GOLOSARIO 2012/ Quella guida al gusto che mostra ingegno, fatica e bellezza dell’Italia

- Paolo Massobrio

PAOLO MASSOBRIO commenta l’articolo dedicato al Golosario 2012 firmato da Luca Doninelli, secondo cui questa nuova edizione “ci mostra un’Italia fatta di lavoro, ingegno, fatica e bellezza”

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Il Golosario 2012

Oggi su Il Giornale Luca Doninelli mi ha dedicato un pezzo che mi ha lasciato di stucco. E lo dico nel senso che è stato come un Bel giorno, come un sole che cala su anni di lavoro dove tutto sommato – per il pensiero comune – di lavoro c’è poco, trattandosi, per quanto mi riguarda, di cibo e di vino. Eppure ho fatto l’università, ho frequentato i miei corsi di giornalismo, ho fatto la gavetta e sono diventato giornalista professionista. Ma è come se non bastasse mai, perché poi “lui è quello che si occupa di cibo e vini, che valore civile può avere?”. Ricordo una volta quando invitai – su richiesta di alcuni amici – Bruno Lauzi a una serata di poesia. C’era anche Franco Loi e Lauzi aveva appena editato il suo libro I mari interni. Prima di entrare in sala e iniziare la serata, uno degli amici che mi aveva chiesto di invitare Lauzi gli si avvicina e dice: “Se ti troviamo una chitarra poi ci fai una canzone vero?”. E lui che gli risponde: “Mi sembri come quel tale che invita l’amico a cena e gli dice: mi raccomando, porta anche tua sorella”. Ecco, a volte anch’io mi sento così: vabbè il gusto, il suo senso e tutto quello che vuoi, ma alla fine quando si mangia? Oppure gli inviti che mi giungono – quasi fosse un maître – per commentare le cene, che in realtà non vanno per nulla commentate, perché le esperienze non si descrivono, si vivono e basta. Semmai dopo se ne parla. Oggi Luca mi ha in qualche maniera sdoganato, soprattutto quando dice “Il sottotitolo del Golosario, guida alle cose buone d’Italia, mi ricorda la splendida battuta dell’Innominato, il quale, levatosi dopo la sua tremenda notte insonne, sentendo voci di una folla festante spalanca la finestra e grida: “Che c’è d’allegro in questo maledetto paese?”… Il Golosario nasce dall’ambizione di dar conto di una realtà difficilmente catalogabile e così facendo mostra un’Italia di lavoro, ingegno, fatica e bellezza. È difficile infatti far qualcosa di buono se non si ha negli occhi qualcosa di bello”. Insomma, ha fatto una lettura del mio Golosario, che è lontana mille miglia dal pensiero edonistico e va invece nel profondo di quegli incontri umani che hanno la faccia di Gino di Barbarasco, del Monsignore dell’Altra Isola di Milano, di Vittorio Beltrami di Cartoceto, di Guido o di Maga Lino in Oltrepò per farvi l’esempio di alcuni personaggi raccontati sul Sussidiario. Io volevo fare il cronista politico, in gioventù, non lo nego, e la scelta di fare Scienze Politiche, ancora più con il professor Miglio, andava in quella direzione. Tuttavia la mia tesi in Statistica economica mi segnò: il mercato del vino in Italia. Divenni sommelier per imparare la materia e lì si accese la passione.

Quando il primo lavoro fu alla Coldiretti, fondai un giornale dove esercitai la mia professione di cronista politico, negli anni in cui cadevano la DC e i riferimenti storici, ma il vento dell’enogastronomia cominciava a soffiare fortissimo e io divenni a breve un riferimento. Oggi la mia GuidaCriticaGolosa compie 20 anni e non mi sembra vero. Sul settimanale Tempi e sul quotidiano Il Tempo arrivai anche ad avere un’originale rubrica di “Enogastronomia politica”, che mi divertiva moltissimo, ma dovetti fare i conti col potere: non ero perfettamente allineato pro Ogm e dovetti capitolare. La linea del giornale era un’altra e non m’ero accorto che su un argomento del genere non si potevano avere opinioni diverse. (Che sia una faccenda di potere quella degli Ogm? Io volevo solo capire…). La verità è che non me ne frega nulla se qualcuno considera i miei argomenti di serie B o anche C. Non si può combattere l’ignoranza laddove si annida il pregiudizio. A me rimane quel fulmine a ciel sereno, che ho raccontato ieri sera a Pesaro a un incontro del Sindacato delle Famiglie, che è un po’ come il pezzo di oggi di Luca: don Giussani a casa mia, con altri dieci, mentre commentava gli esiti del congresso di Loreto. D’un tratto gli servo un vino, un Barolo chinato e lui si ferma, lo guarda, lo annusa, e lo beve. E poi ne parla. Parla del vino… E gli altri che si domandano: ma perché s’è interrotto? Per un vino poi… Ecco, quella sera di maggio, quando balbettando gli ho detto: “No, certo don Gius, è come dici tu, questo non è un vermouth qualsiasi, è un Barolo, un Barolo chinato”, be’ quella sera ho capito che potevo dare la vita per andare a fondo di un particolare, certo che nella cifra di un particolare, di ogni particolare, c’era il quadro del tutto.



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