Caso Yara, Fikri: non sono un mostro

- La Redazione

E’ stato per alcuni giorni l’indagato numero uno. Un fraintendimento aveva fatto sì che nell’opinione pubblica e nell’immaginario collettivo fosse additato come il mostro.

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Yara nel giorno della Cresima

E’ stato per alcuni giorni l’indagato numero uno. Un fraintendimento aveva fatto sì che nell’opinione pubblica e nell’immaginario collettivo fosse additato come il mostro. Poi si scoprì che era del tutto innocente. La sua vita, tuttavia, è stata profondamente scossa. Ora Mohamed Fikri, il marocchino accusato e ritenuto per tre giorni il responsabile dell’omicidio di Yara Gambirasio, per colpa di una traduzione sbagliata di una sua intercettazione telefonica, si è raccontato in esclusiva a Domenica Cinque, il contenitore Mediaset condotto da Claudio Brachino e Federica Panicucci. Mohamed, mentre si trovava su una nava diretta in Marocco per ricongiungersi con la propria famiglia durante le ferie, venne prelevato all’improvviso e portato in caserma a Bergamo. Per lui furono momenti di terrore. «Non sono un mostro. Sono un povero che arriva dal Marocco e sono in Italia per lavorare, sistemare la mia vita e aiutare i miei genitori. Non sono venuto qui a fare del male», racconta. Gli istanti in cui venne fermato, furono per lui tra i peggiori della sua vita. «Quando mi hanno fermato a Genova, in mezzo al mare, mentre stavo andando a casa dalla  mia famiglia, mi sono sentito scoppiare il cuore». Ecco, poi, come venne condotto l’interrogatorio: «mi hanno messo sul cuore una foto di Yara facendo appello alla mia coscienza per farmi confessare. Io ho risposto che non conoscevo Yara e non l’avevo mai vista». In merito, poi, al famigerato cantiere di Mapello, dove gli investigatori furono condotti dai cani molecolari, senza tuttavia trovarvi alcun indizio utile, spiega: «Ho lavorato nel cantiere di Mapello, ma soltanto per un giorno; non conosco quelle zone. Come potevo compiere un gesto del genere essendo stato là un solo giorno?». L’episodio, in ogni caso, ha sortito sulla sua esistenza e su quella dei suo cari pesanti conseguenze: «Dopo quello che è successo, sono tornato in Marocco dalla mia famiglia e mia mamma è stata male, si è ammalata di depressione». Ora Mohamed è tornato nel nostro Paese, ma si è lasciato alle spalle la vita nel bergamasco: «Ho deciso di tornare in Italia per lavorare e adesso vivo a Padova. Adesso – conclude – mi sento più tranquillo». Nel frattempo, si continua a indagare per trovare l’assassinio della piccola scomparsa da Brembate di Sopra quel fatidico 26 novembre e ritrovata in un bosco tre mesi dopo.

 Sfuma intanto la pista relativa all’elettricista polacco, riproposta dalla trasmissione di Rete 4, Quarto Grado. Pista che, in realtà, era stata esclusa già addirittura nel novembre scorso. Allora le forze dell’ordine si misero sulle tracce di un elettricista polacco che aveva lavorato nel cantiere di Mapello,  partito improvvisamente la mattina del 27 novembre, il giorno successivo alla scomparsa delle tredicenne. In realtà la sua partenza aveva effettivamente insospettito gli investigatori; ma dopo averlo rintracciato era stato chiarito che il suo mettersi in viaggio non aveva nulla a che con il rapimento dei Yara. Nelle ore successive alla scomparsa, inoltre, dai riscontri effettuati sul suo cellulare, si era evidenziato come non si trovasse neanche nei pressi di Brembate di Sopra. 



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