POLEMICHE/ Blangiardo: non è vero che siamo tutti più poveri

GIAN CARLO BLANGIARDO ci spiega quale sia la situazione oggettiva della povertà in Italia. E cosa occorre per rispondere efficacemente ai bisogni delle fasce maggiormente colpite.

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Foto Ansa

E’ una fotografia impietosa quella scattata dal Rapporto sulla povertà e sull’esclusione sociale in Italia, intitolato “Poveri di diritti” e presentato ieri, a Roma, da Caritas italiana e Fondazione Zancan, in occasione della Giornata mondiale contro la povertà. I poveri, secondo il rapporto sono aumentati drasticamente, passando dai 7,810 milioni del 2009, (13,1% della popolazione), agli 8,272 milioni del 2010 (13,8%). Il 2010, inoltre, ha registrato un incremento rispetto all’anno precedente tra le famiglie con 5 o più componenti (si è passati dal 24,9 al 29,9%), tra quelle con un solo genitore, (dall’11,8 al 14,1%), e tra le famiglie del Sud con tre o più figli (dal 36,7 al 47,3%).  Tra i dati maggiormente allarmanti, quello relativo a chi si rivolge ai centri di ascolto. Ben il 20 per cento di questi, infatti, ha meno di 35 anni. E dal 2005 al 2010, si è verificato un incremento, in tale fascia di età, del 59,6 per cento. Si tratta, secondo chi ha realizzato la ricerca, dei dati sulla povertà reale, quella relativa. Che, oltre del disagio economico, tengono in considerazione una molteplicità di fattori, quali l’assenza di garanzie circa la possibilità di educare i  propri figli, del diritto alla salute o di quello alla giustizia. Gian Carlo Blangiardo ci aiuta a interpretare lo studio.

Anzitutto, che differenza c’è tra povertà assoluta e relativa?

In quella assoluta si stabilisce che una persona, per potere vivere dignitosamente, ha bisogno di tot. Per valutare a quanto corrisponda tale “tot” si sommano i costi medi di tutto ciò di cui una persona necessita: alimenti, vestiario, abitazione, riscaldamento e via dicendo. Se la persona (o la famiglia), consuma una cifra al di sotto di un tale importo, allora si parla di povertà assoluta. Tali indicatori variano di caso in caso: c’è il single, la coppia, la coppia anziana, quella con un figlio etc. Inoltre, la variazione è legata alla zona in cui si vive. Complessivamente, quindi, ci sono una cinquantina di indicatori di soglie di povertà.  In quella relativa, invece, determinato il consumo medio procapite,  si considera che una famiglia di due persone che spenda meno di quell’importo è relativamente povera. Se la famiglia è composta da più di una persona, si utilizza una soglia equivalente, corrispondente ad una proporzione rispetto al consumo procapite.

Secondo lei, i dati della ricerca sono esaustivi?

E’ possibile che siano aumentate le persone che vanno al centro di ascolto e che si affacciano alla manifestazione della povertà più estrema. E la crisi ha dato il suo contribuito. Ma parlare di un generale impoverimento della società mi sembra prematuro. Specialmente rispetto agli altri paesi, dove la situazione non è certo migliore. I dati ufficiali dell’Istat, inoltre, hanno sempre registrato una stazionarietà. Diciamo che le frange più deboli sono rese ancora più deboli perché erano già marginalizzate dal sistema. Nel corso degli anni, poi, sono aumentati quei fenomeni che generano situazioni di per se stesse  più esposte delle altre.

 

Quali?

 

L’immigrazione, ad esempio; va da sé che tra la popolazione immigrata è maggiore il tasso di coloro che usufruiscono dei centri d’ascolto utilizzati, in parte, come osservatorio dalla ricerca. Aumentano, inoltre, i divorzi. Le rotture familiari generano sempre più spesso condizioni di disagio economico anche tra i ceti medi. Dove, magari, ci si ritrova a  non essere più un grado di mantenere due case e due famiglie diverse. Con il passare del tempo, è evidente che i rischi, rispetto al passato sono di più, specie per le fasce estreme. Sono fragili ed esposte più al rischio rispetto a una volta le famiglie con figli che, talvolta – seppure il quadro generale non è drammatico – non sono in grado di fronteggiare le spese che devono affrontare

 

Il rapporto parla di risorse mal distribuite…

Il bisogno è abbondante, certo, ma gli ambiti di intervento sono troppi, e la coperta è corta. Vanno, quindi, definite delle priorità. Nel fissarle è necessario tenere conto dei risultati. E del rapporto tra costo del finanziamento e raggiungimento dell’obiettivo.

 

Quali iniziative, ad esempio, ritiene in grado di rispondere a tali criteri?

 

Il Banco alimentare va in questa direzione. Le risorse pubbliche sono scarse, e vanno destinate laddove c’è maggiore efficienza. Il Banco, negli anni, è stato in grado di dare risultati di alto livello, dimostrando di saper raggiungere gli obiettivi. Credo che rappresenti un’iniziativa virtuosa ed essenziale. La povertà si è resa maggiormente incisiva sulle fasce estreme e, proprio in un tale contesto, il Banco riesce a intervenire per far fronte ai bisogni primari. Andrebbe, quindi, ulteriormente supportato, per implementarne l’attività.

 

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