CASO CUCCHI/ La sorella Ilaria: anche nella tragedia di Stefano c’è un disegno più grande

- La Redazione

Noi abbiamo tutt’ora bisogno di fare annunci pubblici e gesti immensamente difficili dal punto di vista emotivo come mostrare la foto di Stefano martoriato, dice ILARIA CUCCHI

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Foto: InfoPhoto

A quasi tre anni dalla morte in carcere di Stefano Cucchi spunta una radiografia in cui si evidenzia una nuova frattura alla colonna vertebrale. Un elemento rilevato solo due giorni fa durante l’incontro fra i consulenti del tribunale e quelli della famiglia Cucchi, una novità che secondo questi ultimi rende ancora più evidente il pestaggio. Insomma, un processo infinito che, periodicamente, si riaccende nella memoria dell’opinione pubblica per nuovi particolari o elementi inediti e trascurati nella indagini. In aula, sempre in prima fila c’è Ilaria, la sorella di Stefano, minuta ma energica che non si stanca di chiedere giustizia per sé, per i suoi figli, per i suoi genitori che hanno perso il fratello minore, lo zio e un figlio. Durante l’intervista quando pronuncia il suo nome il tono cambia.

Ilaria parla veloce, è precisa e decisa ma, ogni tanto, va in affanno e deve prendere fiato: sembra emozionarsi quando ricorda la pubblicazione delle foto in cui venivano mostrati i segni delle violente percosse su un corpo ridotto a sole ossa. “Siamo stati obbligati altrimenti non ci avrebbe ascoltato nessuno”.

Ilaria, come commenta le ultime novità nelle indagini?

E’ solo la conferma di ciò che la mia famiglia e i nostri consulenti sosteniamo da sempre e questo mi rende più triste e ancora più arrabbiata perchè posso solo immaginare le sofferenze che ha dovuto patire mio fratello. Non può capire la sensazione che prova una famiglia che si mette nelle mani dello Stato, nel quale crede, e affronta un processo pieno di ipocrisie. Il Pubblico Ministero sembra remare contro di noi e dedica la maggior parte della sue energie a cercare di adombrare la nostra onestà. Alla fine dell’estate, abbiamo avuto notizia della frattura pregressa della vertebra: oltre al danno la beffa perchè i giornalisti avevano già in mano la documentazione prima ancora che venissimo informati. Nonostante ciò si continua ad affermare che noi eravamo a conoscenza degli esiti. Noi siamo persone oneste, le stesse che hanno denunciato la presenza di droga in casa di Stefano.

Vi sentite presi in giro?

Io e la mia famiglia abbiamo ormai dato fondo a tutte le nostre risorse economiche per poterci permettere le consulenze dei periti per poi scoprire che, per due anni, era stata analizzata la vertebra sbagliata e che c’è un’altra frattura.. Ora mi aspetto di tutto…Anche che il Pm dica che mio fratello si è procurato la frattura dopo la morte. Siamo davvero all’inverosimile.

Il senso di impotenza ogni tanto prende il sopravvento?

No, mai. Mi sento di essere incastrata nei meccanismi di una lotta impari. Io, però, sono sicura di ciò che dico e sono appoggiata dai medici che hanno curato Stefano: lui è stato medicato in quei sei giorni per quella frattura che era, lo ripeto per l’ennesima volta, recente. Mio fratello stava malissimo, eppure il Pm parla di lesioni lievi.

 

Qual è il pensiero più insopportabile in tutta questa vicenda?

 

Sicuramente la continua negazione dei fatti e cioè che Stefano è stato pestato nei sotterranei di quel tribunale e, in seguito a quel massacro, la sua vita si è conclusa per sempre. Stiamo affrontando un processo che sembra indaghi su una colpa del tutto estranea quando sappiamo con certezza che senza quel pestaggio, mio fratello sarebbe ancora qui fra noi e non staremmo nemmeno qui a parlarne.

 

Dove trova la forza per affrontare questa battaglia?

 

Nel nostro bisogno di vedere riconosciuta la verità e di ottenere giustizia per ciò che è successo a Stefano. Ma non solo per lui, anche per molti altri che hanno patito le stesse ingiustizie e umiliazioni. Purtroppo, ci sono molte altre persone alle quali sono accadute cose simili che rimangono senza nome e senza voce. Alla fine, è questo il meccanismo che si innesca sempre quando, in certi episodi, vengono coinvolte alcune categorie.

 

Lei è credente?

 

Sì, lo sono e questo mi ha aiutato parecchio e mi da la forza di andare avanti. Sono convinta che ci sia sempre un motivo, a noi sconosciuto, un disegno nascosto per ciò che ci accade. Per noi è difficile trovarlo ma sono certa che ce la faremo. Ogni tanto, penso che il motivo per cui ci sia capitato tutto questo è che noi siamo chiamati a cambiare una realtà così terribile.

 

Lei pensa di essere un simbolo della lotta contro questo tipo di ingiustizie?

 

Non lo so. Sono però certa di voler dedicare le mie energie per cambiare il trattamento che subiscono le famiglie che hanno patito un sopruso così grande e spropositato. Negare il diritto alla giustizia significa chiederci di fare finta di niente: una richiesta inaccettabile per chi ha perso un figlio e un fratello.

 

Non teme che la sua battaglia, insieme a quella di molte altre persone che proseguono nella ricerca della verità, finisca per essere usata e strumentalizzata?

Finora, posso dire con certezza che non ci sono state strumentalizzazioni. Abbiamo avuto la piena solidarietà da parte di tutti, a partire dalla gente comune e i mezzi di informazione senza i quali noi non saremmo andati da nessuna parte. Abbiamo ricevuto la solidarietà dal mondo politico da parte di entrambi gli schieramenti e sono molto grata al Presidente della Camera Fini per averci ricevuti e mostrato la sua vicinanza. Nessuno ha usato la morte di mio fratello per altri scopi.

 

Avete bisogno dell’eco dei media per ottenere giustizia?

 

Purtroppo, la giustizia non arriva spontaneamente o per caso. Noi abbiamo tutt’ora bisogno di fare annunci pubblici, apparizioni e gesti immensamente difficili dal punto di vista emotivo come mostrare la foto di Stefano martoriato dai lividi causati dalle botte.

 

Come vorrebbe che fosse ricordato Stefano?

 

Per ciò che era. Un ragazzo semplice che come molti suoi coetanei aveva commesso degli sbagli. Solo che lui li ha pagati con la vita. Vorrei che il suo nome fosse associato al cambiamento in atto che è iniziato quando sono state pubblicate le sue foto da morto. Sono convinta che nella coscienza di tutti quelli che hanno anche solo visto di sfuggita quegli scatti sia scattato qualcosa: un’indignazione e una rabbia che spinge al cambiamento.

 

Anche suo fratello era credente?

 

Sì, lo era. Pensi che negli ultimi giorni della sua vita, quando probabilmente si sentiva preso dalla disperazione ed era certo di morire da solo e senza l’affetto dei suoi cari, aveva chiesto una Bibbia. 

(Federica Ghizzardi)




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