CARCERI/ Violante: politici ipocriti che parlano di diritti e poi “ammazzano” i detenuti

- int. Luciano Violante

I fondi destinati alla Legge Smuraglia, che prevede benefici fiscali e contributivi per le imprese che assumono detenuti, sono stati ridotti all’osso. Il commento di LUCIANO VIOLANTE

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Nonostante la caotica giornata vissuta di recente in Parlamento, il governo ha incassato la fiducia della Camera sulla legge di Stabilità (con 373 sì, 67 no e 15 astenuti). Le poche notizie negative che giungono dall’Aula si abbattono come una pioggia gelida, per l’ennesima volta, sui 206 istituti penitenziari italiani: i fondi destinati alla Legge Smuraglia, infatti, che prevede benefici fiscali e contributivi per le imprese che assumono detenuti o svolgono attività formative nei loro confronti, sono stati di fatto ridotti all’osso, nonostante tale norma sia stata da più parti e in più occasioni definita come lo strumento migliore per abbattere la recidiva. Anche Luciano Violante, già presidente della Camera e già professore di Istituzioni di diritto e procedura penale presso l’Università di Camerino, contattato da IlSussidiario.net, si dice “indignato” per il mancato rifinanziamento.

Ci spieghi la sua delusione.

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Generalmente non uso queste espressioni, ma di fronte a quanto accaduto difficilmente ne possono esistere altre. Abbiamo assistito a una fiera dell’ipocrisia: pur non essendo quasi mai d’accordo con Pannella, sul tema del carcere la penso allo stesso modo. Che senso ha dire di essere d’accordo con Pannella sulla denuncia per lo stato delle carceri, cosa che hanno fatto quasi tutti i parlamentari più autorevoli, per poi togliere subito gran parte del finanziamento al fondi che permette un lavoro vero e produttivo in carcere? Certo, queste risorse potrebbero essere state investite in altre misure altrettanto importanti, ma ancora una volta si è preferito aggredire l’anello più debole, coloro che non possono difendersi e farsi sentire.

Cosa può dirci dei contenuti della Legge Smuraglia?

Al contrario dell’amnistia, una misura emergenziale che a mio giudizio non risolve affatto i problemi e alla quale mi sono infatti detto sempre contrario, in questo caso ci troviamo di fronte a una misura strutturale.

Come mai?

Perché offrire la possibilità di lavoro a un detenuto ha un valore permanente, duraturo nel tempo, che permette a colui che ha sbagliato di “trasformarsi” in un lavoratore e di tornare a considerarsi persona, soggetto, cittadino a ricostruire relazioni corrette con la società. Solo così il carcere acquista un senso.

Facendo abbassare notevolmente anche la recidiva.

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Le percentuali di recidiva per chi ha lavorato in carcere sono bassissime; è la prova evidente di quanto sia giusto, efficace e produttivo il lavoro in carcere. Incredibilmente, invece, questa misura strutturale è stata quasi completamente svuotata. Dopo le parole di solidarietà a Pannella mi sembra una grande e nociva ipocrisia. E mi chiedo: dove sono fini i quasi mille parlamentari che applaudivano Giovanni Paolo II quando parlava della inciviltà del carcere?

Come possiamo spiegare quanto accaduto?

In Parlamento molti considerano non importante il tema del carcere; altri sostengono un principio di discriminazione nei confronti dei detenuti.

Per esempio?

Il senatore Bricolo, capogruppo della Lega, ha esaltato ieri sera il fallimento del progetto di legge sulle misure alternative al carcere presentandolo come una vittoria del suo partito. Assistiamo a continue esagerazioni garantistiche per i più protetti, basti pensare al falso in bilancio, e ad altre repressive nei confronti dei più deboli, come gli immigrati e i detenuti. Pur rispettando queste posizioni, che non condivido ma che corrispondono anche al sentire di una parte del Paese, appare evidente che la maggioranza non è favorevole a misure civili e di speranza nei confronti dei detenuti.  

Come giudica invece l’affossamento del ddl svuota carcere?

Il nome che la stampa ha usato per definire il provvedimento non corrisponde al contenuto. Non si svuotavano le carceri, ma si stabiliva in alcuni casi un incremento delle misure alternative che hanno dato buona prova negli anni passati. Sarebbe stato senza dubbio uno strumento positivo, basato sul principio che il carcere, la massima delle pene, venga lasciato come ultima ratio. Torno alla legge Smuraglia. Solo nei casi in cui vi è possibilità di lavoro e di un rapporto costruttivo con l’esterno, il sistema penitenziario può ricostruire i rapporti tra chi ha sbagliato e la società. Nella gran parte dei casi, invece, il carcere allarga la distanza. E’ però necessario sottolineare l’evidente difficoltà che può esistere nel deliberare in nodo favorevole ai detenuti alla vigilia della campagna elettorale. Sui temi della sicurezza e della pena non c’è ancora stata una grande campagna di orientamento civile; questa mancanza lascia grandi spazi alla demagogia.

 

(Claudio Perlini)

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