SCUOLA/ Cosa ci insegna la guerra insegnanti-genitori scoppiata al “Parini”?

- Luigi Ballerini

Quanto avvenuto al liceo Parini di Milano apre a una riflessione universale: è ancora possibile l’alleanza professori-genitori nell’educazione dei figli? La riflessione di LUIGI BALLERINI

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Titola La Repubblica del 23 marzo nelle pagine di Milano: “Parini, troppi insulti dai genitori. Cinque insegnanti se ne vanno”. Nel liceo milanese sembra essere scoppiata una guerra fra genitori e insegnanti, ma la questione in gioco travalica le mura dell’edificio per riguardare la scuola tutta. Di là dalla vicenda specifica, l’occasione è buona per parlare dell’alleanza educativa fra genitori e insegnanti, facendolo qui secondo la prospettiva dei primi.

Solitamente si definisce alleanza il patto di unione fra due o più soggetti per il raggiungimento di uno scopo comune. Nel caso dell’alleanza educativa mi piace innanzitutto pensare che l’oggetto dell’alleanza riguardi il ragazzo tout court e la sua crescita, non solo la scuola e il successo scolastico in sé. Focalizzarsi esclusivamente su quest’ultimo fattore è già un errore di prospettiva che genera sovrapposizioni confuse e confondenti. La scuola non è né può essere l’unico ambito educativo dei ragazzi. Non è pertanto affatto opportuno che tutta l’attenzione si concentri sullo stesso punto. Gli alleati vittoriosi infatti spesso agiscono su fronti diversi senza sovrapporsi , anzi senza il rischio di scontrarsi proprio su quello stesso terreno su cui dovrebbero collaborare. Ma prima bisogna avere chiara la percezione che esistono terreni distinti per poter procedere in accordo.

Sono due le tentazioni che colpiscono alcune mamme e papà dentro una prospettiva di falsa alleanza, due tentazioni  del tutto speculari che tuttavia originano dallo stesso errore.

Come primo aspetto considero quell’intrusione nella scuola da parte dei genitori che vive della pretesa di controllare ogni aspetto della vita dei ragazzi, all’interno di una presunta esigenza di tutela e vigilanza per ciò che accade fuori casa. L’idea sottostante è che si debba vivere in continua difesa e che l’unico detentore delle istanze del ragazzo così come l’unico reale conoscitore dei suoi pensieri e delle sue esigenze sia il genitore stesso. Entrare in una logica di puro sindacalismo porterà il genitore ad una eccessiva ingerenza nella vita scolastica del suo ragazzo e dell’istituto stesso. Ciò che si presenta all’esterno come dedizione  e passione di mamme e papà, capace di suscitare in qualcuno anche una certa ammirazione per l’attivismo che ne consegue, in realtà può muovere da istanze interne di controllo e mancata fiducia verso l’altro. Ben diversa è invece una partecipazione attiva all’interno degli spazi pensati per la presenza dei genitori dove poter anche contrastare, se necessario, eventuali atteggiamenti di qualche insegnante che meritano di essere corretti e civilmente ripresi. Per una giusta difesa del ragazzo.

La seconda tentazione per un genitore consiste invece nell’appaltare all’istituto scolastico l’educazione del figlio. La scuola viene quindi vista come un corsificio, con funzione vicaria alla presenza familiare, da cui pretendere ogni tipo di cosiddetta educazione: educazione alimentare, stradale, all’affettività, alla manualità. E’ solo un apparente prendere le distanza dalla scuola, un apparente lasciar fare, perché prima o poi si verrà a chiedere il conto reclamando il mancato successo di un progetto utopico e impossibile a darsi.

In entrambi i casi assistiamo all’errore di ipertrofizzare la scuola quale unico ed esclusivo luogo di esperienza del figlio.

Per scardinare queste due posizioni dobbiamo rifarci al concetto di affidamento, che nella sua radice richiama quello di fiducia. Ma perché vi sia fiducia, in questo caso nella scuola e negli insegnanti, occorre che prima vi sia una scelta consapevole.

La scuola in cui far trascorrere così tanto tempo ai figli, sia essa statale o paritaria,deve essere sempre scelta con cura e cognizione di causa; non può ad esempio essere condizionata da puri fattori di comodità logistica, ovviamente laddove possibile e nei limiti del ragionevole, o da una certa fama di “serietà”.

E’ all’interno di questa scelta consapevole e ragionata  che si origina poi l’alleanza educativa dove, nel rispetto dei ruoli e degli ambiti, gli adulti collaborano per una crescita del giovane nella totalità dei suoi aspetti. Il successo scolastico è infatti solo uno, e forse nemmeno il principale sebbene sempre così sotto i riflettori, dei modi con cui si esprimono le potenzialità dei ragazzi e anche la loro successiva funzione sociale.

Da questa alleanza genitori ed insegnanti potranno arricchirsi di reciproche e distinte visioni del ragazzo, colto in ambiti diversi dall’una e dall’altra figura. Conoscere cosa e come sta vivendo il ragazzo a casa e fuori scuola è il modo più semplice per un insegnante per comprendere meglio la situazione, così come apprendere di certi comportamenti e atteggiamenti in classe rappresenta per il genitore l’occasione per guardare al “suo” ragazzo magari in modo diverso. Occorre però una fiducia reciproca abbandonando atteggiamenti di chiusura o pregiudizialmente difensivi.

E’ infatti frequente che i giovani siano diversi nei diversi ambiti, ma non per dualismo o scaltrezza, quanto per la loro particolare sensibilità a ciò che percepisono favorire o inibire la loro espressione, la loro libertà. Il loro comportamento spesso dipende da quanto pensano di doversi difendere rispetto a un adulto che li osserva.

Ma perché il ragazzo non si senta letteralmente accerchiato è necessario che l’alleanza educativa non lo escluda, anzi lo comprenda fin dall’inizio. Deve essere e sentirsi parte di ciò che lo riguarda, non solo  oggetto della speculazione e della accorta pianificazione altrui. Nessun ragazzo potrebbe davvero desiderare di diventare oggetto di una strategia, per quanto amorevole. Chiede e pretende di essere protagonista.

Non si tratta più quindi di una alleanza sul ragazzo, ma col ragazzo in cui i diversi soggetti – insegnante, genitore, giovane stesso – collaborano a diverso titolo al suo diventare grande, partendo dalle sue inclinazioni, dai suoi desideri, dalle sue difficoltà così come dalle sue passioni. Ossia da un ascolto attivo e partecipato a ciò che, come persona, ha da dire.

In questo modo lo spettacolo degli adulti a scuola non sarà più desolante come la cronaca ci racconta, riuscirà piuttosto a far venire voglia di diventare grandi, perché inscritto all’interno di un rapporto capace di portare vantaggio e soddisfazione a tutti i soggetti che vi partecipano.

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