FINE VITA/ 2. Socci: non stravolgiamo questa legge o “perderò” mia figlia

ANTONIO SOCCI cita la propria esperienza per spiegare cosa potrebbe accadere oggi, dopo la vicenda Englaro, se la legge sul testamento biologico in discussione venisse stravolta

08.03.2011 - int. Antonio Socci
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Foto Imagoeconomica

Lo ha detto di recente il card. Angelo Bagnasco: «la legge che sta per essere messa in discussione alla camera non è una legge “cattolica”. Semplicemente rappresenta un modo concreto per governare la realtà e non lasciarla in balia di sentenze che possono a propria discrezione emettere un verdetto di vita o di morte». Il presidente della Cei si è richiamato al “buon senso dell’accudimento umano”; non è una battaglia teologica, ma una questione di buon senso e ragione. 

Ha parlato di buon senso anche Antonio Socci, e lo ha fatto in un recente articolo apparso su Libero in cui ha difeso le Dat prendendo le mosse dalla vicenda personale di sua figlia Caterina, colpita nel 2009, a 24 anni, da un arresto cardiaco. Caterina si salva, nel gennaio del 2010 esce dal coma e intraprende un percorso di riabilitazione. Ma quel che importa ora è dire cosa sarebbe potuto accadere oggi, dopo la vicenda Englaro, se la legge sul testamento biologico nella sua attuale formulazione, da ieri in discussione alla Camera, venisse stravolta, o – nella peggiore delle ipotesi, non venisse approvata affatto. «È quello che molti si auspicano, e lavorano per questo» dice Socci al sussidiario.

Lei ha rivolto un appello ad approvare la legge sulle Dat e a farlo in fretta.

È una cosa che va fatta il più presto possibile, perché c’è una tattica dilatoria usata da alcuni gruppi politici che cercano di rinviare il voto per poi rimandare la legge alle calende greche e infine farla naufragare. In modo da impedire che si manifestino le divisioni che hanno all’interno.

Chi sta giocando al rinvio?

Il Pd, che ha gravi divisioni interne. Mi auguro che non valga anche per l’Udc, che si è detta favorevole alla legge (e basti vedere quello che ha detto Buttiglione nel dibattito parlamentare).

Nel testo in discussione c’è un punto molto importante, dettato da «ragioni di puro buon senso e di salute pubblica» come lei ha scritto su Libero. Di che si tratta?

Al comma 6 dell’articolo 4 si dice che le dichiarazioni anticipate di trattamento sono comunque da ignorare “in condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato”. Esiste una casistica di massa che vede in pericolo di vita migliaia di persone ogni giorno: pensiamo alle patologie cardiocircolatorie (infarto, arresto cardiaco, ictus), ma anche agli incidenti stradali. In questi casi occorre fare presto, il soccorso d’emergenza del servizio sanitario è organizzato per poter intervenire nel giro di pochi minuti perché la vita stessa si gioca in pochi minuti. Se si consolidasse il vuoto legislativo, e continuassero a proliferare i testamenti biologici già circolanti e fatti senza alcun riconoscimento giuridico, o ancora peggio se se si arrivasse ad una legge che riconosce un valore vincolante e assoluto ai testamenti biologici, potremmo arrivare al punto in cui il soccorso di emergenza dovrebbe essere sottoposto all’accertamento delle volontà espresse in ipotesi dai pazienti in precedenza.

 

Occorrerebbe verificare, in altre parole, se il paziente non ha fatto un testamento in cui lascia la volontà di non essere rianimato…

 

Esatto. Se il personale medico contravvenisse alla volontà del malato e la rianimazione non restituisse al paziente la perfetta integrità, ma questi riportasse un handicap, potrebbe far causa al rianimatore. E di questo passo sui medici potrebbero fioccare una quantità di cause civili. Per evitarlo, prima di soccorrere dovrebbero accertarsi se il soggetto ha manifestato o no in precedenza la sua volontà di trattamento e quale essa sia. Ma così si ingolferebbe il soccorso d’emergenza. Un sistema sanitario e soprattutto il soccorso d’emergenza può reggersi solo sul principio che occorre fare tutto il possibile per salvare la vita delle persone, senza pensare ad altro. Se si dovesse fare solo dopo aver verificato la volontà dell’interessato, salterebbe tutto. E il problema riguarderebbe non più solo il singolo o coloro che volevano il testamento biologico, ma tutti quanti noi.

 

Lei può citare il suo caso personale. Vuole parlarne?

Mia figlia, nel settembre 2009, colpita da arresto cardiaco, è stata letteralmente salvata da tre amici che le hanno prestato subito soccorso seguendo le indicazioni del 118, in attesa dell’arrivo del primo soccorso. Se si fossero dovute accertare prima le volontà espresse da mia figlia in un testamento biologico, Caterina sarebbe certamente morta. Un sistema sanitario non può non essere votato alla salvezza della vite. Il mio è un ragionamento assolutamente laico, non ideologico, e potrebbe sottoscriverlo anche chi fosse favorevole all’eutanasia.

 

Cosa risponde agli oppositori di questa legge?

 

Che a far le leggi non possono essere le sentenze della magistratura. La magistratura deve far osservare le leggi. È il Parlamento però che fa le leggi. Soprattutto su materie così complesse e gravi, che concernono la vita e la morte. Dopo il caso Englaro si è evidenziata l’esistenza di un vuoto legislativo soprattutto sul problema dell’alimentazione e dell’idratazione e sul tema delle volontà soggettive. Occorre che questo vuoto sia colmato al più presto dal parlamento. Non c’è una terza possibilità: o il parlamento si riappropria delle sue prerogative, oppure a decidere saranno le sentenze. Non discutono – i politici – continuamente dello strapotere della magistratura? Allora cominci il Parlamento a fare il suo mestiere e automaticamente la magistratura si troverà a fare il suo.

 

Deve ammettere però che la posizione dei cattolici è cambiata. Basta andare a rileggersi i giornali di tre anni fa per vedere che gli stessi che ora sono favorevoli alla legge, allora non lo erano. Come lo spiega?

 

La sua domanda ha il semplice, grave torto di non guardare l’accaduto. Fa il ragionamento che facevamo tutti due anni fa, prima che certe sentenze evidenziassero il vuoto legislativo. So bene anch’io che si diceva: su questo è meglio non intervenire con una legge che di fronte a casi estremamente complessi si rivelerebbe lacunosa e inadeguata. Anch’io la pensavo così. Ma dopo le sentenze dei giudici questo ragionamento non vale più. Ecco perché il parlamento deve agire e subito.

 

Ma una legge è sempre espressione della società che l’ha prodotta. Lei pensa davvero che una legge, per quanto ben fatta, possa contrastare una cultura dominante improntata alla libertà completa di autodeterminazione?

Una legge non è fatta per mettere fine alle derive culturali – quale legge è mai stata capace di farlo? – , ma serve a scongiurare certi effetti tragici. Il resto spetta alla nostra responsabilità. O meglio: come ci è stato insegnato la cultura nichilista è vinta non da un’altra cultura, ma dalla commozione per Gesù Cristo. Da questa commozione nasce uno sguardo diverso e un’intelligenza che esprimono una cultura. Infatti è necessario che la fede diventi cultura, altrimenti non incide nella storia. Quando l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà sa cercare e trovare soluzioni utili per tutti e magari elaborare leggi migliori. Non perfette (perché le leggi perfette non esistono), ma migliori.

 

Il dibattito sul testamento biologico è entrato nella fase cruciale. Lei cosa si attende?

 

Auspico che il dibattito sulle tecnicalità non resti una discussione accademica e ideologica, ma faccia ricordare, soprattutto a chi ha responsabilità pubbliche, che nel nostro paese ci sono moltissime famiglie che si trovano ad accudire persone in stato vegetativo persistente. Lo fanno spesso nel silenzio, in stato di abbandono ma compiendo sacrifici eroici. Non si può discutere tanto del fine vita senza far nulla per aiutare una vita dignitosa.

 

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