IL CASO/ Un Prefetto umilia un prete anticamorra

- Monica Mondo

MONICA MONDO commenta quanto accaduto a don Maurizio Patriciello, rimproverato duramente dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino, per aver chiamato “signora” il prefetto di Caserta

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Andrea De Martino, prefetto di Napoli (InfoPhoto)

Allucinante. Prendetevi due minuti, chiamate vicino a voi i familiari e guardatevi il video del sacerdote davanti ai prefetti: sta facendo e giustamente, il giro della rete. Sto parlando di don Maurizio Patriciello, parroco a Caivano, provincia di Caserta. In un incontro per denunciare la pericolosità per i cittadini dei rifiuti tossici nelle discariche della zona, don Maurizio, noto per il coraggio e la vicinanza ai cittadini, a volte anche con gesti eclatanti, si rivolge al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola, peraltro con tono umile e gentile, “Signora”.

Apriti cielo. Interviene il prefetto di Napoli, Andrea De Martino, e sbotta indignato. Non si può chiamare Signora un prefetto della repubblica, (anzi, usiamo le maiuscole, Prefetto e Repubblica, non sia mai). E’ un fiume in piena, De Martino. Interrompe la riunione, si dice offeso, lui e i suoi colleghi, parla di vergogna, mancanza di rispetto per le istituzioni, “se io chiamassi signore un sindaco, pensate un po’! O chiamassi signore lei!”. Già, pensate un po’, che ignominia. Sono pochi i sindaci a potersi fregiare di questo appellativo. Infatti una voce fuori campo irrompe nel filmato: “Signori si nasce”. Il sacerdote stupisce, balbetta, dice che non era sua intenzione, e non si sa come riesca a trattenersi da tuonare forte, come Fra Cristoforo davanti don Rodrigo, per alzare il dito e intimare al Signor Prefetto di Napoli giusti castighi, per tanta arroganza e presunzione.

Non riesce, don Maurizio, si limita basito a chiedere scusa, confessa che se non gradito può anche andar via, al che il prefetto risponde di andarsene pure, ci mancherebbe. Corre il sospetto, e qualcosa di più, che questo sacerdote scomodo non sia stato accolto volentieri, che si sarebbe fatto a meno della sua presenza, che la sua figura, ormai nota alle cronache e anche alla televisione, dia fastidio, troppo. Collusioni con gli ambienti omertosi che coprono i crimini della malavita nello smaltimento dei rifiuti? Non è necessario. Basta che le famose istituzioni vengano sfiorate dal sospetto di non aver fatto abbastanza, che ci si senta investiti di una responsabilità che si è gestita non a dovere; che qualche schizzo di quel fango velenoso dai terreni casertani insozzi l’immacolata veste di chi cinge una fascia tricolore.

Si deve sentire offeso, Magnifico Signor Prefetto, del fatto che la sua terra campana sia pervasa come una gramigna dalla camorra, che non siate in grado di controllare il territorio e garantire la salute dei cittadini. Rompono le scatole, i preti coraggio? Eccome. Sono il presidio della legalità, dell’accoglienza, il sostituto di quel welfare con cui vi sporcate la bocca in campagna elettorale o quando in pompa magna andate a rappresentare le decantate istituzioni, tagliando nastri e facendo discorsi. Rompono, questi preti, ed escono pure un po’ dal seminato. Perché dovrebbero spiegare la parola di Dio, fare catechismo ai ragazzini, confortare gli afflitti. Ma ci si può tappare le orecchie e tacere, riferirsi a Dio Padre e sopportare le ingiustizie, della gente di cui sei pastore? 

Non si può. Rompono, i preti anticamorra, e dispiace talvolta vederli trattati come delle star, blanditi dai media, coccolati dall’intellighenzia à la page. Ma che dovrebbero fare? Chinare il capo, come tanti, e sopportare in silenzio? Lasciare che s’indigni soltanto Beppe Grillo? Che la Chiesa resti un passo indietro, nel denunciare le ingiustizie? I media parlano di “umiliazione di un sacerdote”. Lo sarebbe stata anche per un semplice cittadino. 

Per un sacerdote di più, anche per chi non ne riconosce l’autorità: perché è un’autorità che conta per la gente, ed è un’autorità buona, che non chiede il pizzo e non intimidisce con la violenza. “Io alla mortificazioni sono avvezzo – scrive don Maurizio -. Spendo la mia vita di prete nella terra del Clan dei Casalesi. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana. Quante mortificazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti. Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto dal primo momento che sono stato ordinato prete”.

Qualcuno ha da replicare a queste parole? Tanti anni fa conoscevo una suora, faceva la maestra d’asilo. Una brava maestra. Le hanno chiesto di andare a Caivano, ad aiutare la povera gente. Nessuno voleva partire. Non sono suora per me, ha risposto la suora. Le sue sorelle l’hanno salutata in lacrime, come se partisse per l’antico far West, o le terre degli antropofagi. Lei sorrideva, e non è mai tornata indietro.

Caro Signor Illustrissimo Prefetto, la sua terra dovrebbe ringraziare ogni giorno per gente così. E Lei, Lei che ha il compito di accudirla, e renderla sicura per chi la abita, dovrebbe inchinarsi all’audacia, alla generosità, alla pazienza. E rileggersi i Promessi Sposi, sa quel capitolo 2 in cui vengono elencate tutte le grida inutili di una giustizia inefficiente, ma tutta tesa a celebrare i suoi fasti con titoli e titoli, l’uno dopo l’altro, per sostenere una dignità perduta…

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