J’ACCUSE/ Quel terrorismo mediatico che ci vuole tutti in coma

Il dibattito sul testamento biologico popola spesso le pagine dei giornali enfatizzando toni allarmistici. CARLO BELLIENI commenta questa tendenza per IlSussidiario.net

31.01.2011 - Carlo Bellieni
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Fotografia d'archivio

Al dilagare dell’arcinoto testamento biologico tra i titoli di giornali, mi viene da consigliare la lettura di un testo appena tradotto in italiano, di uno dei consiglieri giuridici di Barack Obama: “Il diritto della paura” (Ed Il Mulino). L’autore è Cass R Sunstein e sostiene una tesi ben nota agli economisti: l’essere umano è un essere colmo di paure, ma così colmo che se il vento dei giornali porta da una parte, se ne frega delle probabilità reali che un avvenimento avvenga e si getta in un’impari lotta per evitarlo.

E’ un concetto ben conosciuto agli economisti, sul quale si basa la tendenza individuale al rischio, e la paura verso la perdita. Cosa c’entra un libro di sociologia con il testamento biologico? Semplice: l’evidenza che siamo dominati da un terrorismo mediatico per il quale anche un evento rarissimo a verificarsi – come il restare in coma incoscienti e intubati – determina una corsa affannosa ai ripari.

Il libro suddetto ci mostra come non dalla razionalità, ma dall’ansia siamo determinati nelle scelte etiche e che quest’ansia può essere manovrata. Ad esempio col fenomeno del “probability neglect”, secondo il quale il cittadino medio si disinteressa delle statistiche, quando i titoli dei giornali sono abbastanza grossi da mettere abbastanza paura. Ben sanno gli economisti che un cittadino, davanti alla possibilità di guadagnare 100 o di perdere 100, spende 10 per cercare il guadagno, ma spende 50 per garantirsi dalla perdita… pur essendo la somma (che si perderebbe o che si guadagnerebbe) sempre la stessa: 100.

“Trascurare il livello di probabilità è un problema serio, perché induce a individuare priorità mal riposte”, spiega Sunstein. E affonda l’attacco spiegando che sottovalutare o sovrastimare i rischi è contagioso: dipende con chi si parla e cosa si legge.

 

E fa un esempio che sembra parlare proprio del nostro testamento biologico: “Quando il ricordo di un particolare incidente è a portata di mano, nel senso che ci balza alla mente, la gente tende a preoccuparsi molto più di quanto dovrebbe. Può così accadere che le precauzioni più stringenti vengano prese nei confronti dei rischi più a portata di mano”. E quanto sono “a portata di mano”, cioè ripetute e martellanti le immagini dell’eutanasia, ripetute e commentate e magnificate sui media, tanto da far pensare che l’unico problema della vita è di non farsela prolungare?

 

E c’è gente seriamente in ansia per questo! Tanto da correre a fare testamenti, disposizioni anticipate, richieste notarili di non rianimazione; certi, evidentemente, che o gli eredi o i medici li vogliano fregare quando non potranno più sentire e agire. Come se, oltretutto, sia davvero alta la possibilità di finire in coma e che arrivi un pazzo che vi prolunga la vita all’infinito: non si vede allora perché non fare tutti un’assicurazione conto i danni della grandine sul nostro motorino o contro la possibilità di essere sbranati da un cane, dato che le possibilità sono numericamente simili a quelle di finire in coma.

 

Un po’ di realismo e meno terrorismo ci farebbe piacere. Non possono continuare a far gioco sulle nostre paure e punti deboli, che invece di migliorare si incancreniscono e generano comportamenti paradossali quali la corsa ai ripari da rischi inesistenti, patetica figlia di una cultura che non genera speranza.

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