IL CASO/ Quei giudici che discriminano i bimbi italiani per giustificare i rom

- int. Alda Maria Vanoni

Un sentenza del tribunale di Bologna nega l’allontanamento dalla famiglia rom di una babmina nonostante questa viva in scarse condizioni igieniche e di degrado. Il commento di ALDA VANONI

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Foto: Imagoeconomica

È una bambina rom: il fatto che non vada a scuola non costituisce un pregiudizio nei suoi confronti, fa parte del suo normale modo di vita. Fa discutere una sentenza della Corte d’Appello di Bologna in risposta alla Procura dei minori che ha chiesto l’affidamento di una bambina dodicenne ai servizi sociali. La bambina, che vive in un campo rom ed è di etnia rom, secondo la Procura si recava a scuola un giorno sì e un giorno no. Assistenti sociali e polizia si sono recati nel campo dove vive la sua famiglia e hanno potuto accertare anche quelle che sono state definite “pessime condizioni igieniche”. La richiesta di affidare la bambina ai servizi, sottraendola così alla famiglia, è stata fatta in base alle norme che tutelano i minori di 18 anni, citando anche la convenzione di New York e il codice penale. Ma per la Corte di Bologna “la condizione nomade e la stessa cultura di provenienza non induce a ritenere la sussistenza di elementi di pregiudizio per la minore”. La sentenza poi aggiunge che “non sono provati comportamenti dei genitori che non siano riferibili al normale modo di vita per condizione e origine”. La bambina dunque può rimanere in famiglia, con le medesime condizioni igieniche e potendo anche fare a meno di frequentare la scuola se ne ha voglia. IlSussidiario.net ha chiesto un parere alla dottoressa Alda Vanoni, in passato giudice presso il tribunale dei minori di Milano e presidente nazionale dell’Associazione Famiglie per l’Accoglienza (fino al 2003).

Dottoressa Vanoni, come reagisce a questa sentenza della Corte d’Appello di Bologna?

Così come la riportano i media, e senza averla letta per intero, sembrerebbe l’estremizzazione esasperata, e perciò sbagliata, di un principio in sé corretto, quello che richiede di tenere conto del contesto culturale in cui vive la famiglia nella valutazione del comportamento dei genitori versi i figli. E’ giusto tener conto delle differenze di abitudini e di concezione dei rapporti intrafamiliari, ma questo non può scendere sotto un livello minimo, quello ritenuto essenziale e non derogabile dall’attuale consapevolezza della società italiana. Non pretendere e quindi non garantire tale livello minimo ai bambini di particolari etnie, in questo caso i rom, costituisce una discriminazione al contrario.

La domanda istintiva che viene da porsi è: un bambino di nazionalità italiana nelle stesse condizioni verrebbe tolto alla famiglia e mandato a scuola?

In realtà non è così automatico: i tempi in cui si allontanavano i bambini dai genitori inadempienti all’obbligo scolastico sono passati. L’intervento pubblico ha oggi molta più duttilità e possibilità di affiancamento alla famiglia, perché per tutti i bambini, anche quelli italiani, la permanenza presso la famiglia è un valore importante che si tende a privilegiare. D’altra parte, un genitore non può non provvedere all’istruzione della prole: comportandosi così, viola un suo dovere fondamentale e prepara al figlio un futuro di emarginato. Di fatto la frequenza scolastica è pressoché l’unica modalità con cui oggi viene garantita l’istruzione dei bambini. I giudici minorili possono essere chiamati a valutare se nella concreta situazione di una relazione familiare il diritto all’istruzione del bambino sia in altro modo garantito. L’allontanamento dai genitori e il collocamento del bambino presso una comunità educativa o presso una famiglia affidataria è un provvedimento che il tribunale per i minorenni assume ponderatamente, in genere su una pluralità di indicatori di disagio e di pregiudizio per l’interesse del minore.

Nel caso di questa bambina rom si sono registrate anche pessime condizioni igieniche di vita.

E’ una questione molto delicata. La situazione igienica di molti campi rom, così come di certe soluzioni abitative di comunità di immigrati, è sentita come non “normale” dalla attuale nostra cultura. In realtà, credo non sia molto diversa da quella in cui viveva buona parte della società italiana fino a cento anni fa. Allontanare i bambini da questi genitori per le sole cattive condizioni igieniche di vita sarebbe – per usare un linguaggio ovviamente forzato – una sorta di pulizia etnica attenuata, una violazione dei diritti. Non è la stessa cosa tenere un figlio nello sporco e non mandarlo a scuola.

Il discorso base sembra dunque essere che il minore vada comunque e sempre tutelato.

Certamente, il minore va tutelato. La tutela dei diritti fondamentali dei minori è attuata dallo Stato a prescindere dalla loro etnia e per il solo fatto che si trovino sul territorio nazionale. Così molti Comuni si fanno carico dell’assistenza dei minorenni immigrati anche se clandestini, e a un bambino abbandonato , anche se di diversa nazionalità, si provvede a trovare una famiglia adottiva.

Nella sentenza si parla di “normalità di stile di vita”: ma chi decide che un modo di vivere è normale o meno?

E’ sempre e necessariamente l’interprete, cioè chi deve provvedere, in ultima analisi il giudice. E non potrebbe essere altrimenti: non può immaginarsi una predeterminazione per legge di cosa sia “normale” e cosa non lo sia. La valutazione della “normalità” di un comportamento o di una situazione è un procedimento complesso – anche se realizzato in un secondo; richiede la conoscenza di una pluralità di circostanze storiche e di giudizi espressi nelle diverse circostanze dai consociati, e, a mio parere, richiede anche il buonsenso di evitare interpretazioni individualiste esasperate come quella che forse – dico forse – sta sotto a questa sentenza. Non avendola letta non voglio criticarla, sto a quello che è stato riferito; sembra tuttavia una sentenza che aumenta la discriminazione.

 

 

Confrontando questa sentenza con casi recenti, come quello dei due bambini sottratti alla loro famiglia perché il padre era stato sospettato di pedofilia nei loro confronti, a volte sembra che l’atteggiamento di chi di dovere nei confronti dei minori passi da un estremo all’altro.

Può essere, non lo escludo. Bisogna però tenere conto che chi applica le norme a tutela dei minori sono persone ognuna con la propria cultura e struttura personale, ciascuna diversa dall’altra e non può che essere così. Se si facesse in modo meccanico ci sarebbe ancor più sofferenza. Nel caso che lei cita non ho letto gli atti per cui non posso dire quanto fosse avventata la decisione iniziale di togliere i bambini alla famiglia: sembrava un’ ipotesi concreta, ma è inevitabile che si possa sbagliare. Teniamo poi conto che oggi sulla questione sessuale – pedofilia – c’è attualmente un livello di guardia altissimo, a volte eccessivo, ma è difficile dire in partenza quanto eccessivo a fronte di casi che sono successi e succedono ancora.



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