ITINERARIO/ Se basta un iPhone a riscoprire la campagna…

- Paolo Massobrio

Immersi nel nostro mondo di iPhone, iPad, Internet e Sms, a volte ci perdiamo quegli odori, quei silenzi interrotti solo dal lavoro dei contadini in campagna. Il racconto di PAOLO MASSOBRIO

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Profumi e colori della campagna

“Ti portiamo al mare perché devi rafforzarti le ossa”. Ma io al mare non ci volevo andare – accidenti – il mio posto era tra le gaggie del Monferrato, libero di scorrazzare in bicicletta o a piedi fra i campi e i boschi, col solleone o la pioggia che in campagna mette quasi allegria. A Viareggio, negli Anni Sessanta i ragazzi più grandi ballavano in coppia alla Capannina coi copertoni della bicicletta attorno alla vita.
E quando era l’ora di pranzo ci si trovava seduti sul marciapiede ad ascoltare la radio: c’era Alto Gradimento, con Arbore e Boncompagni, imperdibile. Ogni estate aveva la sua canzone: oggi non più e allora si cantano sempre e comunque i motivi degli Anni Sessanta.
Mi ha fatto riflettere, in questi giorni, un successo personale: la App dedicata al territorio di Mantova (Il Golosario-Mantova) ha ricevuto le 5 stelle e figura tra quelle più scaricate su iPhone e iPad. Eppure il territorio mantovano è campagna pura, cosa significa tutto questo? Mi dicono che i genitori si vergognano a dire che i figli vanno in vacanza in campagna.
E anch’io, quando tornavo in cortile, a Milano, dicevo che ero stato a Ciriè (ma dov’è Ciriè?) anziché a Masio, sulle colline del Monferrato.
Eppure Masio era il paese più bello del mondo, anzi Abbazia di Masio, dove avevo la casa, a pochi metri da quella di Urbano (Cairo) che abitava di fianco alla macelleria del nonno. Anche mio nonno Paolo era macellaio, ma io non lo conobbi: morì di crepacuore pochi anni dopo la guerra. Eppure nel suo mattatoio c’era ancora l’odore acre della mattanza di quei bovini che dicevano della sua dedizione.

Mia nonna Angiolina passava le giornate a raccogliere l’erba medica per i conigli, ad accudire la vigna sulla strada verso Rocchetta Tanaro e talvolta si concedeva un riposo sotto il fico rosso della sua casa. Io andavo lì a farmi raccontare la storia dei bigatt (i bachi da seta) che poi avrei studiato in economia politica, all’università.
Non c’è da vergognarsi ad andare in campagna, proprio no, vero Giulio (Sapelli)? È lì che ho imparato la dimensione del silenzio, la carezza delle stagioni, il bisogno di incontro alla sera nel bar del paese.
E poi quei valori del mondo contadino, che avevano un inconscio senso cristiano – come ha scritto Franco Piccinelli in un memorabile racconto sul mio amico Giacomo (Bologna).
Quante cose ho imparato da quelle giornate, dove i miei coetanei della campagna lavoravano tutto il giorno nei campi, mentre io stavo solo, all’ombra del fico ad attendere che qualcosa accadesse (e sempre accadeva) in quella fantastica quotidianità. Già, qualcosa sempre accade, ma noi non ce ne accorgiamo.
Distratti dai messaggini, da internet, dalle preoccupazioni… mentre un ordine cosmico ci porta l’anguria e il melone oppure quella prova provata dell’esistenza di Dio – sosteneva l’amico Bruno (Lauzi) – che è il peperone.

 

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