ASSEMBLEA CDO 2011/ L’intervento del presidente, Bernhard Scholz

- Bernhard Scholz

L’intero intervento del presidente della Compagnia delle opere, Bernhard Sholz, nel corso dell’Assemblea Generale della Cdo tenutasi presso il MiCo – Fiera Milano Congressi

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Bernhard Sholz

Introduzione

Il momento storico che siamo chiamati a vivere ci pone importanti interrogativi che riguardano, non solo la politica e l’economia dei nostri Paesi, ma sono, primariamente, interrogativi di natura culturale. La CDO fin dall’inizio della crisi economica ha sempre espresso un giudizio chiaro e deciso sulle cause culturali e sulle conseguenze politico-economiche delle difficoltà che stiamo attraversando. Cerco di riassumere dal punto di vista economico sinteticamente in 4 punti:

1. Le nuove economie:

All’inizio del nuovo millennio si pensava che la crescita economica dei Paesi emergenti che entravano nei mercati internazionali e si ponevano come nuovi concorrenti fosse la causa dei tanti problemi racchiusi sotto il concetto di globalizzazione. Oscillando fra linee più difensive e linee più aperte, i vecchi Paesi industrializzati hanno cominciato lentamente a fare i conti con i nuovi competitor o partner a secondo delle valutazioni. Oggi sappiamo  che solo una collaborazione, con regole certe, può essere il modo giusto per coinvolgere questi Paesi in un mercato internazionale che sia opportunità di sviluppo per tutti.

L’impostazione liberista:

Al problema della globalizzazione si aggiunse poi dal 2007 l’esplodere delle contraddizioni del mercato finanziario . Questa crisi non è congiunturale o ciclica, ma conseguenza di una  impostazione liberista che ha costruito una serie di strumenti finanziari per ottenere il massimo del profitto nel minor tempo, utilizzando e spesso strumentalizzando l’economia reale. In questo modo l’economia non è più stata concepita come uno scambio di beni e di servizi che utilizza il denaro e il profitto come strumento, ma il profitto diventa lo scopo esclusivo. Il valore per l’azionista  come unico criterio ha ridotto e spesso sostituito il valore sociale delle imprese.

Il debito pubblico

Negli ultimi decenni del secolo scorso il debito pubblico di tanti Stati – e in parte anche il debito privato – è cresciuto a livelli insopportabili. Questo indebitamento si è generato per ottenere facili consensi nel breve periodo. L’interlocutore della politica  non era più un popolo in grado di affrontare sacrifici, anche grandi, ma una massa di individui, spesso raggruppati in corporazioni lobbistiche,  che dovevano essere accontentati per ottenere voti; così non si sono e affrontati i cambiamenti necessari. Interi Stati hanno buttato sulle spalle delle future generazioni un peso abnorme, senza curarsi delle conseguenze. Ma di fatto  si sono esposti al di là di ogni ragionevolezza all’andamento dei mercati finanziari.

Una questione antropologica

Alla base sta quindi un problema antropologico: volere tutto subito, senza nessuna relazione con il bene degli altri, promovendo un individualismo istituzionalizzato, sempre più sfrenato, che nega contro ogni ragione qualsiasi interdipendenza fra gli uomini, ed è irresponsabile verso le future generazioni.  E questo non è in prima istanza un problema morale, ma un problema della ragione: è contro l’evidenza negare la relazionalità come elemento essenziale per la vita umana ed è contro la ragione non ammettere che la ricerca del profitto e del potere a tutti i costi affligge il desidero di verità e di giustizia che ognuno porta dentro di sé.

I problemi politici ed economici che oggi dobbiamo affrontare nascono da un tradimento del desiderio umano, da un tradimento delle sue esigenze originali.

Questo tradimento affonda le sue radici in una posizione umana, in una concezione dell’umano che si propone apparentemente come salvifica e risolutiva, ma si rivela sempre più insufficiente e fragile, e purtroppo anche gravemente dannosa.

Per questo oggi siamo di fronte ad una scelta: o vogliamo essere schiavi degli eventi sempre più imprevedibili e incerti, cercando di inserirci nei diversi tentativi  di vecchie o nuove egemonie politiche e economiche, oppure vogliamo essere protagonisti  di un cambiamento, vivendo e promovendo  il lavoro e le opere come espressione di una esperienza umana diversa, autentica, come soggetti che aprono dentro questa società spazi per una nuova socialità.

A noi come CDO interessa che ognuno possa diventare protagonista delle propria vita, del proprio lavoro, dei rapporti  e delle relazioni, ci interessa che ognuno emerga nella sua diversità e possa contribuire proprio attraverso questa diversità al bene dell’impresa dove lavora e del territorio in cui vive. Questa  non è una questione di discorsi ma di persone, non di progetti, ma di soggetti.

Tanto è vero che esistono tantissimi progetti politici, economici, culturali a tutti livelli, comunali, nazionali, internazionali che sono fermi, che procedono a stento o non riescono neanche a essere realizzati proprio perché mancano i soggetti – persone che dicono “IO” e “MIO” liberamente, senza calcoli, senza interessi nascosti, ma con un’ultima gratuità e con piena trasparenza. E questi due termini  – gratuità e trasparenza (fiducia) –  mi stanno molto a cuore.

Mi permetto, infatti, solo di accennare un rischio che può presentarsi. Intendo il rischio di lasciarsi definire dalla propria azione, quasi che si identifichi  l’IO con quello che si riesce a fare. Di conseguenza il lavoro non è più espressione dei propri talenti e verifica di un’esperienza di libertà personale, ma diventa un’affermazione di sé, diventa autoreferenziale pur nella sua giusta ricerca di una maggiore efficacia. E il modo di rapportarsi con gli altri diventa formale e strumentale e, prima o poi, diventa una questione quasi ossessiva di potere, di visibilità, di ricerca di consensi. La conseguenza è drammatica per la persona stessa che rischia di diventare schiava dei propri successi e insuccessi, della propria immagine e del riconoscimento degli altri. Ma è drammatica anche per le iniziative e le opere che intraprende perché rischiano di prendere una piega padronale, che  tende ad omologare – anche facendo uso strumentale di  un ideale vero – le persone che ci lavorano. Invece di generare personalità si creano gregari, magari con il discorso giusto, ma con la testa e il cuore vuoti. Perché l’esperienza ci insegna che dalla chiusura nascono chiusura e dipendenza, mentre dall’apertura nascono apertura e libertà.

Per questo abbiamo intitolato l’assemblea di quest’anno: sulla strada della libertà.

Questa è la svolta cui questo tempo ci provoca. Sono certo che ognuno di noi è venuto qui questa mattina perché  vuole seguire il più fedelmente possibile,  il suo desiderio di costruire nuove forme di vita, di costruire prima di tutto come edificazione di sé nel rapporto con la realtà, come conoscenza di sé e del mondo – cogliendo le esigenze proprie e i bisogni degli altri.

E allora diventa evidente che una tale costruzione è una assunzione di responsabilità che necessita di una origine forte, capace di sostenere il criterio ideale che plasma l’operare quotidiano – come abbiamo messo al centro dell’assemblea dell’anno scorso.

È una responsabilità che ci permette di ricominciare ogni mattina con audacia e prudenza, anche quando tutto sembra perduto, ci permette di ricominciare ogni mattina con coraggio e realismo, anche quando un insuccesso temporaneo o anche l’orgoglio di un successo rischiano di annebbiare la vista.

La nostra “amicizia operativa” non è qualcosa che si aggiunge alla vita, all’economia, ma riguarda la radice dell’agire stesso dell’uomo, che non esiste allo stato puro, sganciato da contesti e relazioni, ma che per sua natura è sempre chiamato ad agire e a decidere nel concreto, dentro un tessuto relazionale. Per questo la chiarezza sulla questione della libertà, l’evidenziarla proprio come questione è così fondamentale, perché è nella relazione con gli uomini e le cose che essa è suscitata e messa alla prova.

Parlare di origine significa parlare di libertà, parlare di gratuità significa parlare di libertà.

In una riflessione sul nesso fra la concezione del uomo e l’economia moderna osservava  Marco Moschini, professore di filosofia a Perugia, che la modernità, “un tempo apparsa come soffio d’aria nuova rispetto ad altre temperie ed altre età, pareva destinarci a più liberi pensieri; ci ha costretto invece a doverci ritrovare in una gabbia più angusta: quella di un “io ipertrofico” , un io che ha finito per esaurire se stesso in un pensiero assoluto – nel senso di libero, sciolto – che ha spazzato via con la sua, anche la vera libertà …”.

Ma da dove può nascere questa libertà, cosa la può alimentare, che tipo di relazione la favorisce?

È questa la domanda che abbiamo posto a Don Julian Carron.

È seguito:

Intervento di Don Julian Carron

Testimonianze di:

Paolo Zanella,

Azienda manifatturiera a Milano;

Graziella Avanzino, Centri di solidarietà  della Liguria;

Gianni Zandonai – Cile;

Marco Notari – Ripresa dopo chiusura dell’azienda;

Liborio Evola – Casa di cura (Alcamo);

Paolo Cevoli – Professionista;

Interviste ai ragazzi

Intervento conclusivo

 

Le prospettive

Quali sono allora le prospettive del nostro lavoro, della nostra compagnia?

Delineo tre direttrici sulle quali nel prossimo anno vogliamo concentrarci, e che implicano quella libertà generativa di cui abbiamo parlato.

 

  1. Favorire una nuova cultura di impresa capace di creare e ri-creare sempre, lasciandosi sfidare dal mercato e dai bisogni che si incontrano. Lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, una pianificazione finanziaria più pertinente e lungimirante, la sostenibilità ambientale – questi sono solo alcuni dei temi che chiedono a tutte le aziende una continua acquisizione e trasmissione di conoscenze e una valorizzazione di  ogni collaboratore nella sua unicità. Sono le persone che fanno le imprese e i progetti e dalle persone dipende la capacità di un impresa di cambiare, di migliorare, di innovare, specialmente in momenti di burrasca.   La condizione è anche un realismo, capace di chiudere delle porte e aprirne delle nuove, con creatività e flessibilità.  Per questo daremo maggiore impulso ai servizi per la formazione imprenditoriale e manageriale. Per le imprese non profit abbiamo fatto dei passi decisivi in questa direzione per sostenere la crescita di opere sociali forti e competenti, capace di sostenere un welfare sussidiario, più che mai necessario per il futuro dei nostri paesi. Svilupperemo ulteriormente i servizi utili a migliorare il rapporto con le banche e ad una migliore gestione finanziaria dell’azienda.

 

  1. Incentivare e sviluppare collaborazioni fra imprese – anche a livello internazionale. Alle imprese profit e non profit è chiesta una coraggiosa apertura a forme nuove di collaborazione, integrazione ed aggregazione. La singola impresa, specialmente quella piccola, farà sempre più fatica se rimane da sola. Ma mantenendo la propria autonomia può entrare in collaborazione con altre imprese. Questo vale anche per le opere sociali, per le scuole paritarie e anche per i professionisti. Non esistono dei modelli da applicare schematicamente. Bisogna mettere in gioco la propria creatività, superando quella autoreferenzialità che non riesce a guardare oltre il proprio recinto, inventando anche forme trasversali di collaborazione fra profit e non-profit.  Abbiamo fra di noi esempi virtuosi, che potete trovare sul numero del Corriere delle Opere.

 

I servizi  per l’internazionalizzazione hanno lo scopo di creare un network  in grado di favorire partnership imprenditoriali e di accompagnare le imprese nell’affrontare nuovi mercati nel mondo. Dopo l’esperienza del Matching svolto a giugno a Mosca, faremo l’anno prossimo un nuovo evento Matching a Shangai per favorire nuove iniziative delle nostre imprese in Cina. Vorrei sottolineare che l’internazionalizzazione permette anche l’incontro della nostra cultura del lavoro e del nostro fare impresa con altre culture nel mondo.

Per quanto riguarda il tema della collaborazione e della aggregazione fra imprese –dalla quale dipende dal mio punto di visto il futuro delle PMI – sono state importanti le diverse iniziative locali  promosse sotto il nome “Expandere with Matching” l’incontro fra le imprese al livello territoriale. Apriremo domani mattina la 7° edizione del Matching a Milano, che quest’anno si presenta non solo con la sua tradizionale e vincente intersettorialità, ma anche con una attenzione particolare ai diversi settori per agevolare la condivisione delle esperienze e la costruzione di nuove reti.

 

  1. Aiutare chi è in difficoltà, chi cerca lavoro e sostenere l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Nessuno che non ha un lavoro deve sentirsi solo, anche se spesso i tempi per trovare lavoro sono lunghi. Continueremo con i tavoli per l’occupazione all’interno delle CDO locali, che ringrazio per i sacrifici e a cui rinnovo un invito ad una sempre maggiore responsabilità sul territorio. Prego tutti coloro che sono impegnati nelle diverse forme di caritative, nei centri di solidarietà, negli studi professionali che operano sul mercato del lavoro, di lavorare insieme per un aiuto più efficace possibile verso chi cerca un lavoro.

 

Trovate sul sito della CDO un nuova sezione che si chiama “CDO per il lavoro” dove potete trovare uno strumento per le persone e le imprese che ha lo scopo di aiutare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e di presentare le diverse e più convenienti forme contrattuali utilizzabili. Vi invito tutti, aziende, disoccupati e giovani ad utilizzarlo.

Come abbiamo già detto nelle ultime Assemblee Generali le nostre aziende devono diventare sempre di più dei luoghi di accoglienza per i giovani introducendoli alla vita lavorativa con la formazione e il coinvolgimento nell’impresa. Di fronte ad una disoccupazione giovanile del 20% è importante trovare tutte le opportunità possibili per aiutare i giovani a trovare un lavoro. Un’indicazione non risolutiva ma importante ci viene dal fatto che  tante aziende nel settore manifatturiero e tanti artigiani cercano collaboratori. Questo vuol dire che tutti noi possiamo dare un piccolo, ma significativo contributo all’occupazione giovanile, comunicando con maggiore determinazione il valore e la bellezza del lavoro manuale.  Tutto ciò che noi vediamo intorno a noi è un manufatto o è nato attraverso un manufatto.

Il dialogo con la politica

Le nostre imprese e le nostre opere sociali, la nostra professionalità e le nostre iniziative come associazione sono il  contributo alla vita dei paesi nei quali viviamo. Sono un contributo alla crescita della società. Con questo vogliamo rispondere positivamente all’invito che il Presidente Giorgio Napolitano ci ha fatto al Meeting di Rimini per l’Italia.

Insistiamo con convinzione sulla presenza di associazioni e movimenti con una chiara identità culturale e aperti ad una collaborazione per il bene di tutti. La CDO lavora e continuerà a lavorare e a dialogare con tutte le altre realtà sociali e politiche per una società più orientata al bene comune – cosi come faremo in modo esemplificativo anche nei prossimi giorni del Matching. In questi anni si sta incrementando il dialogo operativo con tanti altri soggetti della società, desiderosi di lavorare insieme, e in questo vediamo segnali molto positivi per il ridimensionamento di logiche corporative o strumentali e di riscoperta del gusto di costruire insieme.  

Tanta debolezza della politica e tanta inefficacia degli interventi della pubblica amministrazione dipendono dal fatto che c’è una società troppo atomizzata e quindi molto indebolita. Al contempo è spesso proprio lo Stato che si impone come risolutivo e relativizza o ostacola addirittura le iniziative delle persone e dei corpi intermedi. Occorre ricordarsi proprio in questi tempi,  dove tanti  guardano alla politica con una attesa quasi messianica,  che lo Stato dipende da presupposti che lui stesso non è in grado di creare e che si generano nella società stessa. Per questo abbiamo aggiunto diverse volte allo slogan “Più società meno Stato” l’altro slogan: “Più società fa bene allo Stato”.

Ci auguriamo che questo sia anche una bussola per il nuovo Governo, che ha le condizioni per poter dare un contributo decisivo alla crescita del Paese.

Si tratta prima di tutto di liberare e valorizzare le risorse presenti: un tessuto sociale sufficientemente forte anche se appesantito da molti oneri, un senso della famiglia sempre presente anche se con qualche fragilità, una imprenditorialità diffusa sia nelle imprese profit sia nelle imprese sociali con notevoli capacità innovative e un particolare gusto per l’eccellenza.

Guardando al Governo Monti ci sembra decisiva la prospettata riforma del sistema fiscale, per alleggerire il peso delle imposte per lavoratori, famiglie e imprese. Un sistema fiscale è sempre espressione del rapporto fra stato e società.

Ci sembrano altrettanto importanti le intenzioni  di far ripartire gli investimenti pubblici nelle infrastrutture, sburocratizzare la pubblica amministrazione, accelerare i pagamenti alle imprese, dare attuazione ai principi contenuti nello small business act e nello Statuto delle imprese.

Che la formazione e l’introduzione dei giovani nel mondo del lavoro sia una priorità nel programma del governo ci sembra un segnale importante e promettente. Per quanto riguarda il mondo del lavoro in generale sarà importante proseguire con una nuova legislazione sul lavoro che aggiorni i contratti di ingresso e contratti di lavoro in generale. A questi contratti bisognerà agganciare una nuova mutualità previdenziale e assistenziale che supporti la nuova mobilità del lavoro.

Sempre in nome delle tante realtà impegnate nella vita sociale del paese chiediamo una sussidiarietà vera che non utilizzi l’iniziativa dei singoli e dei corpi intermedi come tappabuchi, ma li riconosca come realtà essenziali alla vita del società. Vogliamo lasciarci alle spalle un dirigismo statale e un assistenzialismo sociale con tutta la burocrazia e tutti i costi che comporta.

Ci preme sottolineare che il futuro del’Italia dipende dalla qualità dell’educazione scolastica, della formazione professione e dalle Università. Non è questo il luogo per entrare nei particolari delle riforme necessarie, anche perché sono questioni complesse. Ma faremo, come già abbiamo fatto, le nostre proposte perché i giovani possano crescere con la certezza di poter esprimere al meglio i loro talenti. Modernizzare il nostro paese passa anche attraverso l’abbandono di rendite e privilegi di ogni genere che hanno penalizzato la spinta ad un rinnovamento e hanno mirato alla conservazione penalizzando i giovani e le fasce  più deboli della popolazione.

Il rapporto con l’Unione Europea non è una questione secondaria. L’Unione ha una valenza cosi decisiva per la pace e la prosperità di tutti paesi che la compongono che vale la pena affrontare le inevitabili difficoltà con uno spirito costruttivo e difendere con fermezza quelle posizioni culturali e politiche che hanno dato origine ai trattati di Roma. L’interdipendenza fra i paesi dell’Unione non è sempre facile, tant’è vero che tutta l’Unione Europea sta ripensando se stessa, le sue relazioni interne ed esterne. Ma proprio per un tale impegno è semplicemente pericolosa la superficialità con la quale vengono accreditate dietrologie e  teoremi complottistici sulle intenzioni di istituzioni europee o addirittura di altre nazioni.

Noi siamo pronti a dialogare con gli esponenti del Governo Monti su tutti temi e su tutte le questioni dove siamo in grado di dare un nostro contributo. Faremo le nostre proposte dove pensiamo possano essere utile per tutto il Paese.  L’unica cosa che ci interessa è che l’Italia torni a vivere all’altezza della sua vocazione storica: Realizzare e promuovere una civiltà basata sul valore e sull’impeto creativo della persona. Il governo Monti si è potuto formare attraverso una collaborazione fra il Presidente della Repubblica, la maggioranza e le forze dell’opposizione. Ci auguriamo che partendo da questo momento un clima di dialogo orientato al bene del Paese  possa svilupparsi, superando definitivamente quella litigiosità e faziosità che è stata una delle cause della crisi politica.

Potrebbe esser il momento giusto per ripartire dallo spirito della Costituente che vedeva politici di diverse provenienze impegnati insieme per il bene del paese in una fase drammatica della storia sempre in continuo miglioramento, come sottolinea la Mostra sui 150 anni dell’unità d’Italia. In questo spirito potrebbe anche nascere una riforma del sistema elettorale che restituisca all’elettore la scelta dei propri candidati, per ridimensionare l’oligarchia  che caratterizza – volenti o nolenti – oggi i raggruppamenti politici.

Conclusioni 

Don Giussani ci ha sempre invitato ad essere protagonisti, con quella baldanza ingenua che ci caratterizza, di prendere l’iniziativa dove possibile, ma di non diventare mai cortigiani della storia. A questo proposito dice in una intervista:

 “Essere cortigiani della storia mi pare significhi vivere nella storia senza l’apporto creativo (che sappia diventare proposta e costruzione) proprio di chi ha ricevuto e riconosciuto il senso dello scopo del tutto e, perciò, ha una percezione più vera del compito che gli spetta nel momento che passa (nella contingenza storica) e una generosità di implicazione più grande, che gli deriva dall’affezione allo scopo. La coscienza del proprio compito dipenderà evidentemente da un’osservazione attenta delle urgenze e dei bisogni umani nel contingente momento. Ma lo scopo ultimo è ciò che illumina, chiarisce, colloca nella giusta posizione tutti i fattori del presente. Senza il riconoscimento dello scopo ultimo quindi non c’è sapienza. Così come senza amore al fattore ultimo non c’è vera generosità nel presente. Una generosità nel cercare di realizzare l’illuminazione che lo scopo ultimo dà alla circostanza presente o, in altri termini, la risposta al presente secondo la visione che nasce dall’amore all’ultimo”.

Come le testimonianze hanno dimostrato, abbiamo la possibilità di non subire ma di affrontare le circostanze valorizzando in ogni situazione e in ogni persona il positivo che c’è. Niente è scontato, niente è dovuto, ma in tutto c’è sempre un punto dato, “un istante imprevedibile” , sorprendente e inaspettato dal quale possiamo ripartire. E il lavoro è un’occasione privilegiata per ricominciare sempre e costruire insieme la strada della libertà per tutti.



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