PROTAGONISTI/ Dulbecco, quel Nobel che non ha mai smesso di esplorare il “senso” della vita

- Mario Gargantini

Il ritratto dello scienziato italiano capace di vincere il premio Nobel, ma che non ha mai rinunciato a scoprire e a stupirsi della realtà. MARIO GARGANTINI ci parla di Renato Dulbecco

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Renato Dulbecco (Foto: Infophoto)

Forse molti italiani di Renato Dulbecco – spentosi ieri all’età di 98 anni – ricorderanno più facilmente la presenza al Festival di Sanremo nel 1999, come conduttore accanto a Fabio Fazio e Laetitia Casta. E certamente non potranno dimenticare il suo sorriso, tra l’ingenuo e lo stupito, proprio di chi è interessato e desideroso di fare continue scoperte. Che questo fosse da sempre il suo obiettivo, lo ha dichiarato lui stesso, ricordando quando da giovane passava diverse ore su una torre in riva al mare a Porto Maurizio (dove viveva) a “lustrarsi gli occhi” alla vista del “vasto orizzonte dove il mare tocca il cielo e il finito diventa infinito”; confessando di essere sempre stato “affascinato dall’idea della esplorazione e delle scoperte”. Quel sorriso era lo stesso che l’ha accompagnato dai suoi primi passi di scienziato a Torino, poi negli Usa e che negli anni ’90 molti di noi hanno visto in Italia in diversi convegni, conferenze e seminari.

Avrebbe voluto fare l’ingegnere; la sua vita di studente liceale è stata infatti densa di iniziative tecnologiche: dalla costruzione di una radio a quella di un sismografo per l’osservatorio meteorologico che frequentava. Però decise per la medicina e, dopo la laurea, optò per la ricerca rinunciando alla carriera di chirurgo: “Mi attraeva la navigazione intellettuale in cerca di principi sconosciuti del mondo del pensiero. Capivo che per scoprire il nuovo bisogna affrontare i pericoli e che bisogna essere sorretti dalla certezza di riuscire, come lo erano i navigatori dell’antichità”.

Si è occupato comunque di “progetti”; ma non di quelli elaborati con i metodi dell’ingegneria: piuttosto di quelli da decifrare, che si trovano già codificati nelle cellule dei viventi e che lui ha spesso riassunto nell’espressione “il grande progetto della vita”. La vita infatti, diceva, “è l’attuazione di istruzioni codificate nei geni”. Ma aggiungeva subito: “questo è solo l’inizio della risposta”, consapevole che l’interrogativo su cosa sia la vita va lasciato sempre aperto: “il libro della vita è immenso e nessuno riesce a leggerlo tutto”.

A leggerne una buona parte però ci ha provato e ha coinvolto nell’impresa tutta la comunità scientifica. Il Progetto Genoma, cioè l’avventura di sequenziare l’intero patrimonio genetico umano, ha preso il via proprio da un suo intervento: è stato un suo articolo alla rivista Science nel 1986, a dare il là a un dibattito sfociato poi nell’organizzazione del grande programma di ricerca conclusosi con successo nel 2003. Dulbecco era convinto che per combattere adeguatamente il cancro – battaglia nella quale era implicato e per la quale aveva fatto le principali scoperte che gli hanno meritato il Nobel nel 1975 – fosse necessario identificare l’esatta sequenza dei tre miliardi di coppie di basi azotate che compongono la molecola del DNA e farne una mappatura, cioè determinare la posizione occupata da ciascun gene rispetto agli altri.

C’è da dire peraltro, che non si è mai arrogato un ruolo di assoluta paternità nel progetto; era consapevole che i tempi erano maturi, sia culturalmente che tecnologicamente, per avviare un’azione in tal senso e il suo intervento “era servito da catalizzatore di un processo che era già nell’aria, inevitabile”.

Come pure era consapevole che il genoma, pur così importante, non è tutto. In anticipo su un dibattito che oggi è in primo piano, ha speso molte energie per mettere in risalto l’importanza dei fattori ambientali e la necessità di comprendere meglio le influenze reciproche tra geni e ambiente. “La risposta alla domanda «Che cosa siamo?» è quindi assai complessa. In generale possiamo dire che siamo il risultato sia dell’azione dei nostri geni sia dell’influenza dell’ambiente, con prevalenza dell’uno o dell’altro elemento a seconda delle circostanze”.

Infine una nota di carattere educativo. Dulbecco ha lavorato prevalentemente all’estero, ma la sua formazione di base l’ha avuta in Italia. E non è un caso che dal laboratorio torinese di Giuseppe Levi siano derivati ben tre premi Nobel: Salvador Luria, Rita Levi Montalcini e lui; e che attorno a loro si sia formato un grappoli di altri premi Nobel, per un totale di undici. A conferma dell’importanza dei maestri e delle “scuole” per la formazione dei ricercatori: “senza grandi scuole – diceva Dulbecco – raramente si formano grandi scienziati”.

Scienziati come lui; uomini come lui, che ha attraversato quasi un secolo con lo sguardo puntato, magari attraverso le lenti di un microscopio, sul fenomeno della vita; rispettandola e riconoscendone un’origine “ancora avvolta nel mistero”.  

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