FINE VITA/ 1. Barcellona: togliamo la maschera ai difensori dei falsi diritti

PIETRO BARCELLONA risponde a Stefano Rodotà e a chi con lui si oppone alla legge sul fine vita in nome della libertà. Ma è ipocrita far riferimento a una volontà presunta e non attuale

13.07.2011 - Pietro Barcellona
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Foto Imagoeconomica

Stefano Rodotà, in un articolo intitolato “Chi vuole rubarci la vita?”, apparso giovedì 7 luglio su Repubblica, interviene con grande furore polemico contro i parlamentari che stanno per legiferare sul tema del cosiddetto testamento biologico. Chi vuole rubarci la vita, secondo Rodotà, sono tutti coloro che intendono regolare per legge il comportamento di medici e operatori che si prendono cura di un corpo umano apparentemente privo di coscienza. Secondo Rodotà il comportamento di medici e operatori nel trattamento di malati terminali dovrebbe essere ispirato soltanto alla volontà, manifestata dal malato in precedenza, che dichiari espressamente di non voler essere tenuto in vita artificialmente. Solo un simile orientamento sarebbe veramente rispettoso della libertà e della dignità della persona nel momento estremo del suo trapasso.

È ovvio che nessuno ha intenzione di mettere in discussione la libertà di ciascun essere umano di condurre la propria esperienza finale senza interventi esterni che ne condizionino la durata contro la sua volontà. Tuttavia questa levata di scudi contro il cosiddetto testamento biologico appare sospetta di ideologia e parzialità assai più di quella che si vuole combattere. È infatti una pura ipocrisia, che solo giuristi medievali possono presentare come un argomento apprezzabile, quella che fa riferimento ad una volontà presunta e non attuale, desumibile anche da dichiarazioni esplicite del malato assai prima di trovarsi nelle condizioni di fine vita. Chi ha esperienza giuridica sa quanto la volontà sia elemento impalpabile e come sia difficile ricostruirne i percorsi effettivamente attivi nel momento dell’azione. Figurarsi a distanza di anni.

Ma c’è un punto sul quale l’intervento di Rodotà suscita le mie più radicali riserve, ed è il tema della libertà dalle cosiddette pretese etiche dello Stato in un contesto storico-sociale nel quale il tema della libertà sembra non trovare spazio nei nuovi teorici del rapporto tra vita e potere, designato col nome di biopolitica. Si trovano forse nella biopolitica, di cui parlerò tra un minuto, le basi etiche per la tutela e il riconoscimento della dignità e della libertà della Persona? Credo proprio di no, anzi credo che la biopolitica, professata da Rodotà in tutti i suoi scritti, sia il paradigma teorico con il quale si tende a descrivere una situazione di totale alienazione dell’essere umano.

Per la biopolitica, la realtà degli esseri umani è riassumibile in un semplice paradigma nel quale gli apparati del potere assumono l’intera vicenda dell’essere umano, dalla nascita alla morte, come oggetto di un dominio totale. Non a caso Roberto Esposito – massimo esponente della teorizzazione biopolitica -, ne sottolinea la tendenziale vocazione “nazista”, orientata a subordinare l’intera vicenda umana al potere totalitario, che la usa e la manipola per trasformarla in una sorta di stato totale dove nulla resta fuori dal cerchio perverso del rapporto tra potere e vita, e dove l’intera parabola della vita è resa disponibile agli obiettivi del potere. Per questa concezione, la vita riceve tutte le determinazioni che ne consentono l’individualizzazione dallo stesso potere dominante. Un potere che modella ciascun individuo e ciascun gruppo umano secondo una logica pervasiva che non lascia nulla al di fuori della circolarità del rapporto potere-vita. Potere e bios sono intrinsecamente legati come un vero e proprio organismo di cui il bios è la materia prima, e il codice del potere lo strumento di evoluzione e trasformazione.

Ciò che mi interessa mettere in luce in queste riflessioni è che, al di là delle note contraddizioni in cui incappa ogni teoria totalizzante, la biopolitica tende a sopprimere ogni spazio di autonomia della soggettività umana rispetto al potere, e a cancellare definitivamente tutto ciò che in passato aveva creato la figura della Persona umana come centro di iniziativa e di resistenza a poteri che dall’esterno ne minacciavano il libero dispiegamento. Non è un caso che al successo della biopolitica corrisponda la negazione della soggettività umana, della libertà e della sua irriducibile resistenza ad ogni oggettivazione assoluta. La legge della totale compenetrazione di potere e vita cancella tutte le vecchie visioni della volontà di potenza del soggetto tradizionale, e assume apertamente la nuova idea secondo la quale lo stesso discorso va sempre declinato in terza persona, giacché non esiste alcun “chi” che si sottrae all’invasione manipolativa del potere.

Il massimo di potenza dell’apparato tecnico scientifico si risolve paradossalmente nell’assoggettamento dell’individuo alle stesse tecnologie che egli pensa di aver creato.

Biopolitica, trionfo dell’apparato tecnico-scientifico, integrale oggettivazione della volontà di potenza – che fino a qualche decennio fa sembravano muoversi ai confini della fantascienza, e che rappresentavano una sorta di anticipazione mentale del fenomeno che Massimo De Carolis ha chiamato “integrale riproducibilità tecnica della vita” – sono diventate, a quanto pare, realtà della nostra esperienza quotidiana dove sempre più possiamo sperimentare come la ricerca scientifica, e le tecnologie che ne conseguono, abbiano aperto un campo senza limiti agli interventi manipolativi sugli esseri umani.

Le neuroscienze hanno ormai invaso il campo di tutti i problemi che prima il pensiero si poneva di fronte al “funzionamento” dell’essere umano. Non c’è nessuna sostanza spirituale o psichica che possa aspirare ad un qualche ruolo nella descrizione di come gli uomini interagiscono con gli altri esseri viventi e con se stessi. Le nuove ricerche sul funzionamento del cervello mostrano, anche attraverso i nuovi mezzi di diagnosi per immagine, come ogni cosa possa essere spiegata mediante l’esame dei flussi cerebrali del sistema neuronale delle sinapsi e dei circuiti biochimici ed elettrici, che fanno circolare all’interno delle diverse aree cerebrali il flusso delle informazioni provenienti dall’ambiente esterno. Giorno dopo giorno si susseguono scoperte che tendono a spiegare l’attività onirica, l’innamoramento, la passività o l’aggressività, la fedeltà o l’infedeltà attraverso l’osservazione scientifica dei dati genetici e degli assetti progressivi che riguardano lo sviluppo dei circuiti neuronali. Solo per fare una battuta, si può dire che attraverso i neuroni-specchio si è ridotto anche il contatto fra gli esseri umani ad un insieme di reazioni biologiche.

Nella biopolitica, il logos del bios evolve secondo meccanismi assolutamente oggettivi senza che la libertà, la responsabilità e l’intenzione abbiano più alcun significato. Se si pensa a come la convinzione secondo cui gli esseri umani sono essenzialmente liberi e morali abbia dominato l’intero arco della civilizzazione occidentale, si capisce perché non si può parlare di biopolitica e di neuroscienze senza mettere in crisi lo stesso statuto antropologico che ha fondato i paradigmi filosofici e politici del passato.

L’ultimo atto di questa straordinaria vicenda di trasformazioni epocali è la spiegazione oggettiva di quella che sembrava la più specifica caratteristica dell’essere umano: la Coscienza.

La filosofia della mente è appunto la risposta alla sfida di fornire una spiegazione scientifico-razionale delle cosiddette funzioni mentali che trovano nella coscienza di sé il luogo dell’emergenza di una vera e propria cesura col mondo naturale della necessità. Se anche la coscienza si risolve in un meccanismo funzionale, descrivibile e riproducibile anche nei robot, non resta nulla da pensare giacché il pensiero si può produrre soltanto di fronte ad una realtà esterna che si oppone ad ogni comprensione totale e che sfugge ad ogni logica di dominio. Il processo vivente si dà come assolutamente autopoietico e autoreferenziale, guidato dalle leggi immanenti verso la sua evoluzione di potenziamento dell’unico obiettivo della sopravvivenza infinita. Nulla, paradossalmente, muore perché nulla nasce, e non si danno discontinuità giacché anche il caso viene metabolizzato all’interno delle funzioni che presiedono alla conservazione del vivente. Il fine della vita è la vita stessa poiché nulla ha significato oltre questa perfetta coincidenza di mezzo e fine.

Sarebbe facile a questo punto ribattere che in realtà siamo in presenza di una nuova metafisica, che si propone di sostituire alla narrazione del soggetto la narrazione tecnico scientifica e che, nonostante tutto, i residui umani non assimilabili a questa visione del mondo riusciranno come scrive Didi Huberman a riaccendere le lucciole di cui persino Pasolini aveva decretato la scomparsa. Ma per adesso, prima di entrare nel merito di obiezioni più incisive, voglio limitarmi ad alcune considerazioni sul significato che questo movimento di idee assume nell’epoca attuale.

Certamente questa nuova ideologia della fine delle ideologie occulta abbastanza bene la sua natura di ideologia che legittima i nuovi poteri, legata alle metamorfosi della triade capitale, scienza, tecnica.  Se non si vuole infatti credere al miracoloso rovesciamento di cui parla Esposito nell’immaginare che la vita riesca a liberarsi del potere e a farsi norma di se stessa, di una futura umanità, arricchita dalle potenzialità dello sviluppo tecnologico, si deve invece convenire che l’esito di una cultura dell’oggettivazione senza residui, in cui non ci sono più attori né protagonisti, ma solo comparse di una messa in scena che obbedisce ad un regista immanente, ci trasforma in impotenti spettatori della nostra stessa estinzione come specie, composta da uomini e donne capaci di amare.

È dunque veramente paradossale che i sostenitori di visioni in cui la libertà e la dignità della persona non riescono a trovare alcun vero spazio di rilevanza autonoma, e che implicitamente ipotizzano il futuro di masse alienate ed eterodirette da apparati di potere tecnoscientifico, levino poi il loro grido disperato per difendere la libertà di morire di chi non è mai stato tutelato come essere vivente nelle sue aspettative di riconoscimento economico e sociale: lavoro e retribuzione. Ha ragione chi pensa che i diritti di quarta generazione sono un ennesimo inganno con cui alcune élite intellettuali spostano i problemi della vita quotidiana su un terreno che ne ignora la consistenza per definizione: nel mondo della biopolitica le persone non sono in grado di opporre alcuna resistenza senza fare appello a ciò che volutamente la biopolitica ignora. La realtà degli esseri viventi non conta più nulla.

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