella morte la libertà dell’uomo esprimesse al meglio le sue potenzialità.

Il nuovo slogan della modernità potrebbe essere nella loro filosofia questo: liberi di morire, scegliendo per sé tempi e modi, da applicare rigorosamente nel momento in cui non si sarà più capaci di intendere e di volere. Questo certificato di morte, stilato quando si è ancora vivi, sta diventando il punto di confronto dialettico su cui il mondo politico esprime il suo più alto livello di divergenza e di conflittualità. Anche le argomentazioni più sofisticate di filosofi, giuristi, medici e politici, economisti e sociologi, a un certo punto si scontrano su di una linea di frattura che separa i sostenitori di una libertà individuale assoluta, in cui tutto è possibile, e i sostenitori della consapevolezza del limite, i grandi cultori del valore della solidarietà e della relazione di aiuto.

 

La sentenza emessa mercoledì da un magistrato di Firenze si colloca sul primo fronte, quello di un individualismo totalmente auto-referenziale, in cui un non-paziente può immaginare uno scenario drammatico in cui è totalmente incapace di intendere e di volere. A tal punto dipendente dalla volontà di un altro, da sentire l’improrogabile desiderio di consumare tutte le sue energie fisiche e morali in un unico gesto di ribellione davanti al suo stato. Una ribellione che si traduce nel rifiuto assoluto, totale, di ogni forma di cura e di sostegno vitale. È il nuovo diritto individuale che sta emergendo nel dibattito di questi giorni: non più il diritto a essere curato, ma il diritto a non essere curato. Non più il rischio di omissione di cure, ma il rischio di accanimento terapeutico. Una vera e propria rivoluzione copernicana, che sta modificando il paradigma della medicina moderna.

 

Il magistrato di Firenze, sollecitato a intervenire nel caso di un soggetto sano di 70 anni che intendeva rifiutare a priori ogni sorta di terapia nel caso fosse diventato incapace di autogestirsi , ha accettato questa sua richiesta ben sapendo che l’esito naturale di un tale rifiuto non è altro che la morte, una morte lucidamente annunciata. Non a caso molte persone, leggendo questa sentenza, vi hanno visto l’emblema di un’eutanasia omissiva perfetta. È un periodo ipotetico chiaro e lineare: se accade questo fatto, allora io fin da ora decido che…

 

Per il magistrato che ha emesso questa sentenza, accogliendo in toto la richiesta dell’avvocato, una tal decisione dallo spiccato carattere di irreversibilità, consente il rifiuto di qualsiasi terapia, perché a suo avviso non c’è differenza tra terapie ordinarie e terapie straordinarie, tra una normale forma di nutrizione e di alimentazione e i supporti tecnologici che, ad esempio, consentono di respirare. Tutto è messo sulla stessa linea di partenza e tutto può essere rifiutato, o per lo meno accantonato in attesa di tempi migliori, che forse non arriveranno mai.

 

Perché si possano seguire gli orientamenti dettati da un paziente, così come prevede la convenzione di Oviedo, è necessario che ragione e volontà siano entrambe consapevolmente impegnate e la persona possa emettere un giudizio e formulare una decisione in piena coscienza. Ma nel momento in cui questo orientamento si deve tradurre in atti concreti accade una cosa del tutto particolare. Le due potenze, intelligenza e volontà, si trovano all’estremità di uno stesso e unico processo: da un lato c’è un minimo – tendente a zero – di capacità di intendere e dall’altro c’è un massimo di capacità decisionale, che – attraverso l’intervento del fiduciario – può bruciare in un solo attimo, in quell’ultima decisione, tutta la ricchezza e le potenzialità dell’uomo. È come se in un attimo si giocasse tutta la sua libertà, per smettere alla fine di essere libero. Tutta la ideologizzazione del principio di autodeterminazione ha proprio in questo il suo tallone d’Achille, che si consuma definitivamente nel momento in cui esprime questa sua volontà estrema di morte.

L’applicazione dei desideri espressi dal paziente cambia totalmente di prospettiva se accetta di uscire dal suo egocentrismo per aprirsi alla relazione di aiuto, per lasciare che altri si facciano carico di lui per un tempo misterioso, che a nessuno è dato di accorciare. Occorre riscrivere il piano delle proprie priorità, per mettere al primo posto la relazione con gli altri, la disponibilità a dare e ricevere aiuto, ad apprezzare la propria autonomia come uno dei valori principali, ma non il più importante e nemmeno il determinante assoluto delle proprie scelte e delle proprie decisioni.

 

Basta pensare ai limiti che intenzionalmente il legislatore pone alla libertà dell’uomo e alla sua autonomia per difendere la sua vita e la sua salute: sport, trasporti, lavoro, igiene degli alimenti, sono tutti ambiti costellati da vincoli più o meno grandi, con l’unico scopo di non esporre la vita dell’uomo a rischi innecessari che possono essere facilmente previsti. Eppure tutta l’enfasi retorica con cui il testamento biologico viene presentato ai potenziali sottoscrittori si gioca su questa mitizzazione di un grado e di un livello di libertà di cui l’uomo non ha mai potuto godere nella sua vita, per la semplice ragione che l’avrebbero compromessa.

 

Non a caso in questa ideologia della morte che accompagna il battage pubblicitario di un modello di testamento biologico che consente in modo più o meno evidente l’alternativa eutanasica, la libertà sembra giocare in modo eccellente il ruolo accattivante e seduttivo di chi cerca di convincere l’altro ad accettare la morte, a non attendere che venga da sola, ad anticiparla, mostrando di non temerla, sollecitandolo a essere coraggioso, a tal punto libero da essere lui a dettare alla morte la sua agenda.

È la grande illusione che si cerca di trasmettere agli anziani, ai malati, ai disabili, ma in fondo anche a ognuno di noi per spingere ad andare incontro alla morte non appena si diventa un peso per gli altri e per la comunità. La relazione di cura ha un costo sempre più difficilmente sostenibile sul piano economico e sul piano affettivo e psicologico, soprattutto in tempi di crisi di valori. Mentre la morte si consuma nell’attimo in cui arriva e i suoi costi restano circoscritti a quel puro momento. È necessaria una grande opera di maquillage per rendere accettabile la morte e una grande opera di persuasione per spingere l’uomo a reclamare davanti all’ipotesi della sua morte quel grado di libertà che comunque da vivo non ha mai respirato.

 

L’Avvocato Sibilla Santoni ha provato a svolgere questo ruolo di mentore della morte per un suo cliente di 70 anni, perfettamente sano e, almeno apparentemente, perfettamente capace di intendere e volere. Il cliente è anche suo padre e il fiduciario del suddetto cliente è sua madre: una cosa totalmente giocata in famiglia. Il papà dice alla figlia avvocato che nel caso in cui venga a trovarsi in gravi difficoltà desidera che sua moglie, madre dell’avvocato, venga autorizzata a “staccare” la spina. Una cosa tutta giocata in famiglia per dimostrare una tesi e fare della libertà individuale il primo tra i diritti.

 

L’avvocato Santoni, con grande solerzia ha presentato reclamo alla Corte d’Appello di Firenze contro il provvedimento di diniego del Giudice tutelare di Firenze sul testamento biologico. In precedenza si era già rivolta anche al Tribunale di Pistoia, per fare una valutazione più articolata dei diversi orientamenti dei tribunali toscani. È interessante notare come non si sia affatto fermata davanti ai no della magistratura e abbia continuato a reiterare le sue richieste fino a che non ha trovato un magistrato compiacente. A questo punto si è fermata e omettendo di informare la pubblica opinione dei no precedentemente ricevuti, si è subito concentrata sull’ultimo sì.

Evidentemente la sentenza che si conclude con un no, non aveva per lei dignità di sentenza, era una non-sentenza, perché solo una sentenza che collimasse con i suoi punti di vista poteva essere accettata e quindi poteva diventare concreta e operativa. Appare evidente come la libertà del sistema magistratura di rifiutare un’istanza di questo tipo è prossima allo zero, francamente inesistente, perché comunque l’avvocato potrà sempre ricorrere a un altro tribunale, in Toscana o fuori, ma comunque utilizzando il sistema della magistratura come una sorta di supermercato in cui prendere quello che piace e ignorare totalmente ciò che invece non piace.

 

Il primo caso in Italia era stato quello di un uomo, ancora nel pieno delle forze, e porta la firma del giudice tutelare del Tribunale di Modena, Guido Stanzani. Lo stesso giudice che il 13 maggio del 2008, aprendo la strada verso lo stop a cure invasive “salvavita”, affidò al marito di una malata di Sla il mandato di rispettare il suo volere di non essere tracheotomizzata.

 

In questa logica si mescolano opportunamente obbedienza e disobbedienza civile: il sì ricevuto assume immediatamente un forte carattere cogente, mentre il no ricevuto viene semplicemente ignorato, non ha alcun carattere vincolante. Questo permette di poter fare di volta in volta ciò che si preferisce, in una lunga e costante tensione verso la realizzazione dei propri desideri. La qualità vincente è la tenacia, la capacità di ricominciare da capo, fino a che non si ottiene il risultato preventivato. L’attenzione dell’Avv. Sibilla Santoni del Foro di Firenze si è infatti completamente concentrata negli ultimi mesi sulla questione del testamento biologico e del rifiuto delle cure. È sua convinzione che non ci sia alcun bisogno di una legge su questo tema, perché l’azione del giudice è già sufficiente a coprire questo tipo di domande e di richieste che possono essergli poste.

 

Basta che il giudice faccia riferimento alla figura dell’Amministratore di sostegno. Mentre la legge non c’è ancora, il vuoto per l’avvocato Santoni può essere perfettamente riempito dal magistrato che facendo riferimento all’amministratore di sostegno può prendere tutte le decisioni più efficaci. Si tratta di una figura già prevista dalla legge, anche se in circostanze diverse e con obiettivi diversi. Per la Santoni il testamento biologico è inutile, basta l’applicazione innovativa dell’articolo 408 del codice civile che dal 2004 prevede la possibilità di nominare un amministratore di sostegno. La Santoni parla di acrobazia giuridica, necessaria per far rispettare la volontà del paziente, senza chiedersi neppure una volta quale peso occorra dare ai contenuti di questa volontà e se sempre e incondizionatamente vada ascoltate e tradotta in fatti concreti.

 

Non basta volere una cosa, per rendere buona la cosa e la volontà che la vuole. Non basta prendere liberamente una decisione per garantire che sia una buona decisione. In un caso e nell’altro, amici, familiari, professionisti retti e competenti hanno l’obbligo di richiamare l’attenzione della persona perché riveda le sue scelte e le rivaluti. In questo caso il magistrato sembra congelare la volontà di un soggetto, a tal punto che quando entra in gioco con lo scopo di tutelarla, in realtà la irrigidisce in un processo in cui sarà ben difficile venire fuori. In altri termini rende irreversibile ciò che invece è mutevole e adattativo nella vita di ognuno di noi.

 

L’intenzione di questo ricorso è chiaramente provocatoria nei confronti di un sistema politico-sociale che sempre distratto e concentrato su altri valori e su altri aspetti di una crisi che non accenna a finire. L’obiettivo è moltiplicare i ricorsi, per forzare la mano al giudice e ottenere ciò che avvocato e magistrato congiuntamente desiderano. La sentenza si fonda sul diritto di non curarsi, quale diritto assoluto, riconosciuto recentemente dalla Cassazione e «improntato alla sovrana esigenza di rispetto dell’individuo».

La verità è che l’attuale disegno di legge sul cosiddetto testamento biologico non piace a coloro che immaginavano ben altro esito per questa battaglia che ha avuto spesso toni aspri e severi. Gli avversari dell’attuale disegno di legge, che dovrebbe essere ammesso alla discussione generale ai primi di febbraio, pressoché in concomitanza con l’anniversario della morte di Eluana Englaro, sono già da tempo sul piede di guerra per cercare di smantellarla punto per punto. Questa legge non piace loro perché è troppo garantista nella tutela della vita e troppo poco della libertà umana. La loro speranza è che si crei una miriade di ricorsi disseminati lungo tutto il Paese, in modo da forzare la mano al governo e al Parlamento per porli davanti ad un aut aut. O si fa una legge a loro piacimento (penso ai radicali, di destra e di sinistra), in cui tutto è concesso, per permettere tutto a tutti, oppure meglio conservare lo staus quo, in cui non c’è nessuna legge, per cui resta salva sia l’egemonia della magistratura che lo stile abituale del far-da-sé tipico di alcune fasce di italiani.

 

Ma per entrare nel merito di ciò che è stato concesso con questa sentenza occorre definire prima alcuni termini della questione. Il giudice Stanzani definisce come «non ordinarie» le terapie che solo determinati specialisti possono attuare, con «mezzi messi a punto dalla tecnologia solo da alcuni lustri». Cure d’urgenza che si applicano per strappare alla morte, ma che, per il giudice, «forzano le regole dell’autodeterminazione, se è espressa una volontà contraria, e impediscono la fisiologica evoluzione di percorsi biologici».

 

Il decreto accoglie la volontà di chi non intende essere mai sottoposto a tecniche di ventilazione, idratazione e alimentazione forzate e artificiali e a beneficiare della terapia del dolore che preveda l’uso di farmaci oppiacei. Il decreto inoltre specifica la differenza che c’è tra rifiuto delle terapie salvavita ed eutanasia. Il rifiuto delle terapia si caratterizza «per il rispetto del normale percorso biologico sotto il profilo di non interferenza con il suo corso ovvero di suo ripristino, se forzatamente rallentato; nulla a che vedere, dunque, con l’eutanasia, la cui essenza consiste nell’indotta accelerazione del processo di morte».

 

Le reazioni alla sentenza di Firenze non si sono fatte attendere, soprattutto da Pdl e Udc. Entrambi gli schieramenti sono potenzialmente a favore di una legge il più vicina possibile al modello Calabrò, uscito dal Senato nei mesi precedenti, senza trascurare alcuni importanti elementi migliorativi che riguardano l’inclusione dei familiari nel progetto di dibattito politico e un’ulteriore precisazione sulle differenze che ci sono tra un paziente in stato vegetativo e un paziente in stato terminale.

 

Il terzo anno di questa legislatura potrebbe iniziare proprio con la ferma determinazione a concludere positivamente l’iter della legge sul Testamento biologico, e rispondere con i fatti alla fantasia creativa di quei magistrati che si muovono fin troppo velocemente con una ideologia in cui il culto di una libertà assoluta fa velo alla garanzia della vita dei pazienti.

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