ILVA TARANTO/ Caforio (Viv@voce): ecco perchè il “gigante” può chiudere

- int. Giovanni Caforio

Al termine di una giornata contraddistinta da un nuova bufera giudiziaria, sembra che lo stabilimento Ilva di Taranto si stia avviando verso la chiusura. Ne parliamo con GIOVANNI CAFORIO 

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Taranto. Lo stabilimento Ilva di Taranto si avvia verso la chiusura definitiva. Al termine di una giornata contraddistinta da un nuova bufera giudiziaria, tra arresti e sequestri, l’azienda ha fatto sapere che “ottempererà” a quanto stabilito dalla Procura, ma che questo “comporterà in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonché la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”. L’Ilva, quindi, comincia col disattivare il badge agli oltre 5000 lavoratori impegnati nell’area a freddo, la prima a chiudere i battenti, che già dal prossimo turno saranno mandati a casa. La Fiom invita “i lavoratori che devono finire il turno a rimanere al loro posto e a quelli che montano domani mattina di presentarsi regolarmente”, mentre insieme alle altre sigle sindacali è già stata annunciata la mobilitazione: “Fim, Fiom, Uilm nazionali ritengono che se non arriverà una convocazione presso la Presidenza del Consiglio nelle prossime ore, decideranno di proclamare uno sciopero nazionale di tutto il Gruppo per giovedì 29 novembre con manifestazione sotto Palazzo Chigi, a Roma”. IlSussidiario.net ha chiesto un commento a Giovanni Caforio, direttore di “Viv@voce”, periodico di informazione jonico salentino.

Direttore, cosa pensa delle misure disposte dal gip contro i vertici del’Ilva?

Bisogna dare atto alla procura di Taranto dell’enorme coraggio dimostrato nell’affrontare un “gigante dai piedi d’argilla” come l’Ilva. Non dimentichiamo che già nel giugno scorso gli impianti in questione sono stati soggetto a sequestro, ma, nonostante questo, il ciclo produttivo è continuato senza problemi. Credo sia stato proprio questo braccio di ferro con la Procura tarantina e il comportamento del colosso siderurgico a scatenare una reazione così decisa.

Sette arresti, un indagato e il sequestro della produzione…

Credo che tali misure siano la naturale conseguenza di quanto è accaduto. Forse non è ancora ben chiara la gravità dell’accusa che è stata mossa: il reato di disastro ambientale, a mio giudizio, è uno dei più gravi che esistano. Parliamo della devastazione di un intero territorio, di tutto l’ambiente che ne fa parte e, una volta capito come tutto è iniziato, molto meno chiaro sarà come andrà a finire e le ripercussioni che tutto ciò potrà avere nel tempo.

Cosa ne sarà però di questi 5mila lavoratori, i primi a essere mandati a casa?

E’ una situazione certamente difficile, ma non si può osservare l’intera vicenda solamente dal punto di vista occupazionale. Non parliamo solo di lavoro o di denaro, ma della vita stessa di tutti coloro che questo luogo lo abitano. Il tema dell’occupazione non può reggere nel momento in cui viene tirato in ballo il codice penale.

Per esempio?

Vorrei ricordare che nella requisitoria del pm Todisco veniva chiaramente detto che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Di fronte a reati di tale gravità la Procura non può di certo sottrarsi, inseguendo dunque i colpevoli con tutte le conseguenze che purtroppo ne derivano.

Cosa perderebbe la città con un’eventuale chiusura definitiva dell’Ilva?

Dobbiamo convincerci una volta per tutte che Taranto non è soltanto l’Ilva. Oltre a questa realtà, per quanto grande può essere, la città può vantare ben altro, dal turismo fino alle risorse del territorio.

Crede quindi che l’Ilva debba chiudere una volta per tutte?

Credo di sì, anche se ovviamente rimane il problema occupazionale. Ma è proprio qui che devono realmente e concretamente scendere in campo la politica e i sindacati e affrontare apertamente la questione. Troppo spesso in passato si è fatto finta di non vedere cosa stava accadendo.

Cosa crede debba insegnarci tutta questa vicenda?

Soprattutto che è necessario riuscire a coniugare al meglio industria e ambiente, cosa che a Taranto non è assolutamente avvenuta. Questo inoltre non riguarda solo questa città, ma anche la provincia e anche oltre: credo che non fosse davvero più possibile andare avanti in questo modo.  

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