YARA GAMBIRASIO/ Giustizia e Paradiso, a Brembate risuona la “sfida” di don Corinno

- La Redazione

Brembate Sopra vive ancora la tragedia di Yara Gambirasio, da tutti sentita come la propria figlia. ROBERTO PERSICO ha partecipato alla fiaccolata di lunedì sera

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Uno dei tanti momenti di preghiera per Yara Gambirasio

Piove. Gli spazi intorno alla chiesetta del Roccolo, a Brembate Sopra, sono gremiti. Molti sono arrivati da paesi vicini. La fiaccolata e la Messa di lunedì sera erano state decise da tempo, per chiedere a Dio il miracolo. Dopo che sabato Yara è stata ritrovata cadavere, i genitori e il parroco hanno voluto che si svolgessero ugualmente, per ringraziare Dio della fine della tremenda incertezza.

Il popolo che si assiepa sotto l’acqua è dignitoso, composto, come sempre ha mostrato di essere in questi tre terribili mesi; ma quando nel vangelo della resurrezione di Lazzaro Marta dice “Signore, se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto”, un brivido sembra percorrere la piazza: dov’eri, Gesù, quando Yara è morta?

Nella predica, don Corinno rimane saldo; pare voler dissipare il dubbio che avrà sentito circolare fra la sua gente: «C’è il paradiso, amici! Se non ci fosse il paradiso ci sarebbe solo la disperazione, l’assurdo! Oggi per noi il paradiso è più vicino, perché lì c’è la nostra Yara. Il male si vince con il perdono, non con la vendetta. I genitori di Yara non hanno mai avuto una parola cattiva contro chi ha portato loro via la figlia, mai. Preoccupiamoci che i nostri figli non facciano del male».

Non ha parlato a caso, don Corinno. Alla fine della Messa, tra la gente che sfolla quieta qualche operatore tv è riuscito a intrufolarsi, superando le difese che tengono lontano la curiosità morbosa dei media; nelle interviste che strappano ai presenti una parola risuona più di altre: “rabbia”. «È così – commenta il papà di una compagna di Yara -. Quel che si è letto sui giornali, che si è visto in televisione in questi mesi, è tutto vero. Quel titolo dell’Eco di Bergamo, “Yara figlia nostra”, è giusto: qui la gente ha vissuto il dramma come proprio, vi ha partecipato, ciascuno come poteva, tutti hanno rifiutato il circo mediatico, la caccia all’untore. Davvero si sono visti dei miracoli, gente che da una vita non andava in chiesa ricominciare a pregare, riavvicinarsi alla fede».

Ma? «Ma il rischio che adesso qualcosa si spezzi c’è. Noi qui abbiamo toccato con mano il male del mondo, quel male che c’è sempre, ma che quando accade ai piccoli rom o ai bambini-soldato dell’Africa ci sembra così lontano, estraneo. Invece, adesso è una ferita aperta, sanguina. Allora la tentazione è rimarginarla a modo nostro».

 

Cioè? «I migliori, magari, consolandosi al pensiero che Yara è in paradiso. Altri, e non sono pochi, specie fra i giovani, invocando una giustizia durissima. Altri ancora hanno pensato bene di affidarsi agli specialisti: hanno chiamato un’equipe di psicologi per aiutare le amiche di Yara a “superare il trauma”».

 

Invece? «Invece il male c’è, è reale, è il male di tutti, il mio male. Non si elimina con gli specialisti o la vendetta, nemmeno si esorcizza pensando che “tanto c’è il paradiso”. Il problema è se quel che ha detto don Corinno, “il paradiso oggi è più vicino”, è una bella affermazione di fede o un’esperienza reale. Non basta che io risponda a mia figlia che Yara è in paradiso. Mia figlia, io, abbiamo bisogno che il paradiso sia un’esperienza, qui e ora. Questa è la vera sfida che Yara ci lascia; questo il miracolo di cui tutti abbiamo bisogno».

 

(Roberto Persico)

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