IL CASO/ Campiglio: perché il governo vuol “cancellare” le famiglie?

- Luigi Campiglio

LUIGI CAMPIGLIO analizza e commenta i recenti interventi fiscali del governo Monti: la manovra, spiega, sembra essersi completamente dimenticata delle famiglie

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L'ex premier Mario Monti (Infophoto)

A fronte della recente manovra fiscale, il governo sembra essersi dimenticato completamente della famiglia, centro decisionale di ogni rilevante grandezza economica. La ricerca dell’equità all’interno dell’austerità non è certo cosa semplice, ma, in alcuni casi, è assolutamente necessaria: è evidente che la capacità contributiva di una famiglia composta da due adulti senza figli, a parità di reddito, è maggiore di quella di un nucleo formato da due adulti e più figli a carico. Tale adeguamento rappresenta una forma di equità orizzontale, cioè un aspetto culturale oramai acquisito da gran parte dei paesi europei.

La Germania e, in particolare, la Francia danno ormai per acquisito il fatto che si debba assolutamente tener conto di questo aspetto, eppure all’interno di questa manovra sembra essere totalmente assente: la famiglia non viene presa in considerazione, mentre il maggior punto di riferimento continua a essere soprattutto il contribuente. Per come sono state elaborate, quindi, le decisioni del governo andranno a penalizzare in particolar modo le famiglie con due o più figli. Una tale mancanza di attenzione nei confronti delle famiglie numerose viola l’idea di equità e stupisce che un governo di esperti come quello attuale se ne sia sostanzialmente dimenticato.

A mio giudizio esistono in particolare due opzioni tra cui è possibile scegliere per poter correre velocemente ai ripari: la prima è il cosiddetto Fattore famiglia, una forma di adeguamento della scala di equivalenza basato sulle dimensioni familiari recentemente proposto dal Forum delle Famiglie. Una seconda idea è invece quella del cosiddetto quoziente familiare, una misura che consente di calcolare l’imposta sul reddito in funzione delle persone fiscalmente a carico, con il vincolo di un tetto massimo di beneficio.

Rimane però il fatto che l’eventuale scelta tra queste due alternative, probabilmente le più concrete al momento, è fondamentalmente politica. Una scelta importante e necessaria con cui sarà possibile riconoscere che l’unità decisionale di spesa maggiormente rilevante sul piano economico e sociale è proprio rappresentata dalla famiglia.

Un intervento di questo tipo, inoltre, non ha solamente a che fare con l’equità, ma anche con la ripresa. Se all’interno di una manovra fiscale non si cerca di porre il massimo della cura e attenzione nella distribuzione dei sacrifici aggiuntivi richiesti, non tanto ai cittadini quanto alle famiglie, allora si finisce con l’indebolire anche le prospettive di rilancio della domanda interna. 

Faccio inoltre presente che ormai comincia a farsi strada in maniera sempre più forte la posizione assunta recentemente dal Fondo monetario internazionale, sia attraverso il presidente Lagarde che il capo economista Blanchard: i due hanno sostanzialmente fatto sapere che in questa crisi l’effetto dell’austerità sulle decisioni economiche delle famiglie si rivela molto più pesante di quanto è accaduto in periodi di crisi per così dire “normali”. Questo significa che con moltiplicatori fiscali elevati diventa molto più concreto il rischio di richiedere sacrifici elevati, ma con risultati limitati.

E’ dunque quanto mai importante riconoscere nelle famiglie il fondamentale centro decisionale dell’economia, al pari di quello delle imprese: il fatto che l’attuale governo non lo stia facendo, in aggiunta ai gravi rischi che attualmente corriamo con una manovra di austerità che potrebbe non dare i risultati attesi, pregiudica sia i conti pubblici che ogni prospettiva di crescita e di sviluppo.

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