IL CASO/ 1. Cosentino e Occhipinti, quella voglia di manette che lava la coscienza

- Monica Mondo

Nicola Cosentino e Marino Occhipinti. Due casi molto diversi di cui i giornali hanno parlato in questi giorni, scatenando la stessa reazione. Il racconto di MONICA MONDO

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Nicola Cosentino (Infophoto)

Non conosco Nicola Cosentino, non conosco chiaramente le accuse che gli sono mosse, le ragioni sue e della sua difesa. Come la maggiorparte degli italiani, presumo. Sento e leggo per ogni dove soddisfazione per il suo probabile arresto, tra lo sdegno per il ritardo e il “finalmente” che somiglia tanto a un bel “tiè!” vendicativo. Curioso che un uomo possa essere ritenuto perseguitato o meno dalla giustizia a distanza di qualche mese, e a seconda delle maggioranze governative in carica. A seconda degli umori della Lega. Non pare un assassino capace di nuocere ai cittadini. Il carcere che lo attende è Poggioreale, non un luogo di rieducazione. Almeno questo diciamolo, non crediamo più alle favole. E ricordiamo che sarà trattenuto, che eufemismo, in custodia cautelare, prima di una sentenza. Come  Alfonso Papa, avete presente? In sei mesi, la metà di se stesso, e un uomo provato, schiacciato, prima di essere considerato colpevole: abbiamo il coraggio di guardare in faccia le sue foto, oggi?
 C’è poi quell’intervento coraggioso di Maurizio Turco, onorevole radicale del PD, che ha letto le carte, e contro le regole di partito, per fortuna, ha dichiarato che se c’è un caso acclarato di fumus persecutionis, è il caso di Cosentino, accusato “di condotte che non hanno alcun rilievo penale”. C’ha la faccia da camorrista, insomma. Non so se Turco abbia ragione, ma c’è da pensarci su. E da chiedersi magari perché i cattolici lascino il campo ai radicali nella difesa dei diritti della persona.  Parlo di certi cattolici della politica, che seguono gli schieramenti in campo, e la tenuta del governo, più che i principi ispiratori.
Secondo caso di cronaca di questi giorni: Marino Occhipinti, uno dei killer della Uno Bianca, la banda criminale che terrorizzò l’Emilia Romagna a cavallo degli anni 80-90, esce dal carcere in semilibertà. Quindi non esce. Ma è tutto un coro di che vergogna, datelo a noi, di indignazione contro la giustizia ingiusta. Deve marcire in galera.  

Nessuno si chiede se 18 anni sembrano pochi, se sia cambiato in questo tempo, magari rinato, pentito, disposto a  usare di mente e braccia per ricostruire, sanare, espiare in modo più intelligente che in una cella. La gogna, la forca, questo ci preme. Con l’aggravante di discorsi insensati sullo schiaffo morale ai parenti delle vittime, come se la giustizia potesse risarcire di un familiare ammazzato, come se fosse una mannaia, l’occhio per occhio.
Un caso, lo sfogo verso un politico in nome dell’antipolitica, dell’odio verso la cosiddetta casta che va tanto di moda. (E qualcuno che crede ancora di farla pagare un po’ a Berlusconi, che non guasta).
L’altro, il bersaglio verso una politica che latita nel garantire la sicurezza dei cittadini.  In entrambi, una sentenza spiccia: noi siamo i buoni, quelli no, chissenefrega, buttiamo le chiavi e parliamo d’altro. Ma sono persone. Nell’uno e nell’altro caso, poi, ci sono dei magistrati a prendere decisioni. Se devono lavorare in pace, e dobbiamo fidarci di loro, quando si tratta di Cosentino, perchè diventano degli imbelli e incapaci, se legittimamente scelgono la semilibertà per Occhipinti? I magistrati possono sbagliare. Appunto…



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