NUOVI ITALIANI/ Blangiardo: Napolitano e Bersani non conoscono l’articolo 14?

Le parole del Presidente della Repubblica, sulla concessione della cittadinanza ai figli minori di immigrati, hanno scatenato il dibattito. GIAN CARLO BLANGIARDO fa il punto

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Il Capo dello Stato incontra figli di immigrati, foto Ansa

Ha causato inevitabili polemiche e dibattiti ancora in corso la dichiarazione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rilasciata ieri. Parlando all’incontro con la Federazione delle Chiese evangeliche, il Capo dello Stato ha detto che negare ancora la cittadinanza ai bambini figli di immigrati, ma nati in Italia, è follia: “”Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione”. Parole che trovano corrispondenza con quanto detto dal segretario del Pd Pierluigi Bersani durante la discussione sul voto di fiducia al governo Monti: “Abbiamo centinaia di migliaia di figli di immigrati che pagano le tasse, vanno a scuola e parlano italiano e che non sono né immigrati né italiani, non sanno chi sono. È una vergogna”. La Lega, ma non solo, si è scagliata contro queste dichiarazioni, dicendosi pronta a far “barricate” contro ogni evenienza del genere. Gasparri, del Pdl, ha invece fatto notare che la vera follia sarebbe quella di concedere la cittadinanza basandosi sullo ‘ius soli’ e non sullo ‘ius sanguinis’, come prevede invece oggi la legge attuale. Secondo Gian Carlo Blangiardo, Docente di Demografia  all’Università di Milano-Bicocca, contattato da IlSussidiairo.net per avere un commento sulla questione, “quelle esposte dal Presidente della Repubblica sono considerazioni che non tengono conto di tutti i fattori in campo su un argomento come questo. E’ necessario infatti dare il giusto lasso di tempo perché le persone possano maturare la piena consapevolezza di cosa vuol dire essere cittadini di un determinato Paese. Non si può concedere la cittadinanza a un immigrato che ad esempio è in Italia da soli sei mesi”.

Professore, il presidente Napolitano ha detto ieri tra le altre cose che concedere la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia non solo è un diritto fondamentale, ma “dovrebbe anche corrispondere a una visione della nostra nazione di acquisire nuove energie per una società invecchiata, se non sclerotizzata”. Dare la cittadinanza ai bambini figli di immigrati sarebbe davvero questo toccasana?

Che l’immigrazione sia una iniezione di linfa vitale in un sistema demografico asfittico è un dato di fatto, questo è fuori discussione. Nascono in Italia circa 70, 80mila bambini stranieri all’anno: su un totale di meno di 600mila nati abbiamo circa 80mila nascite coperte dall’immigrazione. L’immigrazione dà indubbiamente forze giovani in termini di nascite e in termini di apporti esterni, anche l’immigrato che viene qui a 25, 30 anni anni è un giovane che si immette in un sistema come quello italiano che invece ha una età media di 40, 50 anni. Tutti quelli che arrivano a una età meno di 43, 5 anni abbassano la media della popolazione.

Dunque non si tratta solo di future generazioni, è un dato già presente nella nostra società.

Esatto. E’ chiaro che il bambino che nasce qui, che abbia la targa Italia o la targa Marocco, qui è e qui resterà. Dal punto di vista del risultato la concessione della cittadinanza non cambia l’apporto demografico: ragioniamo sulla popolazione di fatto residente, non necessariamente con la targa di cittadinanza. Ma non solo.

Ci spieghi.

Il contributo vitale di cui si è fatto cenno già esiste al di là di avere o no la cittadinanza. E’ evidente che se facciamo un discorso di acquisizione definitiva allora la cittadinanza può essere un elemento in più, anche se la mia opinione personale è che chi è nato qui in una famiglia che è qui in via sostanzialmente definitiva, anche stando alle norme attuali dovesse aspettare il 18esimo anno per avere la cittadinanza italiana, comunque è nel sistema Italia e ci resta.

Si è detto che anche i minori avrebbero l’aspirazione a diventare cittadini italiani.

Si tratta di capire fino a che punto in realtà non essere italiano discrimina il minore rispetto agli altri bambini. Io credo non sia così, ormai stiamo entrando in un sistema in cui queste cose sono accettate. Ma al di là di questo è un’altra unità giovane che rimarrà qui in via definitiva indipendentemente dalla cittadinanza o no.

In Italia al momento esiste il cosiddetto ius sanguinis, mentre alcune forze politiche premono per lo ius soli. Dopo le parole del Capo dello Stato c’è già chi si è mosso per far sì che lo ius soli diventi un disegno di legge, assegnando la cittadinanza ad ogni nato in Italia indipendentemente da quella dei genitori.

La differenza è questa. Ius soli: sei cittadino di diritto del Paese in cui sei nato, il suolo dove sei nato. Ius sanguinis: non importa dove nasci, per diritto di sangue i tuoi genitori ti trasmettono la cittadinanza.

Lei quale pensa sia la strada migliore?

Delle due cose a me sembra che lo ius sanguinis dia rilievo a un aspetto che io ritengo importante e cioè la famiglia. Tu sei un bambino, un minore che ancora non ha una sua autonomia nella società e giustamente la società delega  la famiglia a esprimere le tue scelte, il tuo interesse. La persona che è delegata ad agire per te ha una sua cittadinanza e io ritengo naturale fino a quando il genitore si muove per il tuo interesse in un sistema di norme che regolano il suo essere cittadino, che il bambino si muova in sintonia se anche tu sei inserito in quel sistema di regole. Non lo trovo anomalo: fino a quando non sono maggiorenne non sta a me decidere qual è la regola di cittadinanza che preferisco.

Cosa dice esattamente la legge attuale che regola questa problematica?

La legge attuale, quella del 1992 che non sarà il massimo, in qualche modo ha questo tipo di logica tanto che c’è l’articolo 14 che di solito non viene mai preso in considerazione. Tutti fingono che non esista o proprio non lo sanno per ignoranza. Dice, l’articolo 14,  che i figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana se convivono con esso acquistano la cittadinanza italiana, ma diventati maggiorenni possono rinunciarvi se dispongono di altra cittadinanza. Il concetto è: sei un bambino, segui i tuoi genitori in tutto. Loro diventano italiani e tu diventi italiano come loro. Da grande potrai decidere di cambiare cittadinanza, se non ti aggrada. Non è vero che il  bambino straniero è abbandonato, egli è nelle braccia, come ritengo sia giusto, della propria famiglia.

Una legge che riconosce un elemento decisivo, la famiglia.

A me piace il principio di fondo: un contesto familiare che riconosce la responsabilità di chi ha un carico familiare, ed è giusto che il minore rientri nel sistema normativo di colui che ha la responsabilità.  Se vogliamo fare una considerazione aggiuntiva, diciamo se dobbiamo discutere la legge di cittadinanza, discutiamo sulla forse eccessiva lunghezza dei tempi. Forse 10 anni sono tanti, comunque un periodo congruo per far sì che uno decida veramente che ha acquisito il sistema di cui vuol diventare cittadino ci vuole. Perché poi quando è cittadino conta come tutti nelle scelte politiche etc. e quindi ha una responsabilità rilevante. E’ bene dunque che abbia maturato una coscienza appropriata, non può diventare cittadino italiano in sei mesi. Snelliamo le pratiche burocratiche, ma il tempo di maturazione della coscienza dell’individuo va tenuto in massimo conto.

C’è chi dice che in Italia gli immigrati non sono questo grande numero rilevante.

A dicembre presenteremo il 17esimo rapporto della Fondazione Ismu. In particolare sono responsabile di un passaggio, nel quale faccio vedere che oggi i nuovi cittadini italiani in un anno sono circa 60mila; questo perché dietro la naturalizzazione ci vogliono 10 anni di anzianità. Ma quelli di oggi sono persone che attingono da un serbatoio di almeno 10 anni. Siccome 10 anni fa i residenti in Italia non erano tanti come oggi, è evidente che il serbatoio è ancora modesto.

Modesto rispetto a quanto accade in altri Paesi europei.

Anche qui non si citano dati, appositamente o non lo si conoscono. Oggi abbiamo circa 5 milioni di residenti stranieri, fra 10 anni il serbatoio da cui pescare sarà molto più abbondante tanto che nel rapporto Ismu abbiamo fatto delle simulazioni: fra 10 o 15 anni  i nuovi cittadini italiani non saranno 60mila, ma 150, 200mila. Ci dicono che  in in Italia ci sono pochi stranieri, teniamo conto che siamo Paese di immigrazione recente: quando diventeremo Paese di antica immigrazione come la Francia o la Germania ci saranno più immigrati che acquisiscono la cittadinanza. Sarà come in Germania dove, peraltro, oggi ci sono circa 100mila nuovi cittadini all’anno, non  molti di più che qui da noi. E’ facile criticare, ma teniamo conto di tutti gli aspetti in ballo.

E a chi dice che concedere la cittadinanza italiana agli immigrati porterà a un inquinamento dell’identità nazionale, cosa risponde?

Non è una preoccupazione giusta, se si tiene conto dei tempi di maturazione. Se mettiamo in una cesta di belle mele una mela acerba abbiamo mele di qualità medio bassa. Se noi diamo il tempo giusto alla mela di maturare, avremo una cesta di ottime mele. Così è per il cittadino straniero: occorre far maturare la sua coscienza di cosa significa avere una cittadinanza.

(Paolo Vites)

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