LA STORIA/ Quel brut rosé più forte di ogni ideologia…

- Paolo Massobrio

La storia di un imprenditore che ha iniziato a produrre uno spettacolare brut rosé mosso dal proprio desiderio è spunto a PAOLO MASSOBRIO per una riflessione sulla crisi e le ideologie

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La cena allietata dal Brut rosè

L’altra sera, a Cavenago di Brianza, nella cucina di Enrico Bartolini, ho visto qualcosa che ha il sapore dell’Italia che ricomincia e non sarà più come prima. Pasquale Forte è un imprenditore di successo, nato dal nulla, e oggi numero uno nel campo dell’elettronica. L’invito a cena era per presentare un suo nuovo vino, uno spettacolare brut rosé metodo classico, frutto di uve pinot nero coltivate in Val d’Orcia.
Il Podere Forte è a Castiglione d’Orcia (Si) e lì Pasquale, in 15 anni, ha creato un’oasi naturale e anche grandi vini. Cosa ha mosso un imprenditore di successo, di origini calabresi, a fare tutto questo? L’unica cosa che muove il mondo: il desiderio, il sogno della giovinezza, che è stato premiato quel giorno in cui Pasquale ha fatto vedere a suo padre i terreni appena acquistati e lui gli ha detto: “Caro figlio ti ringrazio, perché hai riportato la nostra famiglia alla terra”. Quella sera a cena, Pasquale ha voluto con sé anche il consulente enologo Donato Lanati e un giovane produttore di vino, Roberto Conterno (suo il mitico Barolo “Monfortino”) perché ha con lui un sentire comune. E questa è stata la novità: persone che si riuniscono, che dialogano e così facendo scrivono inconsapevolmente la storia. Mi ha dato insomma l’idea che pensasse ai rapporti come a una risorsa, come un mare aperto in cui tuffarsi, senza quei paletti assurdi che ogni tanto si incontrano nella storia e che vanno sotto il nome di ideologie.
Già, le ideologie: sono fallite tutte, dentro la loro stupidità, che ha creato solo dei muri di incomunicabilità tra le persone e dentro a un paese, che invece ha nel suo DNA le risorse per vivere e per ripartire. Leggo sui giornali, da diversi giorni, che il premio Nobel Dario Fo, avrebbe impedito a un ragazzo, durante un suo spettacolo, di annunciare un invito per raccogliere dei fondi da destinare all’“Associazione Banco Nonsolopane”.
Il motivo? Che era di CL. Ora, al di là della violenza di un atteggiamento supponente, il dispiacere è soprattutto per lui, per Dario Fo, che in nome di una ideologia decide chi è buono e chi è cattivo e così facendo obnubila (e senza neanche avere bevuto) la possibilità di conoscere, mortificando chi dona il proprio tempo per rispondere ai altrui. E poi la mattina va a lavorare come fanno tutti.

Ma gli artisti, i cantanti, come per esempio Celentano, non pensano che possa bastare la loro stessa arte per affermare un valore? Che c’entra l’ideologia, che magari mortifica un fan che non la pensa allo stesso modo? La verità è che questo tipo di mondo, abituato a dividere, è finito: appartiene al passato, come le cose vecchie che hanno stufato, come un tavolo in fòrmica. Al contrario, oggi c’è l’esigenza di parlarsi per rimettersi in gioco, come ha fatto Pasquale Forte con Roberto Conterno o come farà fra pochi giorni con il cuoco Enrico Bartolini, attivando un borgo medievale con un’osteria e un negozio. Questo è ciò che vogliamo, questo dà gusto alla stessa politica, che – volente o  nolente – dovrà rimettersi in discussione. Perché non sia più l’ideologia cieca (degradata nell’interesse personale in taluni casi) a dettare il cammino, ma una certa idea di progresso.



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