BIMBO PRELEVATO A SCUOLA/ La giudice: esistono davvero diritti “sul” figlio?

- Alda Maria Vanoni

Come potrà dimenticare? Le modalità drammatiche costituiscono un trauma che non gli permetteranno di elaborare in termini positivi il rapporto con il padre, dice ALDA MARIA VANONI

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Immagine d'archivio

Caro direttore,
ho guardato il video del bambino di dieci anni prelevato a forza (in esecuzione di un’ordinanza della Sezione minori della Corte d’appello di Venezia, ndr) assieme alla mia nipotina Beatrice, di 12 anni, e abbiamo sentito anche le interviste effettuate alla madre e al padre del ragazzo “rapito” dalla polizia. Ne abbiamo parlato assieme e le riporto in questa mia le nostre considerazioni.
Le modalità usate dagli agenti sono violente, ingiustificatamente violente. È evidente che il ragazzino non aveva nessuna intenzione di seguire gli agenti ed aveva messo in campo tutte le sue forze fisiche e la sua agilità per sottrarsi: non si trattava peraltro di un pericoloso delinquente e si poteva fare a meno di conseguire il “risultato” – ossia la sua fisica apprensione – ad ogni costo. Non sbaglia la madre quando protesta che il figlio è stato “trattato come un animale”: placcato, preso per i piedi e le braccia, buttato nell’autovettura a forza. Non possiamo credere che la professionalità della Polizia di Stato non sappia dare attuazione a un ordine di consegna di un minore in modo più umano e meno traumatico.
Non entriamo nel merito della decisione presa dalla Corte d’appello; della vicenda si conosce solo il poco che i due genitori hanno riferito alla stampa. Si capisce che alle spalle di questo violento episodio ci sono anni di tensioni e di liti, di reciproche accuse, di mancanza di comunicazione. Viene da pensare che, ancora una volta, due coniugi che si separano continuano a litigare “a colpi di figlio”, incuranti del male che fanno alla prole, del tutto sordi all’originaria esigenza di vivere rapporti positivi con entrambe le figure parentali, ciechi di fronte al dolore e alla distorsione che le discordie tra i genitori provocano nei figli. C’è qui un padre che chiede, ed ottiene, l’esecuzione forzata della consegna del figlio, ossia che aziona il suo diritto “sul” figlio – la Corte d’appello gli ha dato ragione, e vuole che la decisione non resti lettera morta. C’è una madre che resiste al provvedimento e che, evidentemente, ne ha rifiutato l’esecuzione pacifica, anche lei affermando il suo punto di vista contro tutti. Sembra che nessuno dei due si sia fatto carico delle conseguenze del proprio atteggiamento sul figlio.

Dalle dichiarazioni del padre risulta che il ragazzino è destinato “a un luogo neutro” dove possa liberarsi dall’influenza della madre e, si suppone, ristabilire rapporti anche con il padre. Ma come potrà il ragazzo dimenticare questo episodio? Le modalità drammatiche della sua “cattura” costituiscono un trauma che difficilmente gli permetteranno di elaborare in termini positivi il rapporto con il padre. Un ragazzino non è un oggetto su cui si possa incidere un’immagine a piacere, né un animale che possa condizionarsi con appropriati esercizi; è una persona, con sentimenti, affettività, memoria, desiderio, e l’educazione è un lungo processo che richiede innanzitutto affetto e condivisione di vita.



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