LETTERA/ Dal letame ai fucili, l’Ue porta la guerra nel Nord-Est

- Francesco Jori

Da diversi anni la questione delle quote latte provoca disordini, anche a causa di truffe degli allevatori. FRANCESCO JORI ci spiega perché la situazione si riscalda ancora in questi giorni

Mucca_Quote_Latte_ProtestaR400
Foto Ansa

Non cercatela in qualche atlante dei luoghi fantastici della letteratura. Non è un paesino sudamericano della geografia di Garçia Marquez, né un recondito anfratto di qualche mondo iperboreo. Molto più prosaicamente, Vancimuglio è un abitato del più tipico Nordest, frazione di Grumolo delle Abbadesse, paesino di tremila anime a un tiro di schioppo da Vicenza. Dove ci si ricorda ancora di quel giorno di 14 anni fa quando dal cielo piovve letame.

Miracolo, prodigio, frutto avvelenato delle variazioni climatiche? Niente affatto. Semplicemente, il nauseante ma innocuo materiale usato da un sostanzioso gruppo di allevatori di vacche per sparare sulle forze dell’ordine, nella guerra per le quote-latte. Oggi la situazione non solo non è cambiata per niente, ma è decisamente peggiorata. Perché stavolta c’è chi minaccia di mettere mano alle pallottole; solo qualche testa calda nell’esercito di quelli che sono già stati ribattezzati i “milk warriors” alla padana, in parole povere i guerrieri del latte.

Ma già la notizia è indicativa dell’aria che si respira: pesantemente tagliata pochi giorni fa dal mega-pugno con cui uno di loro ha mandato in frantumi il parabrezza dell’automobile del malcapitato esattore che era venuto a recapitare a un suo amico e collega una multa superiore al mezzo milione di euro. E che, di importo pressoché analogo, sta per arrivare anche al forzuto Maciste vicentino.

Nell’insieme, siamo di fronte alla più classica vicenda all’italiana in cui le colpe sono molte e distribuite; ma, soprattutto, si paga la solita tecnica di decidere di non decidere, rinviando le scelte difficili fino a che le cose o si mettono a posto da sole per forza d’inerzia, o precipitano; e intanto arraffando quel che si può. In estrema sintesi, le quote latte nascono nel 1984 in ambito europeo per evitare un surplus di produzione da parte degli allevatori, tassando pesantemente la vendita effettuata oltre la quota personale fissata per ciascuno di loro.

In Italia, però, si parte con un difetto di origine: la produzione dell’anno precedente, il 1983, è sottostimata a causa della forte frammentazione dell’attività produttiva: vengono denunciate 9 milioni di tonnellate l’anno contro le 11,5 della media nazionale. Da lì parte un calvario di denunce, proteste, polemiche, trattative che si trascina fino a oggi, e che vede intrecciarsi oggettive ingiustizie con scandalose furberie: come l’esistenza di una stalla-fantasma nella centralissima piazza Navona a Roma, o come il trucco di numeri gonfiati a dismisura.

Due esempi? Quello della moltiplicazione delle vacche, spacciando per 2.905.228 unità una popolazione bovina di 1.688.156. E quello della loro presunta veneranda età, indicando una vita media di 83 anni a capo contro una realtà di 8. Ma ci sono anche almeno 300mila vacche-fantasma che non solo non vengono munte, ma servono per mungere contributi dall’Unione europea; e via di questo passo. Tutte cose documentate in migliaia di pagine di inchieste varie, che durano tuttora: l’ultima è un rapporto di 166 pagine dei carabinieri, finito sui tavoli di 32 procure.

Ci vorrebbe non un Sussidiario, ma un’enciclopedia per ricostruire i vari passaggi di questa farsesca vicenda in atto ormai da oltre un quarto di secolo. E c’è da segnalare, soprattutto, che negli allevamenti bovini i costi continuano a crescere: più 14% nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2010, con punte del 22% per le spese di alimentazione. Sono indispensabili nuove regole, anche perché nel 2015 il sistema delle quote latte andrà a scadenza; c’è da lavorare soprattutto sull’aggregazione dell’offerta, che oggi rappresenta l’anello debole della filiera a causa del suo scarso potere contrattuale.

Nel frattempo è indispensabile trovare una soluzione ragionata e ragionevole, prima che la situazione precipiti: nel solo Veneto stanno per arrivare 600 multe, di importo variabile tra i 400mila e i 5 milioni di euro, per responsabilità che non sono certo solo degli allevatori. Nessuno dei quali tra l’altro si dichiara disponibile a pagare. E dal Far West al Nord Est il passo è breve: meglio andare oltre la logica degli sceriffi, prima che qualcuno spari sul serio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori