SANT’ANNA DI STAZZEMA/ Il familiare: la sentenza sulla strage nazista offende il popolo italiano

- int. Claudia Buratti

La procura tedesca ha deciso che non ci sono prove sufficienti per mettere sotto processo alcuni soldati protagonisti della strage di Stazzema. Il commento di un familiare delle vittime

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Un momento della strage di Stazzema

“Noi non vogliamo condanne non siamo forcaioli noi volevamo il processo, che si giudicasse. Che invece tutto si archivi e che ci venga detto che non ci sono prove documentali è una offesa” A parlare è l’avvocato Claudia Buratti, familiare di alcune delle oltre cinquecento persone trucidate dai nazisti il 12 agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema. Una sentenza della procura di Stoccarda ha invalidato tutto quanto aveva fatto la giustizia italiana che invece aveva condannato all’ergastolo dieci ex soldati tedeschi protagonisti dell’eccidio. “Alcuni familiari come la donna che ha salvato tre sorelle e un bambino di un anno” continua l’avvocato Buratti “si sono sentiti male ieri sera alla notizia. In questi dieci anni erano riusciti  a domare i propri fantasmi. Pensi che molto dei sopravvissuti si sono sentiti per anni colpevoli, come se se lo fossero meritato. In questi dieci anni di dibattimenti processuali erano riusciti a ritrovare la loro dignità che adesso questa sentenza ha di nuovo spazzato via”. 

Avvocato, lei si occupa di un filone diverso delle indagini rispetto a quello della procura militare di La Spezia che ha condannato dieci soldati tedeschi all’ergastolo?

Attualmente c’è un procedimento aperto a Roma che al momento è sospeso per accertamenti peritali e riguarda un undicesimo soldato tedesco ancora vivente ed è quello di cui mi occupo, avendo comunque seguito in questi ultimi dieci anni tutto il procedimento della procura militare.

Come avvocato e come familiare, come giudica la sentenza del tribunale tedesco? Fredda applicazione della legge o incapacità ad ammettere le reali colpe dei soldati tedeschi?

Dal punto di vista legale la Germania pretenderebbe l’identificazione individuale di ciascuno dei responsabili per accertante la responsabilità penale,  e questo dal punto di vista del diritto penali ci può stare. Il problema è che con questa archiviazione non si vuole arrivare a un processo.

Ci spieghi meglio.

Dopo dieci anni di indagini da tempo concluse il procuratore tedesco ha ritenuto non ci siano prove documentali sufficienti per rinviare questi ex soldati a giudizio. Attenzione: questo significa che i soldati rimasti vivi la Germania non li vuole giudicare che siano colpevoli o innocenti. Non vuole prendere la responsabilità di assolverli o condannarli. Archiviando non si dà infatti avvio a un processo. Con l’archiviazione si evita tutto e soprattutto si evita che venga messo in risalto di fronte all’opinione pubblica tedesca o si aprano dei dibattiti nell’opinione pubblica.

Eppure per arrivare alle condanne italiane ci sono volute prove ottenute dalla Germania, giusto?

Tutto l’impianto accusatorio e investigativo cominciò nel 2002 in stretta collaborazione tra la procura di Stoccarda e quella militare di La Spezia. Le prove documentali dei tre processi italiani, primo grado, appello e cassazione ma soprattutto il primo grado perché è nel dibattimento che si forma la prova, queste prove dunque sono state acquisite proprio in Germania con la collaborazione della stessa procura di Stoccarda.

Che adesso invece archivia tutto come un nulla di fatto.

Sì, sembra tutto molto strano dopo anni di collaborazione. Nel 2007 la Cassazione italiana ha confermato che ci sono prove più che sufficienti per riconoscere la responsabilità di queste SS tedesche. Tra l’altro la condanna è divenuta irrevocabile e quindi si dovrebbe dare esecuzione, ma senza estradizione non è possibile. Tra l’altro in quanto cittadini tedeschi, queste SS una volta che si è arrivati a un giudizio definitivo, una volta cioè condannati, devono scontare la pena anche in Germania, non è necessaria l’estradizione.

E tra l’altro uno di loro è anche reo confesso.

 

Infatti e questa è la falla più grossa della sentenza emessa dalla procura di Stoccarda. Quest’uomo ha riconosciuto di aver ucciso donne e bambini quel 12 agosto a Stazzena. Pare strano allora che, anche ammesso che non si possa fare il processo per tutti gli imputati  almeno il reo confesso come prevede la legge tedesca andrebbe processato. 

 

Può essere che l’Italia come accaduto in altri casi internazionali, non riesce a farsi rispettare?

 

Questa sembra evidente. Nel momento che in un procedimento di questo tipo sono coinvolte due nazioni come Italia e Germania che appartengono all’Unione europea e che hanno in corso un braccio di ferro sulle misure anti crisi significa che una forma di soggezione da parte italiana esiste. Lo dico da italiana, da avvocato e da parente delle vittime: questa motivazione tedesca è una offesa non solo alla memoria delle vittime, ma all’intelligenza. Non solo un’offesa a noi che abbiamo subito, è una offesa all’intelligenza del popolo italiano. La motivazione che non siano stati identificati tutti i civili vittime e che tra loro potevano esserci rifugiati di guerra significa far cadere uno dei punti cardini dello stesso processo italiano che ha stabilito trattarsi di un crimine di guerra perché azione premeditata con l’intenzione di colpire dei civili.

 

Possiamo ricostruire brevemente i fatti?

 

Esiste la ricostruzione di un analista strategico il dottor Politi che ha spiegato che la strategia militare utilizzata quella mattina dalle truppe tedesche era nella consapevolezza totale che non avrebbero trovato nessun ostacolo militare. Sapevano cioè che non c’erano partigiani ma solo civili.

 

La procura di Stoccarda invece dice che i soldati cercavano dei partigiani.

 

Secondo le convenzioni di Ginevra non si possono toccare i civili farlo significa crimine contro l’umanità. Cosa hanno fatto i tedeschi? Gli uomini di Stazzema vedendo le truppe salire avevano capito che venivano a prenderli per deportarli, allora si sono nascosti nei boschi.  Le donne e i bambini invece sono rimasti nelle loro case perché sicuri che non sarebbero stati toccati. L’atrocità è che trovando solo donne, vecchi e bambini li hanno trucidati e qui diventa un crimine contro l’umanità.

 

Come cercarono di giustificare il fatto?

 

Hanno scritto nei loro diari che quel giorno fu trovato un deposito di munizioni e durante un combattimento erano stati uccisi 270 banditi. Nel registrare l’azione hanno registrato i civili come banditi e con una parola hanno trasformato un crimine di guerra in una azione legittima di guerra.

 

Che è la teoria che sostiene la procura di Stoccarda.

 

Già. E io chiedo loro: una bambina di venti giorni ritrovata con venti proiettili nel corpo come può essere definita un partigiano?

 

Lei ha avuto dei familiari morti nella strage.

 

Erano i miei zii che allora erano un maschio di 12 anni e una femmina di 9. Morì anche la mia bisnonna che allora aveva 60 anni. Li  hanno trucidati in una delle stalle dove ci fu l’episodio della mamma che tirò lo zoccolo contro i soldati. La bambina non morì subito nella stalla, riuscì a uscirne ancora viva totalmente ustionata. Fece 800 metri per tornare a casa dalla nonna e la sera mio nonno tornato in paese dove si viveva uno strazio indescrivibile ha preso sua figlia e l’ha portata in ospedale. Non riuscivano a vestirla tanto era bruciata. La portò a Valle Castello all’ospedale emiliane  con il rischio di cecchini tedeschi appostati. Arrivato all’ospedale con la bambina in braccio si trovò davanti un soldato tedesco che voleva arrestarlo e deportarlo. Si intromise un medico salvandolo. Cercarono di curare la bimba ma morì dopo due giorni per le ustioni riportate. I tedeschi infatti avevano massacrato quelle persone tirando bombe a mano nella stalla.  

 

Dopo tutto questo orrore, è possibile per lei parlare di perdono?

 

E’ impossibile non si può perdonare, si può accettare. La cosa però che oggi ci ferisce è che ci sentiamo tornati con le stesse insicurezze che avevamo superato grazie alla giustizia italiana e all’immane lavoro della procura di La Spezia. Noi non vogliamo condanne non siamo forcaioli noi volevamo il processo, che si giudicasse. Che invece tutto si archivi e che ci venga detto che non ci sono prove documentali è una offesa. Alcuni familiari come la donna che ha salvato tre sorelle e un bambino di un anno si sono sentiti male ieri sera alla notizia. In questi dieci anni erano riusciti  a domare i propri fantasmi. Pensi che molto dei sopravvissuti si sono sentiti per anni colpevoli, come se se lo fossero meritato. In questi dieci anni di dibattimenti processuali erano riusciti a ritrovare la loro dignità che adesso questa sentenza ha di nuovo spazzato via. 

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