TRAGEDIA GIGLIO/ Quelle storie di piccoli eroi da non far affondare

- Monica Mondo

L’animo umano, tendenzialmente teso all’egoismo, può dare il peggio di sè, soprattutto in una situazione di caos e panico. Ma anche questa volta non è mancato il cuore. MONICA MONDO

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Mamma e figlio guardano la nave affondata (Infophoto)

Il comandante della disgraziata Costa Crociere voleva fare il gesto dell’inchino all’isola del Giglio: così si chiama in gergo marinaro, si passa accanto a un’isola per salutare la gente, per omaggiare chi sta in mezzo al mare. Un atto gentile, simbolico, tradizionale. Un’immane sciocchezza, se hai una testuggine da guidare che porta in pancia 4.200 passeggeri e centinaia di uomini d’equipaggio. Di gentilezza, a parte quella manovra insensata, se n’è vista poca, da quel momento in poi. Non si è mostrato gentile l’equipaggio, nel tardare a dare l’allarme, nello sbandarsi conto ogni regola qua e là, inabile a decidere e guidare; ma soprattutto a rischiare qualcosa per aiutare, salvare. Sono molti i passeggeri a raccontare di personale di bordo che spingeva, che si accaparrava posti sulle scialuppe. Non hanno badato neppure ai ragazzini al miniclub, in che mani erano affidati. Altro che prima le donne e i bambini. Nessuna gentilezza neppure tra gli ospiti bardati a festa della Concordia, se è vero che si strappavano di mano i salvagenti, che hanno negato un posto in scialuppa a un piccino teso dalla mamma disperata.

Niente di nuovo, purtroppo. Già l’animo umano è tendenzialmente teso all’egoismo, figurarsi in una situazione di caos e panico. Tocca sempre rileggere l’assalto ai forni dei Promessi Sposi, ricordare la folla inferocita che bestialmente s’accalca e si sbrana per un tozzo di pane.  Eppure, c’è altro che conta. Conta quel ragazzone americano, che ha dato la forza  a qualche vicino spingendoli a tuffarsi in mare, e prodigandosi perchè raggiungessero sani e salvi la riva; conta quel vigile del fuoco che ne aveva viste tante, terremoti e sciagure, e per una volta voleva godersi la festa per i suoi 25 anni di matrimonio. Ma non ha esitato un attimo a tornare nella sala da pranzo che pericolosamente si piegava, messa al sicuro la moglie, per andare a riprendere quel passeggero in carrozzina, che tra piatti  e bottiglie rotte non poteva muoversi, e di cui nessuno pareva essersi ricordato. 

Non tutti possono essere eroi,  e il coraggio se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Fino a un certo punto, quando per coraggio si intende un sorriso, una maglia di lana passata a un compagno di sventura, una mano da stringere. Di contro ai vigliacchi e ai cinici, conta di più il parroco di quella comunità striminzita e isolata, che ha spalancato la chiesa e costretto la perpetua a fare la vivandiera, senza guardare in faccia cristiani e islamici e atei, ci mancherebbe. Conta la gente del Giglio svegliata nel cuore di una notte fredda, e capace di tirar fuori le barche da pescatori, di buttarsi in mare, di aprire negozi e bar, case, alberghi, tirar fuori coperte e panini e caffè. Di tirar fuori il cuore. 

Era già successo a Lampedusa, lo ricordiamo. Perché come dice Benedetto XVI, semplicemente fare il bene è bello, è umano, e nei momenti più bui, nella meschinità che trionfa, il bene che si fa e si vede  è il più grande viatico alla speranza, alla certezza che ancora un popolo esiste. Non siamo soli, i nostri figli possono non avere paura. Per questo, nelle cronache raffazzonate e tardive (il servizio pubblico millantato dov’era? Tutti sabato volevano sapere, possibile che un inviato non potesse affittarsi un elicottero, un motoscafo? Che almeno potessero interrompersi i programmi, basandosi sulle agenzie?) nelle cronache che vediamo e leggiamo, ci conforta sentire chi dice grazie, più di chi grida invettive e chiede vendette.

Tutto si può capire, il terrore dev’essere stato grande. Ma c’è anche la possibilità, e non remota, che le disgrazie capitino senza responsabilità dirette. Non sarà questo il caso, si accerteranno, speriamo in fretta, le responsabilità, oltrechè l’inettitudine. Ma i guai arrivano anche se uno non se li va a cercare, e non è la rabbia, l’invettiva, la lamentela a cambiare. Cambia il bene fatto e visto. Di questo ci ricordiamo quando pensiamo ad Haiti, all’Abruzzo. Quando penseremo al Giglio. Se ci capiterà di visitarla d’estate, quando si mostra in ghingheri e profumata di erbe odorose e crema al cocco, stringeremo volentieri la mano ai suoi abitanti, sarà diverso entrare in quella chiesa e farsi un segno di croce.

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