IL CASO/ Strage di Manhattan: come facciamo a fidarci della nostra babysitter?

- Luigi Ballerini

Di fronte al caso dei due bambini uccisi a New York forse dalla loro baby sitter, sono in molti a chiedersi come ci si possa fidare di chi dovrebbe curarli. L’analisi di LUIGI BALLERINI

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Immagine d'archivio

Non è ancora sicuro se Yocelin Ortega abbia davvero ucciso Leo e Lulu, i due bambini americani di 2 e 6 anni trovati accoltellati nella vasca da bagno del loro appartamento a Manhattan. La babysitter dominicana è al momento in coma farmacologico e non può raccontare nulla, neanche se lo desiderasse. Ciò che è sicuro, invece, è la risonanza e il panico planetario che la notizia ha creato nelle famiglie di tutto il mondo. Certo l’orrore suscitato dall’idea di due piccolini trucidati nella vasca sarebbe di per sé sufficiente per spiegarne la rapida diffusione non solo nel web, ma nei discorsi fra gli amici, sull’autobus e nelle case. E persino qualche recente dubbio sulla reale colpevolezza della babysitter – ipotesi al momento probabile, ma ancora da dimostrare – non è in grado di mitigare l’angoscia. Tantomeno l’ignoranza sul movente, sapendo benissimo che non esiste alcuna ragione accettabile per compiere un atto del genere. Tuttavia se si visitano in queste ore i blog e i siti dedicati al cosiddetto parenting si può notare come piuttosto la reale preoccupazione sia un’altra: come facciamo a fidarci di chi cura i nostri figli? Data pochi giorni anche la circolazione in rete del video della maestra cinese che in mezzora sgancia settanta (!) violenti ceffoni ai bambini a lei affidati. Certo, fatto molto meno grave di quello americano e nemmeno da paragonare per intensità, ma tuttavia inscritto nella stessa area di preoccupazione per i genitori.

La questione che viene posta dal truce fatto di cronaca non è affatto banale e merita di essere allargata ad un orizzonte maggiore di quello del solo parenting e del trattamento dei minori. Potrebbe assumere la forma più generale di: come posso fidarmi di un altro?

Innanzitutto consideriamo che la fiducia è un giudizio, non un istinto. Ha infatti a che fare col giudizio di affidabilità di un altro. Constatiamo poi che su tale giudizio di affidabilità poggia tutta la nostra vita quotidiana, anzi è proprio esso a rendere possibile ogni forma di appuntamento della giornata. Un giudizio siffatto però, prima che su singoli specifici dati frutto di controlli e test, origina da una non-obiezione di principio all’altro, ritenuto in partenza potenzialmente benefico per me. Pensiamo a cosa accadrebbe qualora erigessimo una tale obiezione di principio: in fondo prendere un mezzo pubblico è fidarsi di chi lo guida, mangiare in un ristorante – ma anche a casa – è fidarsi di chi prepara il cibo, passare sopra un ponte è fidarsi di chi lo ha progettato, comprare un’automobile è fidarsi di chi l’ha costruita, addormentarsi è fidarsi di chi ci dorme accanto. Con la presenza di un’obiezione di principio si determinerebbe la paralisi di ogni moto. Cedere completamente su questo punto conduce al delirio di persecuzione, alle allucinazioni proprie della paranoia, all’uscita dalla convivenza normale.

Non è un istinto, dicevamo, ma un atto di pensiero, perché laddove possibile si ingegna per raccogliere ogni dato di realtà disponibile. Ricordo che una notte, nei sobborghi di Chicago, mi sono accorto che il mio taxista aveva colpi di sonno improvvisi, ho persino dubitato fosse sotto l’effetto di qualche sostanza. Ho tuttavia valutato che forse sarebbe stato peggio farmi lasciare giù in quel punto e ho deciso di proseguire facendo di tutto per tenerlo sveglio confidando che sarebbe andata bene lo stesso, come in effetti è stato. In un altro posto e ad un’altra ora gli avrei chiesto di farmi scendere. Ma in assenza di dettagli che ci mettano in allarme, ci lasciamo tranquillamente trasportare dal taxista senza neanche mettere in dubbio la nostra sicurezza.

Per un soggetto che sta bene la presenza di un altro che tradisce o inganna o delinque non è sufficiente a far cadere questa non-obiezione di principio, in quanto persiste la disponibilità verso tutti gli “altri altri” che possono ancora risultare vantaggiosi. Persino il fatto che non taglierò la gola a chi mi ha fatto del male è legato a concedergli un’altra chance per tornare a essere benefico, e ciò ha a che fare col perdono.

Gli esiti dolorosi e sgradevoli di un altro che inganna e tradisce non devono avere la meglio sul nostro pensiero, ma trasformarsi essi stessi in occasione di un giudizio più accurato su ciò che è realmente successo.

Il bene, infatti, resta sempre e comunque ricevibile da un altro. I bambini lo sanno bene, non si scandalizzano loro, non si perdono d’animo. Si tratta di recuperare e salvaguardare questo pensiero anche in noi. Ma senza la loro ingenuità, ossia sapendo finalmente qualcosa dell’inganno possibile.

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