IL CASO/ Meluzzi: il “ragazzo dai pantaloni rosa” ucciso dagli stereotipi e dall’ideologia anti-“omofoba”

Un ragazzo di 15 anni si è impiccato: per qualcuno era vittima dell’omofobia. ALESSANDRO MELUZZI spiega il dramma della ricerca di identità negli adolescenti

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Immagine di archivio

Un ragazzo di 15 anni si è impiccato: le ragioni del suo gesto sono ancora confuse e probabilmente sono destinate a rimanere tali, come sempre in casi analoghi. Secondo quanto riportano i principali media, dietro il gesto disperato ci sarebbero le prese in giro subite a scuola e su facebook per alcuni suoi comportamenti bizzarri, ad esempio indossare pantaloni rosa o dipingersi di rosa le unghie delle mani. E’ già insomma partita la caccia agli omofobi di turno, anche se i suoi compagni di classe e i suoi professori respingono del tutto questa accusa, dicendo che il giovane non mostrava segni di isolamento ma era anzi ottimamente inserito nel contesto scolastico. Resta il fatto che esisteva su facebook una pagina creata appositamente per dileggiarlo, anche se alcuni suoi amici dicono che era stata creata con il suo consenso e la sua partecipazione. Quella pagina adesso è stata cancellata, mentre appaiono a centinaia messaggi intitolati “sono il ragazzo con i pantaloni rosa” in sua solidarietà. Ilsussidiario.net ha chiesto un commento ad Alessandro Meluzzi. “La fobia dell’omofobia è patologica e pericolosa tanto quanto l’omofobia stessa. Interroghiamoci piuttosto sulla solitudine e sulla sofferenza di un ragazzo che evidentemente non aveva trovato ascolto e accoglienza dove avrebbe dovuto trovarle, famiglia e scuola”.

Il suicidio di un ragazzo di soli 15 anni: tutti, come sempre, cercano di spiegarlo nei modi più diversi. La prima cosa da esprimere invece sarebbe una grande attenzione e ascolto nei confronti di un ragazzo certamente sofferente, ma non sofferente soltanto per un eventuale e tutto da dimostrare atteggiamento di incomprensione da parte dei suoi coetanei.

Per quale ragione allora? Sofferente piuttosto perché disperatamente alla ricerca della sua identità in una condizione in cui essere ascoltati in modo adeguato, maturo, è molto difficile. Non basta la risonanza del web, dei social network, non bastano facebook o twitter per rispondere a una domanda così delicata come quella che si pone un adolescente: io chi sono, che caratteristiche ho, che cosa voglio e perché.

E’ la domanda di identità che attraversa in modo drammatico proprio l’adolescenza. E’ una domanda radicale di identità che ha bisogno di accoglienza adeguata familiare e pedagogica. C’è poi, oltre alla compassione per la sofferenza, l’osservazione da fare in merito a una società che non è capace di farsi carico dei problemi dei più deboli.

Inevitabilmente si rischia di farne una lettura ideologica: è già partita la caccia anti omofobia. La crisi di identità è certamente segno di debolezza. Questo ragazzo nascondeva la sua sofferenza con atteggiamenti bizzarri, ma è una cosa che non va vista come folclore ma neanche come bandiera ideologica.

Approfondiamo questo passaggio. Qualunque cosa oggi rimandi a una qualche diversità è qualcosa che invece che essere vista, compresa e aiutata viene usata come vessillo di guerra. Processare chiunque abbia sorriso alla sua mascheratura si traduce in un atteggiamento dogmatico esattamente come l’omofobia. L’omofobia c’è ed è un atteggiamento patologico e sbagliato, ma c’è la fobia dell’omofobia che è un atteggiamento altrettanto patologico e sbagliato.

A scuola i suoi compagni di classe negano che il giovane venisse deriso e isolato per questi suoi atteggiamenti. 

Bisogna anche dire che pensare che luoghi come la scuola debbano essere luoghi totalmente idilliaci è un’altra illusione ideologica. Credo che dal tempo del libro Cuore non sia mai avvenuto. In quel libro c’era chi beffeggiava il piccolo muratore con la mano rattrappita. Oggi ci sembra inconcepibile, oggi vogliamo invece pensare che il mondo dei giovani e della scuola da sempre debba essere un paradiso in terra, ma è solo un ‘altra illusione ideologica.

Essere tutti buoni allo stesso tempo nello stesso luogo è sempre stata una utopia. Le scuole non devono essere sinonimo di violenza o di bullismo, ma pensare allo stesso tempo che vadano affidate alle procure della Repubblica, procure a cui abbiamo già affidato la tutela della morale pubblica o dello Stato, è un errore. Se affidiamo alle procure della Repubblica anche la pedagogia dei bambini non solo non risolviamo alcun problema ma ne creiamo uno ancora più grande.

Infine c’è il mondo dei social network. Staccarsi da essi e tornare alla realtà provoca spesso dei traumi. I social network non sono né un rimedio ma neanche una malattia, ma il sintomo di una solitudine in cui nella carenza di rapporti interpersonali veri si va a ricercare una consistenza impossibile e spesso illusoria. 

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