INDAGINE/ Magatti: così la crisi fa riscoprire la famiglia

- Mauro Magatti

I valori degli italiani. Dall’individualismo alla riscoperta delle relazioni è il titolo dell’ultimo rapporto Censis, presentato ieri a Roma. Il commento del sociologo MAURO MAGATTI

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Foto Imagoeconomica

Dal grande zibaldone del lavoro di ricerca del Censis, De Rita riesce sempre a tirar fuori spunti utili per la riflessione collettiva.

Un paio d’anni fa, di fronte ad un paese moralmente e economicamente sfibrato, aveva lanciato il tema del calo del desiderio. In modo sintetico e provocatorio,  quella espressione, che  dava conto di uno spaesamento generale, implicitamente aveva suggerito che senza “spirito” non c’è crescita.

Oggi, a pochi mesi dall’insediamento del governo Monti, è ancora De Rita che, parlando di fine del soggettivismo, certifica il cambiamento di clima sociale. Per quanto sia necessario esse prudenti nell’interpretare questi dati – più che tendenze consolidate si tratta di stati d’animo diffusi che potrebbero rapidamente evaporare – è pur vero che i dati prodotti dal Censis sollevano tre questioni che meritano una qualche riflessione.

In primo luogo, la forza educante del tempo. Nell’ultimo anno, l’Italia è andata vicinissima al default mentre la crisi economica ha cominciato a mordere i bilanci famigliari, i destini individuali, la coesione sociale. Dopo gli anni della vacanza, la realtà, con tutta la sua ruvidezza, torna fare capolino, costringendoci a riflettere su di noi, sul  nostro passato e il nostro futuro. L’idea di una crescita illimitata e puramente meccanica – in  grado di sussistere anche senza il contributo dello spirito umano – si è ormai svelata per quello che era: un’illusione che ci ha portato fuori strada. E, con qualche fatica, gli italiani tornano a pensare che, per stare nella globalizzazione, sia necessario darsi una regolata. Per quanto riguarda i comportamenti individuali e quelli collettivi. Un clima sociale di questo tipo è tanto delicato quanto prezioso. Per questo, non va sprecato. Se preso sul serio, esso può consentire di riguadagnare rapidamente il terreno perduto. 

In secondi luogo, la ricerca mette in luce l’esistenza di un risorgente tratto culturale tipico dell’Italia. Come se, nell’affrontare forse il periodo più difficile dal dopoguerra, la società italiana tendesse a reagire cercando di appoggiarsi a ciò che sente più solido, più suo. A partire dal valore della famiglia fino alla questione del senso che tende a assumere connotazioni religiose. È un movimento tipico dei momenti di difficoltà: per non sprofondare nel gorgo della lotta di tutti conto tutti, si riscopre la propria identità che costituisce un punto di riferimento imprescindibile. I dati del Censis ci dicono di una italianità diffusa che avrebbe solo bisogno di essere ascoltata, riscoperta e valorizzata. Come a dire che, una volta superata la fase acuta della crisi, occorrerà ripartire da qui, dai caratteri della società italiana, correggendone le patologie e rafforzandone i punti di forza. 

In terzo luogo, De Rita parla dei primi segni di un cambio di clima, segnato dal ritorno ai valori, alla religione, all’attenzione all’altro. Anch’io penso che, secondo la logica pendolare che caratterizza la vita sociale, la crisi finanziaria, economica, sociale, istituzionale e spirituale nella quale siamo immersi pone fine ad un trentennio nel quale, con esiti e intensità diverse, l’individuo ha costituito il principale polo attrattore per lasciare spazio ad una nuova stagione più interessata al polo della socialità. Ma, per mordere il tempo, questa inversione di tendenza ha bisogno di due condizioni.

Sul piano culturale, un nuovo pensiero della libertà che sia capace di includere il tema dell’altro e dell’Altro, tema completamente rimosso dalla cultura iperindividualistica degli ultimi decenni. Sul piano sociale, l’apertura di una grande stagione di innovazione economica e istituzionale che abbia l’ambizione di sperimentare soluzioni nuove e piste non ancora battute.

Al centro svetterà il tema dell’alleanza. Dopo una lunga stagione individualistica, nelle nuove condizioni storiche nelle quali ci troviamo a vivere – definibili come “seconda globalizzazione” – sopravvivranno quei gruppi, quelle comunità, quei territori che sapranno stringere nuove alleanze per mettersi in relazione all’intero pianeta. A livello continentale, nazionale, locale, famigliare.

Ê confortante sapere che questa nuova sensibilità comincia a fare breccia nel tessuto sociale italiano. La speranza è che siamo capaci di ascoltarla e tutti insieme, un po’ per volta, a darle forma. 

 

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