ABORTO/ Quello studio che fa scricchiolare la retorica di una scelta a “costo zero”

- int. Giulia Galeotti

L’Osservatorio del Nord Ovest ha da poco condotto un’ indagine sulla legge 194 riguardo l’aborto, da cui emergono dati molto interessanti. Li commentiamo insieme a GIULIA GALEOTTI

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Neonato in una incubatrice

L’Osservatorio del Nord Ovest ha da poco condotto un’ indagine sulla legge 194 riguardo l’interruzione di gravidanza e i dati che ne emergono risultano interessanti e a tratti sorprendenti. Il primo che salta immediatamente agli occhi è quello che riguarda i giovanissimi: più di due terzi delle ragazze, come anche la maggior parte degli uomini maturi tra i 45 e i 54 anni, sono convinte che sia meglio mantenere la legge così com’è, mentre i giovani maschi quasi per metà vorrebbero su questo tema un atteggiamento più restrittivo da parte dello Stato. IlSussidiario.net ha chiesto di commentare questa discrepanza tra giovani uomini e donne a Giulia Galeotti, storica e saggista, autrice di numerose pubblicazioni su questo argomento: «Questo dato è interessante perché, se andiamo invece a vedere gli atteggiamenti di uomini e donne nei confronti dell’aborto fino a oggi, la maggiore criticità è ravvisata più dalle donne, che si sono presto accorte sulla loro pelle che abortire non è quella scelta “a costo zero” che era stata presentata. I maschi invece sono ancora favorevoli, perché ovviamente è una scelta che loro non vivono in prima persona e non sulla loro pelle. Quindi stupisce la notizia di una differenziazione sessuale, ma non quella di un nuovo atteggiamento nei confronti dell’aborto». Possiamo quindi dire che l’atteggiamento nei confronti dell’aborto è notevolmente cambiato nel corso del tempo?

«Possiamo dire che c’è un atteggiamento globale più contrario all’interruzione di gravidanza. Mentre con un occhio al passato, è interessante notare come dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Novanta, man mano che i vari paesi occidentali hanno legalizzato l’aborto, le leggi sono sempre state in realtà più restrittive. Per esempio la legge inglese del 1967 è molto più aperta rispetto alla legge tedesca creata dopo l’unificazione della Germania, che invece è molto più rigorosa nei confronti di questo tema».

Dall’indagine dell’Osservatorio del Nord Ovest emerge anche che in Italia la natalità continua ad essere bassa, ma è sempre più basso anche il ricorso all’aborto, tanto che nel 2010 il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è risultato in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente. «Da giovane donna quale sono – continua a spiegare Giulia Galeotti – leggo il problema della scarsa natalità tra le donne italiane non come un fatto di egoismo, ma come un problema oggettivo legato al mondo del lavoro. La gravidanza è vista ancora dai datori di lavoro come un grande handicap e purtroppo le donne risentono anche del troppo precariato: non credo che la politica si renda conto del fatto che questo problema stia influenzando l’identità di un’intera generazione, e che il fatto di essere precari, fa sì tirare fuori a molti giovani potenzialità e dinamismo intellettuale che forse le generazioni precedenti non avevano, ma sta anche rimodellando le coscienze. Purtroppo il dato della bassa natalità è molto preoccupante, e deve essere guardato in modo diverso da come si sta facendo ora».

Un’ altra parte del sondaggio cerca di spiegare invece quanto religione e politica possano influenzare l’opinione degli italiani, arrivando a due conclusioni: la prima che la frequenza religiosa influisce in maniera determinante, e la seconda che le persone più inclini a modificare la legge 194 in senso restrittivo si trovano fra gli aderenti a partiti di ispirazione cristiana: «A differenza di quello che è accaduto in Spagna, – continua la Galeotti – credo che in Italia la tenuta dei valori morali e etici che vengono dal cattolicesimo abbia modellato in positivo e aiutato tante persone, anche coloro che non si professano cattolici. Quindi gli italiani mantengono queste radici, e nelle scelte bioetiche domina sicuramente più la religione dell’appartenenza politica».

 

Infine fa riflettere il fatto che tra le donne con cittadinanza estera ci sia un tasso di abortività stimato 3-4 volte maggiore delle donne italiane, soprattutto tra le immigrate provenienti dai Paesi dell’Est. Solo nel 2009, la percentuale di aborti delle donne straniere è stata del 33,4% del totale, mentre dieci anni prima era del 10,1%. «Questo è un altro dato che deve far riflettere – conclude Giulia Galeotti – di come il nostro Paese riesce ad accogliere gli extracomunitari. Credo che le donne straniere che abortiscono siano il segno della nostra incapacità di aiutarle, di ascoltarle e sono persone spesso costrette dalla povertà, dall’emarginazione e dal fatto di trovarsi in mezzo a una strada. Fortunatamente, per andare incontro a questi bisogni, le associazioni cattoliche stanno già facendo moltissimo, ma resta comunque un altro dato su cui tutti dobbiamo riflettere e impegnarci».

 

(Claudio Perlini)

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