SENTENZA ETERNIT/ Un secco no a un’Italia “made in China”

- int. Paolo Preti

Per PAOLO PRETI, affermare che la sentenza Eternit bloccherà gli investimenti delle multinazionali straniere in Italia, significa pensare a un modello di sviluppo che si ispira alla Cina

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Smaltimento di amianto a Casale Monferrato

«Affermare che la sentenza Eternit bloccherà gli investimenti delle multinazionali straniere in Italia, significa avere in mente un modello di sviluppo che si ispira alla Cina. Un Paese cioè il cui Pil sta superando quello degli Usa, ma dove la ricchezza pro capite è più bassa di quella dell’Albania e che per arrivare a certi risultati economici costringe milioni di concittadini in condizioni di vita quasi disumane». Lo sottolinea Paolo Preti, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi, nel corso di un’intervista a Ilsussidiario.net. Dopo la sentenza che ha condannato a 16 anni di carcere gli ex proprietari di Eternit, Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, Astolfo Di Amato, legale di Schmidheiny, ha dichiarato: “Un ampliamento delle responsabilità di questo tipo è certamente un problema per gli investimenti che dovessero avvenire per la multinazionale in Italia”. Per Preti, però, «gli investimenti non si attraggono rinunciando a diritti non negoziabili come la vita, ma riducendo la burocrazia, i permessi e le regole incerte».

Preti, ritiene davvero che la sentenza sul caso Eternit bloccherà gli investimenti delle multinazionali in Italia?

Innanzitutto, quelli sanciti dalla sentenza Eternit sono valori non negoziabili. Meglio quindi un’azienda in meno che venga in Italia solo perché da noi è più facile delinquere, piuttosto che avere nei prossimi anni situazioni come quella che si è verificata a Casale Monferrato o in precedenza a Torino per la Thyssen. Il valore della persona che lavora in un’azienda, o che vive nelle sue immediate vicinanze, come nel caso dei cittadini di Casale, è molto più importante dell’occupazione che può essere garantita a questa stessa persona. Il problema reale dell’Italia non è quindi la tutela dei diritti, bensì la velocità e la certezza della giustizia. La sentenza Eternit arriva infatti dopo troppi anni, e dobbiamo ancora vedere se queste condanne saranno effettivamente eseguite. Sono due temi che vanno affrontati in parallelo. Da un lato non si può negoziare un posto di lavoro o l’arrivo di aziende straniere retrocedendo i diritti acquisiti dei lavoratori e delle cittadinanze. Dall’altra però occorre garantire a chi viene a investire in Italia velocità del giudizio e certezza della pena.

Fino a che punto la legalità e il rispetto di lavoratori e ambiente sono qualcosa in grado di scoraggiare gli investimenti di una multinazionale?

Fino a quando qualcun altro si pone a un livello più basso di legalità. Non a caso Cina, Vietnam e India sono Paesi il cui Pil continua a crescere a una o a due cifre. O leggiamo del Pil cinese in via di superamento su quello americano, mentre l’India e il Brasile surclassano i Paesi europei tra i primi dieci produttori al mondo. A fianco di queste informazioni, ne vanno messe alcune di altra natura. Se per arrivare a questi risultati si costringono milioni di concittadini in condizioni di vita quasi disumane, come fa la Cina, operando in un’assenza di diritti sindacali e legali, questi sono i due lati della stessa medaglia. L’aspetto positivo del modello di sviluppo occidentale, che nel corso degli ultimi 100 anni hanno saputo realizzare Europa e Nord America, è stato il fatto di avere anche difeso i giusti diritti sanciti dalle leggi. Una multinazionale che ragiona solo in termini di ritorno sul valore investito, finché troverà altri paesi molto più lassisti nel fare rispettare le leggi, o addirittura nella stessa legislazione, andrà a operare in questi ultimi. I valori sono scelte che si pagano, ma le conquiste economiche devono essere equilibrate in termini di costi sociali.

 

Eppure la Cina sta superando il Pil degli Usa…

 

Affermare che la Cina supera gli Usa in termini di Pil è un dato rilevate solo fino a un certo punto, perché ha molto più valore il reddito pro capite, e quest’ultimo in Cina è al di sotto della stessa Albania. Questo rivela che la Cina, pur di giungere a risultati eclatanti dal punto di vista economico, mette assolutamente in secondo piano i diritti della persona umana.

 

Ma a bloccare gli investimenti stranieri in Italia è davvero la sentenza Eternit, o non piuttosto permessi, burocrazia e regole incerte che ostacolano le imprese?

È chiaro che è anche la burocrazia. Thyssen ed Eternit sono due casi negli ultimi 40 anni, mentre quotidianamente la difficoltà di fare azienda soprattutto per gli imprenditori italiani è data da costi di burocrazia e inefficienza pubblica. In Italia, tutto ciò che si trova fuori dai cancelli delle aziende, non solo non agevola le attività delle imprese ma spesso è un grande ostacolo da superare. È chiaro quindi che non dobbiamo nasconderci dietro a Eternit, ma risolvere gli altri problemi che sono poi quelli che realmente allontanano le aziende dall’investire in Italia. Un recente rapporto della Commissione Ue punta il dito contro la segmentazione del mercato del lavoro e un sistema squilibrato di sostegno alla disoccupazione nel nostro Paese.

 

Quanto incidono questi fattori nell’allontanare gli investimenti stranieri?

 

Tutto ciò che in ambito pubblico dovrebbe o potrebbe aiutare l’attività di un’azienda, in Italia al contrario quasi sempre manca o ostacola la sua attività. Può essere il mercato del lavoro, la burocrazia, le infrastrutture dei trasporti e della logistica, un mercato del know-how che spesso non è all’altezza. Mentre in altri Paesi tutto questo è pensato per agevolare l’attività delle imprese, in Italia o manca o se c’è rappresenta un ostacolo, finendo per porre soltanto una serie di impedimenti. E il fatto più grave è che ciò avviene non nell’interesse di qualcuno, come nel caso di Eternit, ma come intoppo burocratico fine a se stesso. Ben venga quindi che alcuni di queste barriere siano rimosse. Non ce n’è però una che ostacoli più delle altre: può essere infatti utile abolire l’articolo 18, ma resteranno altri mille passi ancora da compiere.

 

(Pietro Vernizzi)

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