LA STORIA/ Berdini e quella povertà che batte la “droga di Stato”

JOSE’ BERDINI ci spiega come va affrontato il problema della droga, espressione di un nichilismo gaio, tanto in voga nella società, che mette in pericolo molti giovani

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Foto Imagoeconomica

«Dobbiamo convincere il popolo a prendere i forconi e a cacciare quei signori che da anni seminano la mentalità dello sballo». È una furia Josè Berdini, fondatore della cooperativa sociale della Pars, l’associazione che raggruppa diverse comunità che da vent’anni a Civitanova Marche si dedicano alla cura e al recupero dei tossicodipendenti. Davanti a sé ha le conclusioni della Commissione Onu per la politica sulla droga. I cervelli dell’Onu chiedono ai governi del mondo di depenalizzare l’uso delle droghe, considerando la legalizzazione degli stupefacenti la sola misura in grado di “ridurre il potere della criminalità organizzata e proteggere la salute dei cittadini”. Una resa senza condizioni alle mafie del narcotraffico mascherata sotto la vecchia ideologia anti-proibizionista.

«Certo, perché in questo modo gli Stati», accusa Berdini, «diventano essi stessi spacciatori. Ma la droga, come ci ha detto Giovanni Paolo II, non si vince con la droga».

Eppure, si dice, le prigioni sono piene, i contribuenti hanno speso milioni di dollari, le organizzazioni criminali fanno profitti da multinazionale e i giovani continuano a morire.

Nella società di oggi in cui tutto sembra divenire possibile, la forma con la quale le nuove generazioni vengono formate è la contrattazione e non una vita sobria e virile. Il potere sembra voler proporre stili di vita tese a un nichilismo gaio. Legalizzare le droghe sembra l’ultimo approdo, l’ultima spiaggia di questa deriva suicida. Papa Benedetto XVI a pag 94 del suo libro-intervista Luce del mondo racconta la tragedia della droga riportando i racconti dei vescovi del Sud America: «Dove passa la strada della coltivazione e del commercio della droga è come se un animale mostruoso e cattivo stendesse la sua mano su quel paese per rovinare le persone; […] distrugge i giovani, distrugge le famiglie, porta alla violenza e minaccia il futuro di intere nazioni» .

C’è differenza tra le droghe?

Quelle che la maggior parte della gente considera leggere sono le più subdole, proprio per quell’apparenza di leggerezza dietro la quale si nascondono. Charles Baudelaire era solito dire che uno Stato che avesse voluto governare senza troppi problemi avrebbe dovuto legalizzare la marijuana. Quando vivi il dramma della droga ti rendi conto che hai davanti giovani che soffrono, con frequenti crisi di depressione, con psicosi, devastati dall’assunzione di sostanze di ogni tipo. Le droghe vengono utilizzate per coprire malesseri che nemmeno si riescono a immaginare.

Chi sono i vostri ragazzi e come arrivano alle comunità?

Anzitutto non sono i “nostri ragazzi”. Sono giovani e meno giovani che arrivano per i motivi più diversi: chi costretto dalla legge, chi dai familiari, chi dalla sfiga, chi dalla sofferenza.

 

Che bisogno c’è sotto il bisogno di droga?

 

Il bisogno che abbiamo tutti: che la nostra vita non sia inutile, che nulla di noi o di chi amiamo immensamente vada perduto. Tutti facciamo fatica ad accettare il pensiero e la presenza della morte. Chi vende droga vende un sogno, vende il sogno dell’immortalità facendo però morire tutto. Schubert racconta a un certo punto della sua vita del dolore provato per la superficialità con cui suoi amici passavano, o meglio perdevano, il tempo bevendo birra e mangiando salsicce: chissà se i governanti di cui sopra già pensano di aprire questo tipo di attività?

 

E voi che offrite?

 

C’è una vita che annaspa nel tentativo di incontrare la Vita incarnata che non più muore. Sempre papa Benedetto scrive a proposito della Chiesa come di un corpo che deve imparare a parlare attraverso forme nuove all’uomo (all’emergenza uomo, come direbbe don Giussani): questa è una sfida affascinante, semplice in fin dei conti, è l’uomo che si deve offrire per i propri amici, che deve dare, donare la propria vita per i propri amici; noi tendiamo a vivere cosi.

 

Da dove inizia il recupero?

 

Il recupero inizia quando il giovane inizia a riconoscere un’autorità, a obbedire a un’autorità che condivide la sua vita, che non gli vende sicuramente droga.

 

Non basterebbe un’efficace terapia sanitaria?

 

La droga non è un problema o solo medico o solo psicologico, ma abbraccia tutto l’essere della persona. Certo, ci può essere un momento di criticità in cui bisogna puntare prevalentemente sulla terapia farmacologica, ma nel momento in cui la persona inizia a ri-vivere, il medico, lo psicologo debbono confrontarsi con gli educatori nell’esperienza del quotidiano, altrimenti i farmaci diventano un carcere chimico e lo psicologismo diventa lo scalino di una lunga strada interrotta continuamente da chiacchiere inutili.

 

Che significa partire dalla persona?

La persona non è nostra. Don Giussani una volta ci disse: «I figli non sono vostri». Il loro essere, la loro essenza non sta nelle nostre mani, né totalmente nelle loro, sta nelle mani di Dio. La vita è la ricerca affannosa e faticosa di questo essere, ma se essa stessa fa fuori Dio allora brama un anestetico, un bue inebriante da adorare.

 

Insomma, la libertà. Ma come si può parlare di libertà a chi è schiavo delle sostanze?

 

La libertà è come un grande innamoramento: vorresti che non finisse mai. La tensione del lavoro nella nostra vita dev’essere la libertà. Don Giussani era solito dire che Dio è l’eterno lavoratore: Dio ama in tutti i momenti la libertà di ognuno di noi. L’eterno lavoro teso alla libertà è l’impegno nel considerare tutti gli aspetti del reale come ciò che fa il mondo intero. Si smette con la droga quando ogni aspetto della vita assomiglia alla immagine che Gesù da di sé quando stanco si fermò sul sasso a riposare.

 

Che cosa può ridare speranza a una vita bruciata?

 

Il miracolo di un cammino: la comunione, il vivere in comunità è la strada attraverso la quale l’io cammina verso il Mistero con coraggio e semplicità. Il bene riaffiora e il lavoro, la vita, i rapporti che questa genera sono per aiutarsi nel cammino. La speranza è che anche il mondo e le famiglie che hanno questi problemi guardino e domandino chi vive cosi, con questa tensione.

 

Che vi chiedono i genitori quando vi affidano un figlio?

 

Si sentono talmente in colpa da non riuscire quasi più a parlare, ma le loro facce chiedono tutto, le loro espressioni chiedono il bene per sé e per i propri cari. Siamo tutti poveracci, anzi dobbiamo educarci alla povertà. La povertà è più forte degli spacciatori pubblici e privati.

 

E cosa sperano dalla comunità?

 

Che i ragazzi cambino vita. Per quello è importante che si possano vedere esempi di gente che vive con generosità e virilità, senza paura.

 

Che cosa dite a un padre o a una madre che vedono il figlio perdersi?

 

Di lottare e di ritornare a esser genitori e giovani assieme. Lo dico con forza: è sbagliato colpevolizzare le famiglie. Chi più o chi meno insiste su tale giudizio, lo fa per possesso e perché ha pochi argomenti. Ai figli bisogna insegnare a “onorare il padre e la madre “, e, di contro, ai genitori a esser degni di questo onore.

 

Come rompere il cortocircuito infernale di disperazione e senso di colpa?

Ho terrore di chi non sbaglia, o di chi dice di non errare! In una storia nuova, come nell’esperienza della comunità, diviene più semplice camminare e cambiare. L’inizio è già una gioia.

 

Un voto alla politica anti-droga del governo, soprattutto nei confronti delle comunità.

 

Innanzitutto il governo nazionale ormai gestisce pochissime cose e le vere risorse sono in mano alle Regioni. Il governo centrale, oltre alle campagne di sensibilizzazione, dovrebbe in primo luogo sollecitare e garantire i pagamenti nei confronti delle comunità (ci sono Regioni che hanno forti debiti con le comunità), in secondo luogo dovrebbe investire risorse per attivare progetti e programmi innovativi che abbiano come obiettivo la disintossicazione da sostanze legali e illegali.

 

Lo fa?

 

Mah, quando si ricorda…

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