MASSIMO CAMISASCA/ Cronaca di una festa di popolo e di tutta la Chiesa

- La Redazione

Ieri Mons. Massimo Camisasca, vescovo designato di Reggio Emilia – Guastalla, ha ricevuto l’ordinazione episcopale per l’imposizione delle mani del Card. Carlo Caffarra. FRANCESCO MONTINI

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Massimo Camisasca

«Ao’, che succede?» chiede un passante, romano doc, a un addetto del servizio d’ordine. «C’è l’ordinazione a vescovo di don Massimo Camisasca». «Visto il casino me pare uno importante…». Nel piazzale della Basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma, sono da poco passate le 15 e centinaia di persone si apprestano ad entrare in chiesa. I primi sono arrivati all’una. Tra di loro religiosi e suore di vari ordini; preti italiani e stranieri, monsignori e vescovi con le inconfondibili paonazze, ma anche famiglie con bambini al seguito, giovani universitari mescolati a coppie di anziani. Perché quella di ieri, 7 dicembre, sant’Ambrogio e vigilia dell’Immacolata, era una  festa non solo della Fraternità San Carlo – la comunità di sacerdoti missionari di cui Camisasca è stato fondatore e superiore generale per 27 anni -, ma di tutta la Chiesa.

Dall’altare il nuovo vescovo di Reggio Emilia – Guastalla aveva davanti agli occhi il “suo popolo”. C’era il movimento di Comunione e Liberazione, rappresentato da vecchie e nuove generazioni. C’erano pure i frutti della sua opera di padre ed educatore: i suoi preti e i suoi seminaristi. Molti i cardinali e i vescovi, legati a lui da amicizia. E poi il futuro: oltre duecento reggiani sono calati nella capitale con pullman organizzati dall’Azione Cattolica, in testa il sindaco della città del tricolore Delrio e il vescovo emerito, Mons. Caprioli, che ha partecipato alla consacrazione del suo successore. Hanno voluto far sentire il loro affetto al nuovo pastore.

Forse tutta la cerimonia – ma anche tutto il periodo trascorso dalla nomina, avvenuta a fine settembre, fino ad oggi – si può riassumere in due parole semplici ma efficaci: amore e obbedienza. «Tanti fili sottili, invisibili mi hanno sorretto, mi hanno accompagnato – raccontava in mattinata in un breve colloquio con Ilsussidiario.net Mons. Camisasca – ad aprire le braccia a Dio, a rinnovare a Lui l’eterna obbedienza, a non piegarmi nei momenti di difficoltà o sgomento». L’amore testimoniato dalle centinaia di lettere e messaggi augurali, dalle incessanti preghiere, dagli attestati di stima. Un omaggio all’instancabile missione che Mons. Camisasca ha svolto tra la gente.

Il suo sì a Dio è diventato il sì di moltissimi uomini e donne che hanno scoperto e conosciuto, attraverso di lui, il loro Creatore. Un amore ben riassunto nelle parole del Cardinal Carlo Caffarra, che ha presieduto la cerimonia. Più volte l’arcivescovo di Bologna si è rivolto al vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, chiamandolo “venerato fratello”, “caro amico”, ma anche “don Massimo”, rompendo i protocolli e adottando il modo con cui viene chiamato da chi ha confidenza. «A Roma – ha risposto Camisasca a fine messa – è nata la Fraternità San Carlo, l’opera a cui ho dedicato tante energie e che mi ha ripagato con consolazioni immense. Ricordo uno per uno i miei fratelli, preti e seminaristi. Neppure una briciola di ciò che ho vissuto con voi andrà perduta. Vi porto nel cuore per l’eternità».

Parole che vanno dritte al cuore e tra le navate si respira tanta commozione, gioia e ringraziamento. Ma Caffarra ha sottolineato anche come il ministero in terra emiliana e l’intero servizio alla Chiesa dovrà essere mosso «dalla forza insita nell’obbedienza della fede di Maria, la fede dei semplici che è quella che sconfigge la mentalità del mondo. Dio – continua il cardinale – si rivela come Padre e la storia umana è la realizzazione del progetto di Dio». Dio non costruisce per poi distruggere, ma continua sempre nell’opera di costruzione del suo Regno: è quanto ha imparato concretamente Mons. Camisasca, dovendo lasciare la cosa più cara e più grande che aveva nella sua vita: la Fraternità san Carlo. Non c’è vero amore senza sacrificio, non c’è amore senza obbedienza, ha ripetuto in più occasioni.

Calano le luci della sera, e, mentre inizia a piovere, nelle stanze del vicariato e del seminario romano esplode la festa. La festa di un popolo. Resta ancora qualche lacrima. Ma è solo di gioia, a cui partecipa anche il passante romano stupito.

 

(Francesco Montini)

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