METE D’INVERNO/ Quella “pigrizia” tutta italiana che si ritrova nei negozi di Francoforte

- Paolo Massobrio

PAOLO MASSOBRIO ci racconta di un recente viaggio a Francoforte, fatto con l’obiettivo di vedere l’Italia tra gli scaffali dei negozi di una città europea. Quale sarà il giudizio finale?

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Il chiosco di carne a Francoforte

Sentirsi in Europa a Francoforte. Ho provato questa piacevole sensazione nel viaggio che ho vissuto lo scorso weekend per vedere l’Italia tra gli scaffali dei negozi di una città europea. La prima sensazione che siamo Europei ce l’ha offerta l’abbigliamento della gente di Francoforte: abbastanza simile a quello di un milanese. L’unica differenza con Milano è vedere le biciclette posteggiate senza lucchetto, davanti alle case. Nessuno le tocca. Qui fanno la raccolta differenziata anche del colore del vetro, per capirci, e le code davanti al banchetto dei würstel sono ordinatissime. Siamo stati al mercato all’aperto, venerdì mattina, e subito salta all’occhio il chiosco che vende würstel accanto a quello che li cucina. Due cose diverse, senza alcuna promiscuità. E m’è venuto subito in mente quell’agriturismo-trattoria-pizzeria che avevo visto nel Lazio tempo fa, a proposito di chiarezza. I ristoranti italiani a Francoforte si contano a centinaia e pare vadano per la maggiore. Entro in uno di questi, che ha sulla porta il simbolo della guida Michelin, ed il patron veneto si lamenta: “Qui i ristoranti italiani dovrebbero fare la cucina regionale, non le stesse cose di un altro. Io ad esempio faccio i piatti veneti!”. “Giusto!” – dico io con tanto di paccata sulla spalla. Poi guardo il menu e a parte il fegato alla veneziana leggo ‘lasagne alla bolognese’. È “l’Italia bellezza”, tutto proclami e incoerenza, quasi come le dichiarazioni dei politici, artisti nella smentita di sé stessi in una medesima giornata (e non dite che Silvio non ci rappresenta).

Marco e Nadia, i nostri Virgilio in terra tedesca ci portano da Cimino, un pizzaiolo che è sempre pieno di gente. Il locale è spartano: trespoli e sedie, bottiglioni di Barbera e Montepulciano. Ma il  forno a legna cuoce una pizza generosa e ben fatta e una serie di primi piatti belli a vedersi. Chiedo al pizzaiolo, che tifa per il Milan, da dove viene e lui mi risponde: “Io non sono italiano, sono marocchino!”. Però ad aiutarlo c’è un tizio di Corigliano Calabro che davanti alla macchina fotografica fa girare la pizza. E questa cos’è se non integrazione? E poi che volete, anche la miglior cassoeula di Milano la fa un orientale, sotto la regia del Monsignore, all’Altra Isola. E a proposito di cassoeula, chissà come ne andrebbero matti i tedeschi… e invece si devono accontentare delle lasagne alla Bolognese. Sapete qual è il problema degli italiani? Sono pigri, tutto lì, sennò avrebbero conquistato il mondo con la cucina regionale. Tornando alla promiscuità, m’ha colpito vedere che a Francoforte i negozi di fiori hanno un reparto enoteca. Idea geniale: compro i fiori per lei e il vino per lui (che poi beve lei). In Italia, invece, il vino non c’è neanche in pasticceria… e siamo alla solita atavica pigrizia di chi ha troppo (e già mettersi a pensare è un lavoro).

Chiedo a Nadia di portarmi in una boutique del gusto, e andiamo da Meyer, in pieno centro. Ottima qualità su ogni fronte, prosciutti emiliani (di Villani), affettati già porzionati in bella vista a un etto la volta e poi una teoria di panini che solo a vederli ti dicono “mangiami!”. Poco più avanti c’è un altro negozio che vende i prodotti col marchio Peck (ma l’è de Milan!). In un’altra boutique, raccolta e carina, trovo il Vino Nobile di Montepulciano de La Talosa, il migliore dei miei assaggi di quest’anno (mi avranno letto?) che sbarcherà anche a Golosaria. Nel Mercatale (il nostro mercato rionale permanente, per capirci) invece noto che il pesce ha uno spazio effimero, mentre vanno molto le carni e c’è addirittura un chiosco che vende solo panettoni (e a Natale mancano quasi un paio di mesi). Il più dinamico venditore, qui è un italiano, che propone dolci e cioccolati e li fa assaggiare (questo no, non è pigro). Poi vado nel grande magazzino del centro, alter ego della nostra Rinascente, disseminato su sette piani, e quando scendo nel reparto gastronomia, la sensazione è che piova sul bagnato: etichette conosciute e senza sorprese, prezzi onesti, ma come sempre la supremazia de la France. E qui riemerge la pigrizia di chi non ha ancora capito che Francoforte come Barcellona (stessa sensazione nel grande magazzino del centro spagnolo) sono di casa. Vogliamo abitarla una volta per tutte questa Europa?

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