BAGNASCO/ 2. Non sarà mai il moralismo a renderci migliori

- La Redazione

Oltre il clamore del circo mediatico si distingue una sola voce chiara, quella del presidente della Cei card. Angelo Bagnasco. Il commento di OSCAR PINI

bagnasco_cardinale_R400
Angelo Bagnasco (Foto Imagoeconomica)

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Oscar Pini a commento della recente prolusione  del presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, sulla difficile situazione del paese.

Riguardo ai fatti che da vari giorni occupano le prime pagine dei giornali e che coinvolgono il premier del nostro governo, la confusione è almeno proporzionale alla quantità di notizie erogate. Il bombardamento mediatico tende a sollecitare le corde più viscerali e istintive del popolo italiano, somministrando succulenti pezzi di vite private e chiedendo soltanto, come nei vecchi circhi imperiali, che si ruoti il pollice in su o in giù, senza troppe domande, senza giudicare la sensatezza della questione posta, senza ficcare il naso nei criteri tacitamente fatti valere.

A tali fatti si è riferito il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione di lunedì. Ha parlato di «debolezza etica» e di «stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza» e ha, insieme, con esemplare coraggio, denunciato «l’ingente mole di strumenti di indagini», in una situazione in cui «i poteri si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni», con la conseguenza che «l’equilibrio» e «l’immagine generale del Paese» risultano gravemente minacciati.

Comunque si chiariranno le cose, da una simile situazione «nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi e per ritenersi vincitore»; anzi vi è il pericolo reale che si producano «segni anche profondi, se non vere e proprie ferite» nell’animo collettivo, che «si affermino modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi», realizzando con ciò «un attentato grave alla coesione sociale» del Paese, inquinando il terreno in cui vive. Perciò «è necessario fermarsi – tutti – in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi opportune».

Se questa presa di posizione è significativamente diversa da tutte le altre, e stupisce per equilibrio e lucidità, è perché in essa è all’opera un altro criterio (il grande assente di quasi tutte le discussioni attuali), che la Chiesa ha sempre usato per giudicare la politica e i politici: il bene comune, prima e più che l’ineccepibilità morale del singolo, fatta salva ovviamente la differenza tra peccato e reato.

 

Il servizio al bene comune (che è, attenzione, il bene di tutti e di ciascuno) è lo scopo cui deve concorrere l’operato di chiunque abbia responsabilità pubbliche. L’irreprensibilità morale individuale, sempre auspicabile, potrebbe benissimo infatti coniugarsi con una profonda immoralità nell’esercizio delle proprie funzioni, qualora valutazioni e azioni non avessero al centro il bene del Paese, ma ne mettessero a repentaglio la coscienza unitaria e il raggiunto benessere. Vi è certamente un problema relativo al rapporto tra moralità e democrazia. Ma esso non può essere ridotto alla moralità privata.

 

Ancora il cardinale Bagnasco offre un decisivo passaggio al riguardo: «La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative». Che cosa si chiede a un politico? Che cosa deve fare e come deve essere un magistrato? Quale scopo devono perseguire i mezzi di comunicazione? Si tratta di altrettante questioni morali, che toccano il cuore di una democrazia, ma non riguardano il comportamento privato dei singoli attori, bensì una moralità pubblica, cioè connessa con l’esercizio delle rispettive funzioni in vista del bene comune.

 

A prescindere da come si chiariranno le cose nelle sedi opportune, il fatto che nell’attuale contingenza tutta l’attenzione si sposti sulla moralità intesa come capacità di coerenza nei comportamenti privati non lascia tranquilli, poiché mantiene aperto il varco a pericolose strumentalizzazioni, indebolendo la stabilità del Paese e distogliendo dalle urgenze che occorrerebbe affrontare e a partire dalle quali anzitutto giudicare le decisioni di chi si assume una responsabilità nella sfera politica.

 

Non è scontato che nel panorama attuale vi sia qualcuno che, irriducibile al gioco delle parti, richiami al bene comune come criterio di giudizio. Anzi, in un clima di preoccupante scontro e sconfinamento di poteri, ciò rappresenta un fattore essenziale per la salute di questa come di ogni democrazia.

 

Ancor meno scontata è la presenza di chi affermi, sfidando un moralismo dilagante (spesso interessato e sapientemente orientato), che quando si parla di debolezza e di incoerenza siamo tutti in questione («Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi»; 1 Gv 1,8). D’altra parte, collocandosi sul piano della moralità privata e spingendo al limite la logica implicita in ciò che sta accadendo, non si fatica a immaginare una società che faccia di alcuni valori morali preventivamente selezionati e adeguatamente enfatizzati uno strumento di lotta politica per l’eliminazione degli avversari. Nulla di nuovo, intendiamoci. La storia ci ha già fornito esempi in questo senso.

 

Non sarà mai il moralismo a rendere migliori. Occorre un luogo dove l’uomo possa venire ridestato nella sua grandezza, sostenuto nella sua tensione ideale, non ridotto ai suoi errori e alle sue miserie. Una società in cui mancasse un luogo dove l’uomo può sempre ritrovare se stesso, essere affermato al di là dei propri limiti, abbracciato e corretto, e perciò, in una umiltà che cresce, continuamente riprendersi, «guardare avanti con fiducia», come ancora ha detto Bagnasco, sarebbe una società senza speranza, esposta al terrore dell’arbitrio e delle mode e alla violenza, anche se in forme più sofisticate di un tempo. Per questo, oltre al bene comune, l’altro criterio di giudizio sulla vita politica che la tradizione cristiana consegna alla storia è quello della libertas ecclesiae, che ha a che fare col fatto che la Chiesa – luogo di educazione e di perdono – abbia la possibilità di esistere e di esprimersi, in funzione del cammino umano di tutti.

 

(Oscar Pini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori