J’ACCUSE/ Cosa nasce da quei giovani-vecchi cresciuti a latte e rivoluzioni fallite?

- Carlo Bellieni

La generazione del ’68, spiega CARLO BELLIENI, ha insegnato ai giovani a fuggire davanti alle difficoltà, a non scoprire il gusto di costruire realmente qualcosa

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L'Italia è una nazione vecchia nell'animo? (Foto Imagoeconomica)

Martedì 8 marzo, presso il Policlinico Universitario “Agostino Gemelli”, la Direzione Scientifica dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ha presentato alla stampa il “Rapporto Osservasalute 2010”. Emerge che gli italiani sono sempre più grassi, in media più vecchi; sono pigri e fanno sempre più uso di antidepressivi. Tutto questo corrisponde benissimo con recenti indagini Istat che mostravano una perdita profonda di senso e di speranza nella popolazione, non legata solo a motivi economici, ma esistenziali e culturali. Insomma, un popolo ormai arrivato alla frutta, una nazione vecchia nell’animo: un Paese che ha 150 anni e li sente!

Questo ritratto non considera quelle isole di vita che nessuno racconta: quelle associazioni, movimenti, persone singole che hanno ancora un cuore che batte e che costruisce, ma di cui i media non si interessano; non considera quei ricercatori, insegnanti, medici che ancora sentono passione per quello che fanno. Già, perché non ne parla nessuno.

Il segno più grave di questo invecchiamento è che sui giornali e alla tv si parla solo di tre cose: morte, pettegolezzi e calcio, tipico ciarlare da “baretto” sottocasa tra pensionati, fortunati che ci sia ancora qualcuno che faccia delle leggi per arginare i discorsi di morte, e che qualcuno faccia ancora del buon calcio non inquinato da scommesse e divismo. Ma a pensarci bene, questa è proprio la base del ragionare etico attuale: cos’altro può nascere da una generazione di vecchi cresciuta a dosi di relativismo e di rivoluzioni fallite?

E questo disastro si riversa sui figli, come ben descrive Paola Mastrocola nel suo libro Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda, 2011). Il libro racconta con gli occhi di una professoressa la generazione attuale, in cui “l’importante è essere, non fare; e quindi dare il segnale di ciò che si è, non di ciò che si fa: vestirsi, mostrare, non costruire, lavorare, studiare. Non si va a scuola per fare qualcosa, ma per essere qualcuno; e i vestiti sono uno dei possibili strumenti. […] Una volta l’atteggiamento modaiolo riguardava pochi, oggi la quasi totalità dei giovani. Inoltre, oggi c’è infinitamente più denaro, di cui i nostri figli possono agevolmente disporre”, dando l’illusione che si possa essere se stessi aderendo alle alternative che detta la tv o la pubblicità, “con centomila modi per personalizzare, parola magica!, quello che in realtà è tutto miseramente uguale”.

 

Perché la generazione precedente, quella che ora fa il “bar dello sport” nei giornali e in Parlamento, ha saputo disperdere un tesoro: la certezza “che molte cose all’inizio faticose spiacevoli o difficili sanno poi tramutarsi in lievi, piacevoli, addirittura facili, quando si diventa capaci di farle. Capivamo che esiste anche una felicità mentale, ed è quello stato di grazia che ci prende quando arriviamo a essere padroni di un gioco complesso, non banale, sia esso una poesia di Emily Dickinson o un teorema di algebra”. Oggi, alla minima difficoltà (un esame andato male, un figlio non voluto) si insegna solo a fuggire.

 

La colpa per l’autrice è la scuola alterata dai miti di don Milani o di Gianni Rodari, che hanno fatto scemare l’impegno per sostituirlo col gioco, che hanno abbassato il livello richiesto sperando che così qualcosa arrivasse a tutti, mentre non solo il 90% dei ragazzi, dice, oggi vanno a scuola senza voler imparare, studiare, ma solo per socializzare; ma anche gli è scomparso il senso di rispetto per l’istituzione e di rimorso per l’insuccesso evitabile.

“Noi soprattutto, noi che apparteniamo alla generazione nata negli anni Cinquanta, noi generazione del Sessantotto e dintorni siamo i massimi responsabili – dice la Mastrocola -. Abbiamo lasciato che andassero a ramengo purché ci lasciassero in pace, liberi di occuparci del nostro ombelico. Così adesso, di fronte ai libri che li mettono davanti a ostacoli insormontabili, i nostri ragazzi scappano. Al massimo, leggono i libri dei vampiri”.

 

Cosa c’era da aspettarsi da una generazione, pur con le dovute eccezioni, che ha messo il relativismo come somma legge, che ha prima pensato di rivoluzionare il mondo col comunismo distruggendo fisicamente gli avversari e poi è arrivata a capitanare l’industria che combattevano, col rammarico di essere dei traditori dell’idea marxista-ugualitaria, presto tramutato in cinismo?

 

Oggi sanno solo parlare di morte, di diritti “civili”, cioè di quello che si può fare al chiuso della propria stanzetta, e in questo rammarico e intisichimento hanno intisichito dai loro giornali, televisioni e cattedre; e di conseguenza i giovani. Che si ribelleranno contro la generazione che gli ha tarpato le ali, come – guarda tu – prevedeva un antico sessantottino, Adolfo Bioy Casares in Diario della guerra al maiale (1969); ma il nemico, i “vecchi” da combattere, ora sono proprio loro, i falliti rivoluzionari.

 

A quando la ribellione dei giovani, che ora guardano i luoghi remoti di libertà, le piccole comunità e movimenti, come un luogo di riscossa? La attendiamo, sapendo che i luoghi vivi e innamorati della vita non si sono mai spenti; ma ci vorrà molto per uscire a ridare forza ai muscoli mentali e morali di un popolo addormentato tra richieste di morte e “circenses”: servirà una generazione o due.

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