ALLUVIONE GENOVA/ La risposta al dolore non è la “città perfetta”

- Luca Doninelli

I liguri hanno sempre dovuto affrontare la sorte, il destino. Ogni giorno, tutte le volte che un marito o un figlio doveva prendere il mare. LUCA DONINELLI torna sull’alluvione di Genova

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Immagine d'archivio

Entrare in una chiesa ligure fa sempre un effetto particolare. Il loro sfarzo, la loro ricchezza, l’abbondanza di luci sorprendono sempre, anche alla centesima visita. Da Monterosso a Levanto, da Sestri Levante a Chiavari, da Santa Margherita a Genova e poi giù per il lunghissimo Ponente, queste chiese ci accolgono e ci raccontano storie straordinarie.

Sono storie legate al dolore, storie di naviganti che affidavano le loro fortune al mare. Nella vicina Toscana “uscire” (per esempio uscire di casa) si dice “sortire”, andare verso la sorte. I liguri hanno sempre affrontato la sorte, il destino, tutte le volte che un marito o un figlio, o anche tutti e due, uscivano di casa, quando non era ancora giorno, e prendevano il mare. Cioè, praticamente tutti i giorni.

C’era chi usciva per pescare, chi per compiere lunghi viaggi, e chi – come gli emigranti – per non tornare mai più. Non sempre il mare era amichevole, e spesso le donne si vedevano riportare sposi e figli in stato di cadaveri.

Questa esperienza, che faceva parte, ahimé, della vita quotidiana, che apparteneva – si direbbe oggi – al default dell’esistenza di gente serrata tra mare e montagna, gente costretta a conquistare metro per metro la terra dove abitare; bene, questa esperienza non allontanò l’uomo da Dio, non lo indusse a bestemmiare, non inculcò in lui il risentimento.

I dolori continui di questo popolo dal carattere burbero, ma intelligentissimo, non sradicarono la sua fede. Anzi: i liguri innalzarono a Dio le loro bellissime chiese, le vollero ricche e accoglienti, affinché la gente ci andasse volentieri, perché si va volentieri a incontrare un amico. E vollero fare conoscere Dio a tutti, inventando le processioni più suggestive e commoventi che io abbia mai visto.

Così, i dolori e le perdite rendevano più forte il popolo, più consapevole di sé, più orgoglioso, inducendolo non a tirare i remi in barca ma, anzi, a fabbricare barche più grandi e robuste, capaci di reggere meglio il mare e di portare più lontano.
Quante cose impariamo sulla natura umana, visitando la Liguria!

L’alluvione che ha colpito Genova in questi giorni riempie i miei occhi di tutte le immagini splendide che conservo in me di questa terra. Nei momenti più drammatici nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo: bastava trovarsi sulla via sbagliata, sul portone sbagliato, nel corridoio sbagliato.

Non voglio dire che non ci siano responsabilità negli amministratori della città. A pochi giorni dall’alluvione nel Levante, con la Protezione Civile allertata e le previsioni al peggio, le scuole non sono state chiuse – per dirne una. Poteva andare bene, invece per sei persone come me e te è andata male. Personalmente, sono convinto che in casi come questi il sindaco dovrebbe dimettersi subito, come atto dovuto, senza pensarci un momento, prima di stabilire qualsiasi responsabilità penale.

Eppure, che tristezza se tutta la nostra capacità di comprendere finisse in un cul-de-sac come questo! Che tristezza, se la questione fosse solo di farla franca, di portare a casa la pelle, e di pretendere dagli amministratori questa stessa cosa! Che tristezza, tutta questa Sicurezza! Se il pianto e la pietà non riuscissero a precedere la nostra (sia pure sacrosanta) indignazione, che razza di uomini saremmo?

Avrà anche ragione il mio amico Gian Giacomo Schiavi a dar la colpa, sul “Corriere”, a chi ha devastato il territorio con una sistematica speculazione edilizia rendendolo friabile, debole, soggetto a smottamenti. Ma c’è ben altro da guardare.

In questi giorni, a Genova, c’è una mamma – lo so perché la conosco – che trepida, e prega, e fa pregare tutti affinché il suo figlioletto, gravemente malato, possa vincere il nemico che si porta dentro. Suo figlio è come dentro il vortice dell’alluvione, l’acqua lo sta serrando alla gola. Cosa posso dirle? Cosa possiamo dire alle famiglie che, in questi giorni, si sono viste portare via una madre, una figlia?

La sola risposta interessante sta in quelle chiese belle, ricche, lucenti e accoglienti, in quella fede che nulla ha a che vedere col fideismo, e che si radica nella durezza del vivere – mi correggo: nella benedetta durezza del vivere.

Il mio più caro amico, morto per un tumore nello scorso settembre, in uno dei momenti più duri osò dettare queste parole: “Di fronte a questo dolore (…) è necessario credere che è Dio che agisce nelle cose, altrimenti uno impazzisce”.
E continuava: “Questa circostanza mi ha fatto avere uno sguardo nuovo sulla realtà, che non avevo mai avuto.” Poi, all’improvviso, queste parole inaudite: “Se mi chiedessero di riaffrontare e rivivere questa malattia, non so se direi di no, tale è stata la portata di questo cambiamento.”

Nelle sofferenze più atroci, un uomo del nostro tempo, un uomo di successo, perfettamente in sé, dal carattere iper-razionale, ha osato dire: non so se direi di no. E aggiungere: “Mendicare, questa è la condizione dell’uomo alla quale Dio dà risposta attraverso la sua Misericordia, che è il dono del suo amore ai miseri, cioè ai mendicanti.”

Non lo dico per fare prediche, ma perché un dolore così grande e inspiegabile come quello prodotto dall’alluvione di Genova ci obbliga a rispondere alla domanda: che cos’è un uomo? Dalla risposta a questa domanda dipende la qualità della vita, da adesso in avanti.

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