CORTE DELL’AIA/ Il giudice: sui crimini nazisti non perde l’Italia, ma la nostra Cassazione

- int. Tullio Treves

La Corte di giustizia dell’Aja accoglie il ricorso della Germania contro l’Italia sul risarcimento alle vittime dei crimini nazisti. Cosa pensare? Parla TULLIO TREVES, giudice internazionale

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Soldati tedeschi sul fronte di Stalingrado (immagine d'archivio)

La notizia si è diffusa ieri, nel pomeriggio: la Corte internazionale di giustizia dell’Aja, il massimo tribunale delle Nazioni Unite, ha accolto il ricorso della Germania contro l’Italia sul risarcimento alle vittime dei crimini nazisti durante la seconda guerra mondiale. Nel 2008 la nostra Corte di cassazione aveva condannato lo Stato tedesco a risarcire le vittime di alcune stragi naziste perpetrate nel nostro paese durante l’ultimo conflitto. In realtà, le cause per risarcimento a vittime di guerra erano arrivate dopo che, nel 2004, la Cassazione aveva stabilito che la Germania non era immune da un’azione civile per danni fatta da persone italiane internate in Germania e sottoposte a regime di lavori forzati durante la guerra. Dopo quella decisione della nostra Cassazione nuovi casi, relativi anche a compensi per stragi naziste, vennero portati davanti a Corti italiane e greche, nei quali si stabiliva che la Germania non era immune e che quindi doveva risarcire le vittime. Ma ieri la Corte dell’Aja non è stata di questo avviso. IlSussidiario.net ne ha parlato con Tullio Treves, giudice internazionale e docente di diritto internazionale nell’Università statale di Milano.

Professore, secondo la Germania, l’Italia non ha rispettato l’immunità di giurisdizione riconosciuta dal diritto internazionale, permettendo che azioni civili siano intentate contro di essa da parte di un tribunale civile italiano. La Corte internazionale di giustizia le ha dato ragione. Di quale immunità stiamo parlando?

Normalmente gli Stati, quando si comportano iure imperii cioè nell’esercizio delle loro potestà sovrane, sono immuni dalla giurisdizione civile penale amministrativa degli altri Stati. Insomma, gli Stati sono esenti dalla giurisdizione, ossia dall’essere giudicati dal giudice di un altro Stato, e anche dall’esecuzione. È una regola generale del diritto internazionale consuetudinario.

Ma allora che cos’è accaduto?

I giudici italiani, a cominciare dal famoso caso Ferrini nel 2004 – uno dei casi preliminari che lei ha citato – hanno invece considerato che la Germania non era immune. Nel diritto internazionale che un atto o un’azione provenga da un giudice italiano o dal Governo non fa differenza: si tratta comunque di atti imputabili allo Stato italiano. Se un giudice italiano di ultima istanza come la Cassazione prende una decisione contro l’immunità della Germania, tale atto crea una responsabilità internazionale dell’Italia nei confronti della Germania. Nella ricostruzione oggi data dalla Corte internazionale di giustizia, le sentenze della Cassazione, quindi, sono state considerate atti dell’Italia in violazione del diritto internazionale.

Cosa possiamo dire delle prime sentenze italiane che hanno sollevato il problema dell’immunità, dando luogo alla successiva controversia tra i due Paesi?

Non che ignorassero l’esistenza della norma sull’immunità; dicevano che la norma sull’immunità non si applica quando si tratti di comportamenti di estrema gravità, come quelli costituiti da crimini di guerra o violazioni di nome di ius cogens o diritto imperativo internazionale. Ci sarebbe stata concorrenza tra due norme internazionali: una norma consuetudinaria che è quella dell’immunità, e una norma consuetudinaria «rinforzata» che sarebbe quella di ius cogens, che vieta comportamenti crudeli come i crimini di guerra. Secondo la Cassazione, dovendo mettere sul «piatto» queste due norme, sull’immunità sarebbe dovuta prevalere la norma di ius cogens.

La Germania, invece, cos’ha sostenuto?

Che non c’è nessuna eccezione alla norma sull’immunità, che lo Stato tedesco quindi era immune e che di conseguenza l’Italia, attraverso le sue sentenze, ha violato il diritto internazionale. Una tesi molto semplice, quella della Germania. Che la Corte ha fatto propria.

Secondo lei l’Italia dove ha sbagliato?

Nella sua difesa, tecnicamente, non ha sbagliato nulla. La Germania ci ha citati sulla base di una convenzione che consente l’accesso unilaterale alla Corte di giustizia dell’Aja; se anche non l’avessimo voluto, saremmo dovuti andare in ogni caso davanti alla Corte. Occorre anche valutare quale sia l’interesse reale dell’Italia in questa vicenda.

Il capo della delegazione italiana davanti alla Corte, Paolo Pucci di Benisichi, ha detto che il risultato finalmente chiarisce la situazione delle immunità, aggiungendo: «avremmo preferito un risultato più vicino alla nostra linea difensiva, ma il risultato non ci dispiace». Ma se le cose stanno così, viene quasi da pensare che siamo d’accordo con una sentenza a nostro sfavore!

Rendiamoci conto: se fosse passata la tesi italiana, domani avremmo avuto analoghe controversie contro l’Italia da parte di albanesi, libici, greci e via dicendo. E siccome di scheletri nell’armadio ne abbiamo quasi quanto i tedeschi, l’interesse italiano non era esattamente quello di veder trionfare la tesi che – inevitabilmente – doveva difendere. Tra l’altro si sapeva che, quando si discutevano le controversie davanti ai tribunali italiani, il governo italiano aveva chiaramente fatto capire di non augurarsi che la cosa andasse avanti. Poi naturalmente l’Italia, una volta citata, ha dovuto difendere la sua giurisprudenza. Lo ha fatto brillantemente, ma la strada era in salita.

Morale: due Stati – Germania e Italia – sono paradossalmente «d’accordo» nel dire che la nostra Cassazione ha sbagliato?

Il governo italiano, essendosi dovuto difendere, non lo dirà mai; però si può pensare, proprio alla luce della dichiarazione che lei ha letto, che il governo italiano preferisca senza dubbio una situazione giuridicamente chiara ad una situazione confusa che dà adito a controversie con un paese amico. Direi che la «morale» è: la chiarezza del diritto è comunque un valore, anche se si perde la causa.

Resta però una questione aperta. Una sentenza come questa confligge con l’esigenza di giustizia delle vittime?

Sul piano generale, la Germania non ha mai negato che i propri comportamenti durante la guerra costituissero gravi illeciti internazionali. È come se dicesse: siamo ultracolpevoli, ma c’è una norma processuale che ci ripara dalla responsabilità civile. In fondo, a pensarci bene, si è arrivati a questa causa perché ci sono rapporti di amicizia tra i due Paesi. La Germania fa ammenda di tutte le cose orrende fatte nel suo passato, l’Italia difende la sua giurisprudenza ma è conscia che, tutto sommato, la chiarezza giuridica può convenirle.



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