CASO MELANIA REA/ Meluzzi: ergastolo a Parolisi? Così si è deciso di colpire anche la figlia…

Salvatore Parolisi condannato all’ergastolo e privato della patria potestà. ALESSANDRO MELUZZI riflette su questo: non esiste alcuna prova contro di lui, il caso è aperto

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Foto: InfoPhoto

Per Salvatore Parolisi, riconosciuto come l’assassino della moglie Melania Rea. Una condanna durissima seppur in primo grado: adesso si aspetta il futuro processo d’appello che, hanno promesso i legali del caporal maggiore, sarà portato avanti a testa bassa per invertire la situazione. Una sentenza che apre moltissimi interrogativi, anche alla luce dei tanti dubbi esistenti sul caso stesso e dunque sulla colpevolezza del Parolisi. IlSussidiario.net ha chiesto un commento ad Alessandro Meluzzi: “Formalmente non c’è uno straccio di prova reale contro Parolisi. Condannare all’ergastolo senza prove è inquietante. Si è preferito ottemperare a un bisogno di vendetta sociale, ma il caso è del tutto aperto e avrà secondo me un esito simile a processi come quello di Perugia”. Secondo Meluzzi, non solo l’ergastolo in queste condizioni è una “pagina malinconica della giustizia italiana”, ma si è deciso di colpire in qualche modo anche la figlia togliendole dopo la madre anche il padre.

Meluzzi, la condanna all’ergastolo con rito abbreviato non suscita qualche domanda sulla giustezza di questa sentenza?

L’ergastolo con rito abbreviato, e con tutte le aggravanti e senza nessuna attenuante nonostante appunto il rito abbreviato e in assenza di vere prove, rappresenta secondo me una triste pagina della nostra giustizia.

In che senso?

Condannare qualcuno a un “fine pena mai” in assenza di prove è una aberrazione del diritto e della logica. E’ vero, comunque, che si possono avere condanne per la libera convinzione del giudice quando ci sia un processo indiziario in cui ci sono degli indizi gravi coincidenti e concordanti e che vanno nella direzione di poter emettere una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio. 

E qui di motivi per ragionevoli dubbi ce ne sono?

Ce ne sono moltissimi di dubbi. Non c’è un vero movente, non è mai stato trovato il corpo del reato, non c’è la prova regina, ma non c’è neanche una plausibile ricostruzione dei fatti.

Ci spieghi questi dubbi che lei solleva.

Tutte le dinamiche così come state descritte – vedremo poi nel dispositivo della sentenza cosa diranno i giudici – dall’omicidio alla profanazione sul cadavere, non stanno nei tempi. Nella ricostruzione della procura non si capisce quando Parolisi avrebbe avuto il tempo per scendere da Ripa e andare a Colle San Marco, andare in caserma, fare la denuncia, tornare indietro a Ripa per infierire sul cadavere con una siringa facendo le svastiche sulle cosce e facendo quel tentativo sgangherato di presunto depistaggio, Che non sembra neanche un tentativo di depistaggio, quanto di avvertimento rituale; di cui però non si capisce il senso se fatto da Parolisi.

Parecchi dubbi, dunque. 

Non c’è una traccia della sua presenza sulla scena del delitto, non ci sono tracce di dna, non c’è una traccia di sangue sui vestiti di Parolisi neanche a casa sua, cosa rarissima nel caso di un omicidio con 33 coltellate. Non si trovano gli abiti di cui Parolisi si sarebbe disfatto scendendo da Ripa. Insomma, non c’è un elemento per poterlo condannare.

 

Perché allora l’ergastolo, secondo lei?

 

Parolisi è stato condannato per mille e una ragione: perché bugiardo, perché antipatico, perché traditore, per via anche della condotta processuale brevissima con il rito abbreviato. Perché in un processo con rito ordinario ci sarebbe stato il tempo di sviluppare le prove e dimostrare l’inconsistenza delle accuse. Mi viene da pensare che l’avvocato Biscotti, che conosco personalmente molto bene, abbia fatto la scelta del rito abbreviato perché vuol giocarsi tutto nel processo di appello. In ogni caso, vuol dire condannare una persona a cinque anni minimo di carcere dato che uno e mezzo lo ha già fatto e ne farà altri tre in attesa dell’appello.

 

C’è poi la negazione della patria potestà che apre il caso della figlia.

 

Infatti. Con la sentenza la bambina dopo aver perso la madre si è vista togliere anche il padre. Gettando inoltre sulla figura del padre una luce sinistra e cupa comunque vadano a finire le cose.

 

In che senso dice questo? I familiari di Melania Rea hanno detto che adesso dovranno dire alla bambina cosa è successo al padre. Secondo lo zio dovranno dirle che il padre adesso sta con le persone che hanno fatto cose cattive.

 

In questi casi le famiglie delle vittime hanno sempre delle ragioni, ma, come si dice, di ottime ragioni è lastricata la via dell’inferno. La partita che si è giocata sin dall’inizio sulla figura della bambina penso sia un cattivo esempio di come le famiglie italiane usino spesso i minori come possesso anziché come forma di bene e dono. In questa famiglia si è visto un atteggiamento anche comprensibilmente riparatorio in cui la morte di Melania doveva immediatamente essere riparata dalla presenza della figlia. Lo posso capire, ma certamente non posso sottoscrivere affermazioni come questa sul padre perché produce effetti psicologici molto negativi sul futuro psichico della bambina.

 

Manca una qualunque concessione a una possibilità di perdono.

 

Ci troviamo in una situazione in cui l’irrevocabilità di questo giudizio sul padre mi sembra del tutto fuori luogo, visto che ci sarà ancora il processo di appello. In cassazione poi queste pseudo prove prodotte oggi contro Parolisi non reggeranno una valutazione formale, visto che formalmente non c’è uno straccio di prova. Il caso è aperto e tendo a prevedere che avrà un esito simile a processi come quello di Perugia dove una frettolosa condanna emessa sull’onda di un’indignazione pubblica non potrà reggere a una valutazione fondata degli eventi.

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