CAMORRA/ Di Fiore (Il Mattino): Antonio Zagaria è in manette, ma resta la “guerra” culturale

- int. Gigi Di Fiore

Arrestati il fratello e il nipote del boss del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, già in carcere. Colpo al cuore di Gomorra? GIGI DI FIORE spiega cosa manca in questa battaglia

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(InfoPhoto)

Caserta, operazione che decapita, forse una volta per tutte, il cosiddetto clan dei Casalesi, quelli che governano da lungo tempo il territorio della Gomorra resa nota dallo scrittore Saviano. A finire in galera sono stati Antonio Zagaria, fratello del boss Michele già arrestato nel dicembre 2011, e il nipote Filippo Capaldo, mentre ai fratelli Carmine e Pasquale, già detenuti in carcere, sono stati notificati provvedimenti analoghi. Filippo Cataldo peraltro era stato scarcerato proprio un mese fa: con questi arresti si colpisce forse in modo definitivo chi ha retto la criminalità organizzata del casertano. Ilsussidiario.net ha chiesto al giornalista de Il Mattino Gigi Di Fiore se è davvero così: “Sono certamente arresti importanti. Non esiste più adesso un nome di spicco a cui i malavitosi del luogo possono fare riferimento”. Di Fiore spiega però che se l’azione repressiva è stata efficace, nel territorio manca ancora quasi del tutto un impegno sociale, fatto anche di esempi da parte della classe dirigente.

Decapitato il clan dei Casalesi: che importanza hanno questi nuovi arresti?

Dopo questi arresti, nomi di spicco, noti cioè da anni, non ce ne sono più in giro. Negli ultimi mesi, dall’arresto di Michele Zagaria in poi, sono state arrestate a raffica numerose persone latitanti in seguito a condanne nel cosiddetto “processo Spartacus”. Di fatto ora riferimenti di peso dal punto di vista criminale, a cui i giovani e quelli abbindolati da questo fascino perverso della malavita organizzata, possano andare per gestire richieste di estorsione non ce ne sono. Sono dunque arresti importanti. Dire poi che sia finita davvero l’attività criminale, questo dipende da altri fattori.

In che senso?

Come già accaduto ad esempio a Scampia, se vengono effettuate operazioni di polizia giudiziaria ma poi i territori non vengono occupati dal sociale e da altri interventi che prescindono dalla semplice azione di repressione, si verificano le condizioni per cui altre persone si sostituiscono a quelle arrestate.

È però corretto dire che si è colpito in modo definitivo il clan dei Casalesi?

Sì, è corretto. Evidentemente c’era un collegamento tra il clan e questi arresti. Dire invece chi sono quelli che prenderanno il loro posto è prematuro, nomi non ce ne sono.

Che ruolo aveva Antonio Zagaria nel clan?

In tutto l’ambito dei Casalesi il ramo imprenditoriale è sempre stato quello principale. L’attività  era quella di infiltrarsi nei subappalti. Il nome Zagaria era un punto di riferimento: Antonio e gli altri fratelli già in carcere lo usavano per far pesare il loro ruolo di gestori dell’attività criminale, come sempre accade nelle dinamiche di questo tipo. Antonio poi era entrato in gioco in un periodo particolare, intensificando le attività del clan con il riciclaggio e le estorsioni.

Lei ha parlato di mancanza di intervento sul sociale, ci spieghi meglio cosa intende.

Per un certo periodo abbiamo avuto in azione il famoso “modello Caserta”, quando ministro degli Interni era Maroni, che veniva una volta al mese alla prefettura di Caserta a fare il bilancio di questa attività, che era però essenzialmente repressiva. Il che significava una presenza visibile anche di militari sul territorio, intensificazioni delle azioni del commissario per i beni confiscati, ma è mancato il passo successivo. Ci sono ancora evidenti difficoltà ad avviare attività sui beni confiscati, per motivi economici e burocratici. C’è poi tutto un discorso di mentalità e di cultura.

 

Cosa intende con quest’ultima affermazione?

Fino a quando basterà l’influenza anche soltanto di un nome, questo farà effetto sulla gente anche se le persone in questione si trovano in carcere. È invece necessario pensare a provvedimenti positivi, che abbiano effetto nelle amministrazioni. Negli ultimi mesi sono stati arrestati anche amministratori locali. Paradossalmente la proposizione positiva è ancora più difficile della battaglia repressiva.

 

Manca una dimensione per così dire culturale?

Se si intensificano le indagini, se si fanno bene, se si concentra un certo numero di uomini si riescono ad ottenere risultati anche importanti. Ma c’è poi bisogno di una battaglia culturale, che deve essere fatta di esempi di classe dirigente, e da questo punto di vista siamo ancora in una situazione perdente. Stiamo parlando di situazioni di radicamento culturale negativo, quindi anche un problema della classe dirigente che negli anni passati ha dato esempi spesso negativi. Si è fatta terra bruciata intorno a chi si opponeva coraggiosamente cercando di fare discorsi alternativi. In quei territori anche le associazioni di volontariato e religiose, penso ai Padri comboniani, hanno avuto problemi. È un territorio molto particolare e difficile, con una concentrazione di immigrati elevatissima. C’è anche un discorso di integrazione più ampio, di risanamento, e purtroppo ci vorrebbe un massiccio impegno nel sociale, perché l’attività sociale influenza moltissimo le persone.

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